C’è una città in Sudan, in questo momento, dove mezzo milione di persone rischia quello che le Nazioni Unite chiamano senza giri di parole “atrocità di massa imminenti”. Non è una previsione allarmistica di qualche think tank isolato: è l’avvertimento ufficiale del Dipartimento di Stato americano, del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e di sette governi europei, Italia inclusa, che nei giorni scorsi hanno firmato una dichiarazione congiunta per chiedere lo stop immediato. Eppure, se non segui con attenzione le agenzie di stampa, è molto probabile che tu non ne abbia mai sentito parlare.
Il posto si chiama El Obeid. È la capitale del Kordofan Settentrionale, in Sudan, e da settimane è circondata dalle Forze di Supporto Rapido, i paramilitari noti con la sigla RSF. Sono le stesse milizie che nell’ottobre 2025 hanno conquistato El Fasher, in Darfur, dopo un assedio durato 561 giorni concluso con esecuzioni sommarie casa per casa e fosse comuni visibili dai satelliti.
Il direttore dello Yale Humanitarian Research Lab, Nathaniel Raymond, ha stimato in almeno 60mila i civili uccisi in quell’unico episodio, paragonandolo per numero di vittime al bombardamento atomico di Nagasaki. La missione ONU per l’accertamento dei fatti ha già parlato apertamente di “caratteri distintivi del genocidio”.
Ora la stessa dinamica si ripresenta a El Obeid, dove vivono circa 500mila civili, 200mila dei quali già sfollati da altre zone del Sudan in cerca di un rifugio che rischia di trasformarsi nella prossima trappola. Negli ultimi dieci giorni almeno 50 civili sono stati uccisi in attacchi con droni contro stazioni di servizio, mercati e linee elettriche, tagliando l’accesso a carburante, cibo e acqua per l’intera popolazione.
L’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, ha usato una frase che meriterebbe più eco: “Abbiamo già visto questo copione. Sappiamo dove ha portato, e non possiamo permettere che si ripeta”.
Il 23 giugno, il governo italiano ha aderito, insieme a Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Irlanda e Norvegia, a una dichiarazione della Farnesina che esprime “profonda preoccupazione” e invita le RSF a interrompere l’offensiva. È un atto diplomatico corretto, doveroso persino.
Ma è anche, va detto con chiarezza, un gesto che si è consumato quasi interamente nel perimetro dei comunicati stampa istituzionali, senza che la notizia trovasse davvero spazio nel dibattito pubblico italiano. Nessun approfondimento nei principali telegiornali, nessuna copertina, nessuna domanda pressante rivolta al governo su cosa farà concretamente se, come tutti gli osservatori temono, l’offensiva dovesse partire davvero.

Firmare una dichiarazione è facile. Il problema, come sempre in queste vicende, è cosa succede dopo la firma. Qui la storia si fa più scomoda, ed è la parte che i pochi articoli italiani sull’argomento tendono a lasciare più sullo sfondo.
Secondo un’inchiesta del Foglio basata su immagini satellitari e tracciamento dei voli, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero ripreso, subito dopo il cessate il fuoco con l’Iran, l’invio di rifornimenti militari alle RSF attraverso basi in territorio libico, con un traffico aereo passato da un solo volo a maggio a dodici in giugno.
Non è un dettaglio marginale: gli stessi aerei cargo che alimentarono l’assedio di El Fasher fino al massacro finale sembrano essere tornati operativi proprio nelle settimane in cui El Obeid viene stretta d’assedio.
Ancora più inquietante è quanto emerso davanti al Comitato per lo Sviluppo Internazionale della Camera dei Comuni britannica: secondo la testimonianza dello stesso Nathaniel Raymond, funzionari del ministero degli Esteri del Regno Unito avrebbero scelto, già dal 2024, di non rendere pubbliche le prove del coinvolgimento emiratino nel sostegno alle RSF, per “pressione personale significativa” da parte di Abu Dhabi. Nel frattempo Londra ha continuato a concedere migliaia di licenze di esportazione di armi proprio verso gli Emirati.
Non è complottismo, sono atti pubblici, testimonianze parlamentari verificabili, tracciati di volo. Ed è la dimostrazione plastica di come funziona una crisi dimenticata: non manca chi sa cosa sta succedendo. Manca la volontà di farci qualcosa, quando farlo comporterebbe un costo diplomatico o economico per chi dovrebbe agire.
Il Sudan non è finito nell’indifferenza per sfortuna. Secondo il Norwegian Refugee Council, che ogni anno pubblica una classifica delle crisi di sfollamento più trascurate al mondo, il Sudan occupa il primo posto, davanti a Repubblica Democratica del Congo, Colombia, Yemen e Afghanistan.
Il metodo di valutazione dell’organizzazione misura quattro fattori: copertura mediatica, finanziamenti umanitari, attenzione politica internazionale, scala dello sfollamento. Il Sudan totalizza il punteggio peggiore su ciascuno di questi assi, nonostante ospiti quella che le stesse Nazioni Unite definiscono la peggiore crisi umanitaria del pianeta, con oltre 12 milioni di persone in fuga dalle proprie case.
Quando un paese resta ai margini dell’attenzione internazionale per anni, non è un incidente statistico. È l’esito di scelte precise: cosa vale la pena raccontare, chi vale la pena armare comunque, quali interessi commerciali contano più della vita di mezzo milione di persone che, semplicemente, non hanno abbastanza petrolio, non hanno abbastanza peso geopolitico, e vivono troppo lontano per turbare il sonno di chi potrebbe fermare tutto questo con una telefonata invece che con un comunicato stampa.



