In Texas, dal 2030, oltre 5,5 milioni di studenti dovranno leggere passi della Bibbia come materiale scolastico obbligatorio: alle elementari Davide e Golia, alle superiori la storia di Adamo ed Eva. Non è un poster affisso su una parete d’aula, è un compito assegnato. La Corte d’appello del Quinto circuito ha già confermato, con un verdetto di misura, 9 a 8, la legge gemella sui Dieci Comandamenti obbligatori in ogni classe, respingendo i ricorsi per violazione della separazione costituzionale tra stato e religione.
Nello stesso pacchetto normativo, il consiglio scolastico texano ha tagliato lo spazio dedicato alla storia globale ed eliminato il corso sulle culture del mondo alle medie. Non sono due decisioni separate: una società a cui si insegna meno il resto del mondo, e più una sola tradizione religiosa come fondamento, è una società che si sta restringendo su se stessa per scelta.
Il Texas non è un’anomalia isolata, è un laboratorio che altri quindici stati stanno osservando e in parte replicando. E sopra il Texas, a livello federale, la Casa Bianca ha ricevuto un rapporto di 224 pagine dalla sua Religious Liberty Commission, guidata dal vicegovernatore texano Dan Patrick, che definisce la separazione tra stato e chiesa un “errore giuridico” da correggere.
Il documento chiede al Dipartimento di Giustizia di sostituire la dottrina del “muro” di separazione con un modello di “cooperazione vigilata” tra potere pubblico e religione, e propone di abrogare la norma che vieta alle organizzazioni religiose no-profit di sostenere apertamente candidati politici. È ancora una bozza. Ma è una bozza scritta dentro la Casa Bianca, non gridata da un pulpito.
È reversibile senza Trump? Solo in parte
Qui bisogna essere onesti fino in fondo, perché la tentazione di pensare “passerà con lui” è forte e sbagliata. Nel primo mandato Trump ha nominato quasi 300 giudici federali a vita, quasi un terzo del totale dei giudici federali americani. Sta continuando a farlo nel secondo mandato. Sono nomine che durano decenni, spesso quaranta o più anni, ben oltre qualsiasi ciclo elettorale.
Anche se Trump perdesse ogni voto da qui in avanti, l’impianto giudiziario che ha costruito resterebbe in piedi per una generazione intera, capace di validare leggi come quella texana in altri stati, uno dopo l’altro.
Ma c’è un dato che complica la narrazione più facile, quella del “tutto è già deciso”: la stessa Corte Suprema a maggioranza conservatrice, negli ultimi giorni, ha bocciato Trump sul tentativo di restringere lo ius soli, ha salvato il voto per posta, ha difeso l’indipendenza della Federal Reserve dai suoi attacchi.
Non è un tribunale che esegue ordini, è un impianto strutturalmente orientato a destra ma con margini di autonomia reali. Questo, paradossalmente, rende la situazione più insidiosa da spiegare e da combattere: non c’è un interruttore unico da spegnere, c’è un sistema che si muove nella stessa direzione di fondo per anni, con oscillazioni che permettono a chi lo difende di dire “vedete, non è poi così grave”, mentre la traiettoria complessiva resta la stessa.

Quanto pesano davvero nella società questi estremisti
E qui arriva il dato che dovrebbe far riflettere di più, perché smonta l’idea di una maggioranza silenziosa che finalmente si esprime. Secondo il Pew Research Center, solo il 17% degli americani vuole che il cristianesimo diventi religione ufficiale dello stato, ed è già una crescita rispetto al 13% di due anni fa. Tra i repubblicani la quota sale al 27%. Tra l’elettorato evangelico che sostiene Trump più fedelmente, arriva al 31%. Sono minoranze. Anche dentro il proprio campo politico, chi vuole davvero uno stato confessionale resta minoritario.
Il punto, allora, non è che l’America sia diventata più religiosa. L’affiliazione religiosa complessiva, negli ultimi vent’anni, è calata, non cresciuta. Il punto è che non serve una maggioranza quando hai già occupato i tribunali, i consigli scolastici statali, l’esecutivo.
Il nazionalismo cristiano americano non è la fede di un popolo che si ridesta, è la strategia identitaria di una minoranza organizzata che ha imparato a tradurre il proprio peso ideologico in potere istituzionale duraturo, mentre la base sociologica su cui poggia si assottiglia. È una minoranza che vince non perché convince di più, ma perché ha occupato le stanze dove si decide prima che gli altri si accorgessero della partita in corso.
E l’Italia? Il marciume non ha bisogno di passaporto
Sarebbe adesso comodo, per un lettore italiano, guardare tutto questo come una stranezza americana, un fenomeno da texani con il cappello da cowboy e la Bibbia in mano. Non lo è. I segnali di contagio ci sono già, e vanno nominati con la stessa durezza.
Il richiamo alle “radici giudaico-cristiane” dell’Europa, minacciate da un presunto laicismo aggressivo, è ormai linguaggio corrente in Fratelli d’Italia e nella Lega, non marginalità di frangia. Meloni ha costruito parte della propria identità pubblica esplicitamente sull’essere “cristiana”, non come fede privata ma come credenziale politica.
Salvini agita rosari e vangeli in piazza, un uso della simbologia religiosa a fini elettorali che perfino settori della Chiesa italiana hanno criticato apertamente. La battaglia sul crocifisso nelle aule scolastiche pubbliche non è mai stata davvero chiusa, e riemerge ciclicamente ogni volta che serve una polemica identitaria a basso costo.
La differenza con gli Stati Uniti, va detto senza sconti ma anche senza rassicurazioni eccessive, è ancora nell’architettura istituzionale: l’Italia non ha un sistema giudiziario dove i giudici vengono nominati politicamente a vita, non ha consigli scolastici statali eletti su base ideologica come quello texano. Il concordato del 1929, rivisto nel 1984, resta un impianto diverso da quello americano, con la sua Establishment Clause e la sua storia di separazione radicale delle origini.
Ma la differenza di architettura non è una garanzia eterna, è solo un attrito in più, e gli attriti si consumano. Il 61% degli italiani, secondo un sondaggio Doxa per l’Uaar, vuole una politica separata dalla religione: una maggioranza reale, molto più solida di quella americana.
Ma è una maggioranza silenziosa, disorganizzata, che non ha nessuna Religious Liberty Commission a fare pressione dentro i palazzi per conto suo. Il vero rischio, per l’Italia, non è diventare il Texas. È continuare a pensare che non possa succedere, mentre il linguaggio, uno strato alla volta, si abitua a quello.



