Il Mali è un Paese senza sbocco al mare grande quasi sei volte l’Italia, incastrato tra il deserto del Sahara a nord e la fascia saheliana a sud, dove vivono quasi tutti i suoi circa venti milioni di abitanti. Per il lettore italiano è poco più di un nome sulla carta, eppure è uno dei nodi da cui dipende la stabilità di mezza Africa occidentale — e, attraverso le rotte migratorie, anche una parte di ciò che arriva sulle coste del Mediterraneo.
La crisi attuale ha una data d’inizio precisa: il 2012. Una ribellione dei tuareg nel nord, saldatasi con gruppi jihadisti legati ad al-Qaeda, fece collassare lo Stato e aprì una guerra che non si è più chiusa. Da allora si sono succeduti interventi francesi, missioni ONU, accordi di pace e loro fallimenti.
Il punto di svolta più recente sono i colpi di Stato del 2020 e 2021, con cui il generale Assimi Goïta ha preso il potere. La giunta ha espulso i francesi e i caschi blu dell’ONU, ha stracciato l’accordo di pace con i gruppi tuareg e si è affidata militarmente alla Russia, prima con i mercenari della Wagner e poi con l’Africa Corps, la struttura che ne ha preso il posto sotto il controllo diretto del ministero della Difesa russo.
Sul piano regionale, il Mali ha rotto con l’Occidente e con i vicini: nel gennaio 2025 è uscito dall’ECOWAS, il blocco economico dell’Africa occidentale, per fondare con Burkina Faso e Niger l’Alleanza degli Stati del Sahel, anch’essi guidati da giunte militari filo-russe. Nel settembre 2025 ha annunciato l’uscita dalla Corte penale internazionale. Ogni passaggio ha chiuso una porta verso l’esterno e, con essa, una via d’accesso alla giustizia per le vittime.
Su questo sfondo va letta la mossa che ha cambiato la guerra. Dal settembre 2025 il principale gruppo jihadista, il JNIM (la coalizione qaedista Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), non punta più solo a colpire militarmente la giunta: punta ad asfissiarla economicamente. Ha imposto un blocco sul carburante, attaccando e incendiando le autocisterne che riforniscono un Paese che importa via strada circa il 95% del proprio combustibile.
Centinaia di camion sono stati bruciati, gli autisti uccisi. Nella capitale Bamako il blocco si è tradotto in code chilometriche ai distributori, razionamento, scuole chiuse per settimane, blackout, macchinari agricoli fermi nel pieno del raccolto. È un assedio senza fronte: si strangola la capitale senza sparare un colpo dentro la città.
Il 25 aprile 2026 il JNIM, alleatosi con i ribelli tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), ha fatto il salto successivo, lanciando attacchi coordinati in tutto il Paese — incluso un attentato a Kati che, secondo il rapporto, ha ucciso il ministro della Difesa, il generale Sadio Camara — e annunciando un “assedio totale” di Bamako.
La povertà non è uno sfondo: è il terreno
Va detto con chiarezza, perché è il punto che spesso si dimentica raccontando le guerre africane come fatti puramente militari: il Mali è uno dei Paesi più poveri del pianeta. Nell’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite si colloca intorno al 188° posto su circa 193, con un punteggio di 0,410 — la zona bassissima della classifica.
Secondo la Banca Mondiale, la povertà misurata sulla soglia nazionale riguarda oltre un terzo della popolazione (circa il 36% nel 2025), e quanto sia drammatica dipende da dove si fissa l’asticella: alla soglia internazionale dei 2,15 dollari al giorno i poveri “estremi” risultano una minoranza, ma se si alza il parametro a 5,50 dollari — la soglia più realistica per un Paese di questo tipo — si supera l’80% della popolazione.
Il dato che dovrebbe far riflettere è un altro: questa miseria non è una fatalità naturale. Il Mali è uno dei maggiori produttori d’oro dell’Africa ed esporta cotone; il problema non è l’assenza di ricchezza, ma il fatto che la ricchezza estratta non si traduce in vite migliori per chi ci abita.
È povertà strutturale, prodotta e mantenuta — da una rendita estrattiva che non redistribuisce, da una crescita demografica che corre più veloce del reddito, da uno Stato che da tredici anni spende in armi ciò che non spende in scuole e sanità.
E oggi la guerra non si limita ad aggravare questa povertà: la fabbrica attivamente. Il blocco del carburante è, prima ancora che un’arma militare, un’arma economica. Nelle città il prezzo del pane e del riso è raddoppiato, i costi del trasporto triplicati, l’elettricità razionata mentre le bollette salgono. Chi non poteva permettersi quasi nulla si trova ora a non poter permettersi neppure quello. Quando il JNIM brucia quaranta autobus diretti a Bamako, o un’organizzazione militare colpisce un villaggio fulani, le vittime hanno quasi sempre la stessa caratteristica: sono i più poveri, gli unici che non hanno i mezzi per mettersi al riparo, per fuggire, per comprare la salvezza.
Cosa dice il rapporto di Human Rights Watch
È in questo quadro che si inserisce il rapporto pubblicato da Human Rights Watch, basato su 34 interviste a distanza condotte tra il 26 aprile e il 9 giugno, sulla verifica e geolocalizzazione di quattro video e sei fotografie e sull’analisi di immagini satellitari. La tesi dell’organizzazione è netta e, va sottolineato, non risparmia nessuno: tutte le parti in conflitto hanno attaccato illegalmente i civili.

Non è il racconto dei “buoni” contro i “cattivi”, ma di una guerra in cui ogni attore — jihadisti, ribelli tuareg, esercito maliano, milizie etniche alleate, mercenari russi — ha colpito chi non combatteva.
Gli abusi attribuiti ai jihadisti e ai tuareg dell’FLA. Negli scontri del 25 aprile a Gao e Kidal, secondo HRW, sarebbero morti tredici civili e almeno venticinque sarebbero rimasti feriti, mentre i combattenti saccheggiavano i mercati. Tra il 6 e il 21 maggio il JNIM avrebbe incendiato più di quaranta veicoli civili diretti verso la capitale, accusando i passeggeri di violare l’assedio: a Zambougou HRW ha geolocalizzato video che mostrano almeno sedici tra autobus e camion in fiamme, in un caso con un carico di animali bruciati vivi all’interno.
Il 21 maggio, nella cittadina di Tonka, due uomini del JNIM avrebbero prelevato un insegnante coranico di etnia songhoy, Abdoul Salam Maïga, per giustiziarlo in pubblico nella piazza del paese — un’esecuzione che HRW collega sia alle sue critiche ai jihadisti sia a tensioni etniche locali di lunga data. Interpellato, il JNIM ha rivendicato il diritto di “dissuadere” chi viola le regole imposte nelle sue aree, secondo la propria interpretazione della sharia.
Gli abusi attribuiti all’esercito maliano e alle milizie alleate. Qui il rapporto è, se possibile, ancora più grave, perché chiama in causa lo Stato. Il 14 maggio, a Sarkala Werè, soldati maliani affiancati da miliziani Dozo avrebbero aperto il fuoco su civili in fuga, uccidendo almeno trentuno persone di etnia fulani — tra cui ventitré bambini, tredici dei quali sotto i dieci anni — incendiando case e razziando bestiame.
I sopravvissuti riferiscono che nel villaggio non c’erano combattenti jihadisti: l’attacco avrebbe preso di mira gli abitanti unicamente perché fulani. Su questo episodio HRW non si ferma alla testimonianza: cita immagini satellitari del 20 maggio che mostrano almeno venticinque capanne bruciate, oltre a un video con i corpi delle vittime. Tre giorni dopo, a Guirowel, un’azione analoga avrebbe ucciso sette uomini fulani.
È lo schema, documentato da anni nel Sahel, per cui l’appartenenza etnica viene equiparata alla complicità con i jihadisti — i quali, a loro volta, reclutano proprio in quelle comunità: una trappola in cui i civili fulani pagano due volte.
I raid con i droni. Il Mali utilizza droni armati di fabbricazione turca (Bayraktar TB2) dal 2022. Il rapporto documenta due attacchi attribuiti — con la cautela del “apparentemente” — ai militari. Il 25 aprile a Guimbé, vicino a Mopti, un ordigno avrebbe colpito un gruppo in cui si trovavano combattenti del JNIM ma anche, e soprattutto, bambini e ragazzi che facevano il bagno nel fiume: almeno dodici i minori uccisi, tra gli 8 e i 18 anni.
Il 17 maggio a Tené un secondo ordigno è caduto su un cortile dove era in corso una festa di matrimonio, uccidendo dieci civili — sei donne e quattro uomini tra i 18 e i 34 anni — tra cui lo sposo. Anche qui HRW ha geolocalizzato il luogo grazie a sei fotografie diffuse da un organo di stampa locale.
Il diritto, e la sua assenza
Sul piano giuridico il rapporto è preciso, ed è bene riportarlo senza ambiguità. Tutte le parti sono vincolate al diritto internazionale umanitario, in particolare all’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949. Gli attacchi deliberati o indiscriminati contro i civili sono vietati.
Gli assedi in sé non sono illegali, ma le tattiche che impediscono ai civili l’accesso ai beni essenziali per sopravvivere lo sono: il blocco del carburante, nella misura in cui paralizza ospedali, scuole e trasporti, si muove esattamente su quel confine. Chi commette violazioni gravi può essere perseguito per crimini di guerra, e ne risponde anche chi le ha ordinate o non le ha impedite pur potendo: è il principio della responsabilità di comando.
Il problema è che in Mali questo diritto non ha più un luogo dove essere applicato. L’uscita dall’ECOWAS, l’annunciato addio alla Corte penale internazionale, l’espulsione dell’ONU: ogni istanza esterna di controllo è stata smontata. E quelle interne non funzionano. Le autorità militari, scrive HRW, non hanno perseguito i responsabili delle violazioni gravi, alimentando un’impunità che a sua volta incoraggia i comandanti più violenti. È un circolo: l’impunità produce nuovi abusi, i nuovi abusi vengono lasciati impuniti.
Fame, massacri e una popolazione in ginocchio
Vale la pena chiudere con l’osservazione più scomoda, quella che il linguaggio dei rapporti tende a smussare. La giunta di Goïta aveva giustificato il proprio potere con una promessa precisa: rovesciare il tavolo, cacciare i francesi, affidarsi alla Russia e finalmente sconfiggere i jihadisti là dove l’Occidente aveva fallito.
A cinque anni di distanza, il risultato è un Paese in cui la capitale è assediata dalla fame, l’esercito massacra i propri civili insieme a milizie etniche e mercenari stranieri, e gli analisti discutono apertamente non più se ma quando cadrà Bamako. La scommessa russa non ha cambiato l’esito della guerra; ne ha solo aggiunto un attore in più al conteggio di chi spara sui civili.
In mezzo, come sempre, c’è la variabile costante di ogni conflitto: la popolazione. I bambini di Guimbé nel fiume, lo sposo di Tené, i ventitré bambini di Sarkala Werè, gli autisti bruciati con le loro cisterne, i passeggeri fatti scendere a piedi su una strada deserta. Persone già poverissime prima della guerra, rese più povere dalla guerra, e infine uccise da essa.
Raccontare il Mali significa tenere insieme queste due cose — la geopolitica delle giunte e dei droni, e la fame quotidiana di chi non ha mai avuto voce in capitolo su nessuna delle due. Sono lo stesso fenomeno, visto da due altezze diverse.



