La guerra sottoterra degli Usa

C’è un gesto antico quanto la guerra: scavare nella terra per non morire allo scoperto. Lo hanno fatto i fanti nelle trincee del Carso, i vietnamiti nei cunicoli di Củ Chi, e lo fa oggi chiunque non possa contendere il cielo a un avversario più forte. Ci si interra quando muoversi alla luce del sole significa essere visti, fissati, colpiti, e non si ha la forza per impedirlo.

Per questo colpisce ciò che ha riferito a fine giugno il Wall Street Journal, sulla base di immagini satellitari e di colloqui con militari in servizio e in congedo. La base navale nel Bahrein, quartier generale della Quinta Flotta, unica installazione navale americana del Medio Oriente, è stata devastata dai missili iraniani: distrutti il comando, una dozzina di edifici, due terminali per le comunicazioni satellitari.

E fra le opzioni che il Pentagono starebbe valutando, accanto alla riduzione della presenza in Kuwait e Arabia Saudita e all’arretramento di assetti verso ovest, ce ne sarebbe una che merita di essere isolata: portare i centri di comando e controllo sotto terra.

Tutto al condizionale, è bene dirlo subito. Sono indiscrezioni di funzionari anonimi, e nessuna decisione è stata presa. Ma anche come semplice ipotesi in discussione, quel gesto dice qualcosa che vale la pena guardare in faccia.

Perché interrarsi non è un’invenzione del nemico di turno. Si tende a leggere il sottosuolo come la firma dell’illegittimo, il tunnel del terrorista, la galleria di chi combatte di frodo. Eppure la rete sotterranea più celebre della storia militare recente non l’ha scavata un’organizzazione criminale, ma la guerriglia vietnamita: centinaia di chilometri di cunicoli a più livelli, con ospedali, depositi, alloggi, costruiti per sottrarre la guerra a una potenza che aveva la superiorità aerea assoluta e il napalm.

Non potendo sopravvivere allo scoperto, i vietnamiti tolsero la guerra alla vista, e costrinsero il gigante a mandare uomini con torcia e pistola a fare, un metro sotto la superficie, ciò che i bombardieri non sapevano fare. La galleria di Hamas, che resta strumento di assassini tagliagole, e va detto senza sfumature, è soltanto l’anello ultimo, e il meno nobile, di questa lunga genealogia. Ma il principio è sempre lo stesso, e attraversa eserciti regolari e movimenti di liberazione: chi perde il cielo scava.

Ora, la scommessa americana era stata esattamente quella opposta. Non occultarsi, ma muoversi. La dottrina si chiama Agile Combat Employment, codificata nel 2022: invece di concentrare le forze in grandi basi fisse e indurirle, disperderle in una rete di località piccole e mobili, spostandole tanto in fretta da non offrire un bersaglio fermo. La mobilità come difesa, l’esatto contrario del bunker.

«Non sono un grande fan dell’indurimento delle infrastrutture», dichiarava nel 2023 il generale Kenneth Wilsbach, allora a capo dell’aviazione nel Pacifico, oggi capo di stato maggiore dell’Aeronautica. Il motivo, spiegava, sono le armi di precisione: i rifugi corazzati non sono poi così duri quando ci infili dentro una bomba da una tonnellata passando dal tetto. E lo sapeva bene, perché quei rifugi li avevano sfondati proprio gli americani, all’aviazione irachena, nel 2003. La fiducia di non doversi nascondere nasceva dal ricordo di quando erano loro a stanare gli altri.

“HMS Defender” by Defence Images is licensed under CC BY-SA 2.0.

Si arriva così alla primavera del 2026. Mentre gli Stati Uniti restavano fedeli al movimento, la Cina investiva da anni in ricoveri induriti e interrati. E l’Iran, lanciando nel corso del conflitto oltre ottomila tra missili e droni e colpendo una ventina di siti americani nella regione, ha dimostrato che la scommessa non reggeva più. Alla fine di marzo un singolo missile ha ridotto in schegge, a terra e all’aperto su una base saudita, un velivolo radar da mezzo miliardo di dollari.

Non era distrazione: era la prova che il privilegio su cui poggiava l’intera dottrina, muoversi senza essere visti, era svanito. L’imagery satellitare diffusa, abbinata a strumenti capaci di riconoscere un bersaglio quasi in tempo reale, ha annullato la differenza tra chi si muove e chi sta fermo. Come hanno osservato diversi analisti, se una cosa è a terra, può essere trovata. Non c’è più nessun posto dove nascondersi alla superficie.

Quando il movimento non protegge più, resta una sola opzione, l’unica che al debole era rimasta da sempre: scendere sotto la superficie. Conviene tenere distinte le cose, perché l’America vive sotto terra da decenni: Cheyenne Mountain è scavata nel granito del Colorado fin dagli anni Sessanta. Ma quella è un’altra genealogia, la sopravvivenza al colpo nucleare, la continuità del governo, una postura da superpotenza.

Ciò che si profila nel Bahrein è di natura diversa e nuova: non la prudenza dell’apocalisse, ma la risposta a un’inferiorità tattica locale, qui e ora, davanti a una potenza regionale. È il gesto del più debole, nel teatro dove finora calarsi sotto terra era la marca del più debole.

Non c’è imitazione, in tutto questo, e nemmeno conviene cercarla: la superpotenza non sta diventando ciò che combatte. Sta facendo i conti con qualcosa di più impersonale e più definitivo, l’erosione, da parte della tecnologia, del margine che la distingueva dal debole.

Per mezzo secolo gli Stati Uniti hanno proiettato la propria forza allo scoperto, perché potevano permetterselo: vedevano senza essere visti, colpivano senza essere colpiti. Quel margine si è chiuso. E quando si chiude, non resta che la terra.

Il Pentagono, va detto, respinge questa lettura. Il portavoce del comando centrale, Tim Hawkins, ha ribattuto che in Bahrein non è morto nessuno e che le operazioni non sono state compromesse: su oltre ottomila tra missili e droni iraniani, ha osservato, soltanto due colpi in tutto il conflitto hanno causato vittime americane, perché la priorità è stata proteggere gli uomini, non gli edifici.

È una difesa solida, ma che concede esattamente il punto. Dire di aver salvato le persone sacrificando le strutture significa ammettere che le strutture non erano difendibili, che la base fissa, allo scoperto, non si poteva tenere. Se la dottrina del movimento avesse funzionato, non ci sarebbe stato da scegliere tra gli uomini e i muri. La smentita contiene la confessione.

Ciò che si interrerebbe nel Bahrein, allora, non è il comando. È una dottrina, e con essa l’idea che ne era il fondamento , che la potenza americana potesse restare in piedi, allo scoperto, sotto qualunque cielo. Si seppellisce un’epoca. È un gesto antico quanto la guerra, e dice sempre la stessa cosa.

“Haplogroup J2b2 M241 Qatar Bahrein” by Y-DNA Haplogroup J2-M172 is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.