Il turismo è da record ma i lavoratori restano poveri

L’Italia turistica continua a crescere. Crescono gli arrivi, crescono le presenze, cresce la spesa dei visitatori stranieri. Il settore viene raccontato come una delle locomotive dell’economia nazionale, una macchina capace di produrre immagini, consumi, occupazione, indotto.

Ma dietro la vetrina del turismo da record c’è un’altra Italia, molto meno celebrata: quella di chi lavora in alberghi, ristoranti, stabilimenti, pulizie, mense, servizi esternalizzati e resta comunque povero.

Il nuovo Focus sul lavoro povero commissionato da Filcams Cgil fotografa una contraddizione difficile da liquidare come incidente stagionale. Nei settori del terziario, del turismo e dei servizi, quasi un lavoratore su due percepisce una retribuzione annua pari o inferiore alla soglia di povertà salariale.

La soglia viene individuata nel 60% della retribuzione mediana: 13.950 euro annui per chi ha lavorato almeno una settimana nell’anno, 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane.

Nel turismo la situazione è ancora più netta: circa il 70% degli occupati resta sotto quella soglia. Nel Sud e nelle Isole la quota supera l’80%, cioè quattro lavoratori su cinque. Nei servizi, dove pesano pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva, l’incidenza supera il 50%; nel terziario resta comunque sopra il 30%.

Il dato colpisce ancora di più perché arriva mentre gli indicatori turistici continuano a muoversi in direzione opposta. Secondo Istat, nel primo trimestre 2026 gli esercizi ricettivi hanno registrato 23 milioni di arrivi e 71,6 milioni di presenze, con una crescita del 4,2% degli arrivi e del 7,5% delle presenze rispetto allo stesso periodo del 2025.

Anche la Banca d’Italia registra, nel complesso del primo trimestre 2026, un aumento delle entrate da turismo internazionale del 5,4% rispetto all’anno precedente.

Il punto, dunque, non è che il turismo italiano non produce valore. Lo produce eccome. Il problema è come quel valore viene distribuito. Se un settore cresce, incassa, attrae visitatori e alimenta economie locali, ma lascia una parte così ampia dei propri addetti sotto la soglia di povertà, allora la questione non è solo salariale. È un modello di impresa, di organizzazione del lavoro e di politica industriale.

La povertà lavorativa nel turismo non nasce da un solo fattore. Nasce dall’intreccio tra stagionalità, contratti brevi, part-time involontario, turni spezzati, orari imprevedibili, appalti al ribasso, esternalizzazioni, frammentazione delle mansioni. Il risultato è un’occupazione che spesso esiste, ma non basta a vivere.

Si lavora, ma non si accumula reddito sufficiente. Si entra e si esce dai contratti. Si coprono picchi, fine settimana, notti, festività, mesi estivi. Si resta formalmente occupati e materialmente poveri.

Per anni il dibattito pubblico sul turismo si è concentrato sulla mancanza di personale. Ristoratori, albergatori e associazioni di categoria hanno denunciato la difficoltà a trovare lavoratori, soprattutto nelle stagioni alte.

Ma i dati Filcams rovesciano la domanda: non basta chiedersi perché manchino lavoratori; bisogna chiedersi perché così tanti lavoratori del turismo restino poveri anche quando lavorano.

Il part-time involontario è uno dei nodi centrali. Non è una scelta di conciliazione, ma una condizione imposta dall’organizzazione del lavoro. Poche ore contrattuali, disponibilità ampia, turni variabili, salari compressi. In molti casi il lavoro richiede presenza, flessibilità e adattamento, ma non restituisce stabilità economica.

È un paradosso tipico dei servizi: il lavoratore deve essere sempre disponibile, ma il reddito resta insufficiente.

A questo si aggiunge il peso degli appalti. Pulizie, mense, ristorazione collettiva, servizi ausiliari e multiservizi sono spesso collocati in catene contrattuali dove il costo del lavoro diventa la principale leva di competizione. Quando la gara si vince comprimendo il prezzo, la pressione ricade sulle persone: meno ore, meno salario, più intensità, meno continuità.

“Grottammare” by Massimo Frasson is licensed under CC BY-SA 2.0.

È qui che il lavoro povero smette di essere un effetto collaterale e diventa una componente del sistema.

Il divario territoriale conferma la frattura del Paese. Nel Mezzogiorno l’incidenza del lavoro povero si avvicina al 60% nell’insieme dei settori analizzati, mentre nel turismo del Sud e delle Isole supera l’80%. La geografia del turismo italiano, quindi, non coincide automaticamente con una geografia della ricchezza per chi ci lavora.

Le aree che vivono di stagioni, flussi, spiagge, città d’arte e ristorazione possono produrre economia senza garantire redditi dignitosi a una quota enorme di addetti.

C’è poi un divario di genere molto marcato. Nei settori analizzati, le donne sono più esposte alla povertà lavorativa degli uomini. Nei servizi, secondo Filcams, le lavoratrici in condizione di povertà salariale sono il 56,75%, contro il 37,25% degli uomini.

È un dato che parla di lavori femminilizzati, di cura esternalizzata, pulizie, ristorazione collettiva, part-time obbligato, orari incompatibili con la vita privata e salari bassi. Non è solo una questione di busta paga: è una questione di autonomia.

La povertà lavorativa ha effetti che vanno oltre il reddito annuale. Significa non riuscire a pagare un affitto senza aiuti, rinviare cure, non programmare ferie, non poter sostenere imprevisti, dipendere dalla famiglia, accettare turni peggiori per non perdere ore.

Significa anche costruire pensioni future povere, perché contributi bassi e carriere discontinue producono fragilità che si trascina nel tempo.

Il turismo italiano si regge spesso su questa disponibilità permanente e sottopagata. Camere rifatte in fretta, cucine aperte nei giorni festivi, colazioni servite all’alba, pulizie invisibili, reception, stabilimenti, mense, logistica, ristorazione. Sono lavori essenziali al funzionamento dell’esperienza turistica, ma restano ai margini della narrazione pubblica.

Si celebra il visitatore, si celebra la destinazione, si celebra il record. Molto meno si guarda alla qualità del lavoro che rende possibile tutto questo.

È per questo che il tema dei contratti nazionali diventa decisivo. Filcams lega il contrasto al lavoro povero alla tenuta della contrattazione, ai rinnovi, alla rappresentanza e alla capacità di impedire che la competizione tra imprese passi dalla compressione del salario.

Il salario minimo legale può essere parte del dibattito, ma in questi settori il problema riguarda anche orari, continuità, appalti, classificazioni, turni, maggiorazioni, stagionalità, controlli.

La crescita del turismo non può essere misurata soltanto in presenze. Se un albergo è pieno, un ristorante lavora, una città d’arte incassa e una località balneare registra numeri record, ma chi lavora in quella filiera resta sotto la soglia di povertà, allora il successo è parziale. O, peggio, è costruito su una distribuzione squilibrata del valore.

L’Italia ha bisogno di turismo, ma non di un turismo che produce lavoratori poveri. Ha bisogno di un settore capace di competere sulla qualità, non sulla fragilità di chi serve ai tavoli, pulisce camere, prepara pasti, gestisce flussi, tiene aperti servizi e strutture. Perché un’economia che chiama “occupazione” un lavoro che non permette di vivere sta solo cambiando nome alla povertà.

Il vero problema non è che mancano lavoratori al turismo. È che troppo spesso, nel turismo, manca un lavoro capace di garantire dignità.

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