Da più di tre settimane, ogni sera, decine di migliaia di persone risalgono il grande viale monumentale di Tirana e si fermano sotto le finestre dell’ufficio del primo ministro. La protesta è nata per una cosa precisa: un resort di lusso da quattro miliardi di dollari, firmato dalla società di Jared Kushner, Affinity Partners, con Ivanka Trump e i fratelli miliardari qatarioti Al-Khayyat, da costruire tra l’isola di Sazan e l’area umida protetta di Vjosa-Narta, dove nidificano fenicotteri, pellicani dalmati, tartarughe e foche monache.
Da quella scintilla si è acceso un movimento più ampio, alimentato da anni di rabbia contro corruzione, opacità amministrativa e concessioni generose agli investitori stranieri. Lo chiamano “rivoluzione dei fenicotteri”, ma lo slogan sui cartelli non parla di uccelli: L’Albania non è in vendita.
Chi scende in piazza a tirana non chiede soltanto di salvare una laguna. Chiede le dimissioni e il processo penale per il socialista Edi Rama, al potere dal 2013, e contesta un intero modello di paese: la costa trasformata in vetrina immobiliare per miliardari globali mentre la sanità pubblica resta allo stremo. È una piazza di studenti, agricoltori, ambientalisti, famiglie, e di migliaia di albanesi della diaspora rientrati in colonna dal Regno Unito, dalla Francia e dalla Germania apposta per esserci.
Il dettaglio che smonta la lettura “destra contro sinistra” lo mette quasi nessuno in prima fila: sul progetto sono d’accordo tanto il partito di Rama quanto l’opposizione di destra di Sali Berisha. La piazza non si oppone a un governo, ma a un blocco — l’intera classe dirigente compattata attorno alla stessa idea estrattiva di sviluppo.
È questo che la rende antisistema, e che la avvicina a un precedente che i manifestanti conoscono: in Serbia, nel 2025, le proteste hanno fatto saltare un altro progetto immobiliare di Kushner a Belgrado e portato all’incriminazione di funzionari pubblici. Non una rivolta ambientalista, ma un pezzo di una più larga reazione balcanica contro la cattura dello Stato da parte dell’incrocio fra capitale globale e potere locale.
La difesa di Rama, e ciò che ammette
Rama respinge tutto: nega di essere “il padrino”, sostiene che l’investimento è lecito e privo di collegamenti con le inchieste in corso. Ma due punti della sua difesa pesano più dell’accusa.
Il primo è un’ammissione: non esiste ancora un progetto definitivo depositato presso le autorità. L’Albania, cioè, discute un’opera di enorme impatto in un’area protetta senza sapere ancora cosa sarà, mentre Bruxelles chiede a Tirana di astenersi da azioni che violino le direttive ambientali e compromettano il percorso europeo.
Il secondo è la risposta sulla redistribuzione, che Rama liquida come “stronzata ideologica”: un investimento di quella portata, dice, porta reddito a tutti perché il paese ne trae profitto. È la confessione del modello — lo sviluppo come rendita che scende dall’alto, non come politica pubblica.
Più rivelatrice ancora è una frase contenuta in un’intervista al Financial Times: il riciclaggio “fa parte della nostra economia, ma non è un problema così grave”, con il paragone a Londra. Detta da un capo di governo, è la normalizzazione a verbale di un’economia in cui il confine fra capitale pulito e sporco viene tenuto deliberatamente sfocato.
Lì si innesta il nodo concreto. Artur Shehu, doppio cittadino USA-Albania residente a Miami e oggi indagato, nel 2025 ha venduto un terreno vicino alla riserva dei fenicotteri ad Albania Land Development, società collegata al progetto Kushner; i pubblici ministeri hanno congelato 128 milioni di euro in attesa delle indagini. Rama insiste: nessun legame.
Ma la domanda non è se Kushner sia “pulito” — non lo sappiamo e non si può affermarlo. La domanda è strutturale: il capitale più legittimo del mondo, una famiglia presidenziale americana, entra esattamente nel punto in cui Rama stesso ammette che l’economia gira sul riciclaggio. Non corrompe l’Albania: ne ripulisce la reputazione.
Quanto al resto — la “guerra ibrida”, il “ciclone digitale” in cui l’Albania sarebbe finita, la mano dell’Iran — va trattato per quello che è: lo schema con cui un potere delegittima il dissenso interno trasformandolo in complotto esterno. Rama non smentisce i fatti, ne sposta il movente.

Ma soprattutto: gli hub
Per un lettore italiano il conto con Rama si apre altrove. Il 6 novembre 2023 Rama firma con Giorgia Meloni il protocollo che autorizza l’Italia a costruire in Albania due strutture sotto giurisdizione italiana: Shëngjin per gli sbarchi, Gjadër come centro di trattenimento. Il piano originario prevedeva fino a 3.000 persone al mese, per un massimo di 36.000 l’anno.
È fallito sul piano per cui era nato. I trattenimenti dei migranti soccorsi in mare non sono stati convalidati dai giudici di Roma, perché paesi come l’Egitto e il Bangladesh non potevano essere riconosciuti “sicuri”; dall’aprile 2025 Gjadër funziona solo come CPR, dove vengono trasferite persone già detenute in Italia.
Una dotazione potenziale di quasi 400 milioni di euro tra il 2024 e il 2026 per un meccanismo che l’opposizione definisce un paradosso costoso: trasferire migranti in Albania per poi riportarli in Italia. All’inizio del 2026 il governo ha accelerato — oltre 90 persone trattenute, il numero più alto dall’apertura del centro — con casi documentati di autolesionismo e di trasferimenti forzati ripetuti.
Poi il salto di scala, ed è qui che la storia diventa europea. Il nuovo Patto UE su migrazione e asilo, applicabile da giugno 2026, ha introdotto i “return hub” e trasformato il modello Italia-Albania in standard normativo per l’intera Unione, con detenzione amministrativa fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei.
Ad aprile 2026 l’avvocato generale della Corte di giustizia UE ha giudicato il protocollo compatibile con il diritto europeo, purché i diritti dei migranti siano pienamente tutelati: parere non vincolante, sentenza ancora attesa. Tirana intanto manda segnali ambigui — il ministro degli Esteri Hoxha dice che l’accordo non sarà rinnovato perché l’Albania entrerà nell’UE, mentre Rama ribadisce la continuità.
Qui il cerchio si chiude. Un premier socialista ha costruito, insieme a un governo di destra italiano, il prototipo che la destra europea ha appena codificato come norma comune. Non è un incidente: è la posizione della socialdemocrazia europea oggi.
Rama, in questo, non è l’eccezione ma il caso limite. La Danimarca di Mette Frederiksen ha fatto proprie da anni le ricette di respingimento della destra, dall’ambizione dei “zero richiedenti asilo” alla linea dura su cittadinanza e “società parallele”. Keir Starmer ha inseguito Nigel Farage sul terreno dell’immigrazione, fino alla formula dell'”isola di estranei” e a un libro bianco più restrittivo, e si è dimesso il 22 giugno, travolto comunque da Reform UK.
Pedro Sánchez è assediato dalle inchieste — la condanna in primo grado di José Luis Ábalos a 24 anni e 3 mesi per corruzione è reale e pesantissima — ma qui serve precisione: le accuse alla moglie e al fratello del premier nascono da denunce di Manos Limpias, organizzazione il cui fondatore è un ex candidato neofranchista, e sono ritenute pretestuose da molti osservatori. Confondere i due piani significa fare il lavoro di chi quelle denunce le ha depositate.
Il filo, dunque, non è “la sinistra è corrotta o incapace”. È che la socialdemocrazia europea ha smesso di avere un terreno proprio: governa su quello della destra — sui migranti prima di tutto — e in cambio incassa sfiducia e crollo elettorale. Rama è il punto in cui questa resa diventa architettura: centri, muri, giurisdizioni esportate. Il resort dei fenicotteri e gli hub di Gjadër raccontano lo stesso paese — una costa e una frontiera messe a reddito per conto di interessi altrui — e lo stesso cedimento di una sinistra che non sa più dire di no.
Resta la piazza
Ogni sera, sotto le finestre di Rama, decine di migliaia di persone continuano a chiedere le dimissioni e a difendere una laguna e una costa che non vogliono vedere convertite in rendita. È un dato da registrare con freddezza: l’unico gesto riconoscibilmente di sinistra in questa storia — opporsi alla vendita di un bene comune — non lo compie nessun partito, né quello socialista di Rama né le socialdemocrazie che governano altrove. Lo compiono dei cittadini, contro un premier socialista, reggendo sagome di fenicottero. Il “non siamo in vendita” è rimasto in campo, ma fuori dai palazzi.



