La casa che fa ammalare di povertà (6/6)

Un terzo di chi si rivolge alla Caritas vive una qualche forma di disagio abitativo. Ma la casa non è solo una conseguenza della povertà: ne è sempre più una causa. E quando il problema abitativo si somma alla sofferenza mentale, la trappola si chiude

Per molto tempo si è pensato alla casa come a un effetto della povertà: prima si diventa poveri, poi si perde l’alloggio. Il Report Caritas 2026 mostra che il rapporto si è rovesciato, o quantomeno è diventato circolare.

La casa — il suo costo, la sua precarietà, la sua assenza — è oggi uno dei principali meccanismi attraverso cui la povertà si produce e si cronicizza. Non è il punto d’arrivo della caduta. È sempre più spesso il punto di partenza.

I numeri inquadrano il fenomeno. La vulnerabilità abitativa riguarda complessivamente il 34,9 per cento delle persone accompagnate dalla rete: oltre un terzo. Il dato si compone di due forme distinte, che il report tiene giustamente separate.

Da un lato il 23,1 per cento vive una grave esclusione abitativa — senza tetto, senza casa, in sistemazioni insicure o inadeguate. Dall’altro l’11,8 per cento ha una casa ma non riesce a sostenerla: arretrati d’affitto, bollette impagate, spese che superano le entrate. Sono due povertà diverse, con due volti diversi.

La prima colpisce soprattutto uomini, giovani adulti, stranieri, persone sole prive di reti familiari. La seconda riguarda soprattutto famiglie con figli, persone separate o divorziate, nuclei che hanno ancora una stabilità residenziale ma la stanno perdendo sotto il peso dei costi.

Il confronto con la popolazione generale misura l’intensità del fenomeno. Secondo i dati Istat richiamati dal report, la grave deprivazione abitativa riguarda il 6,6 per cento della popolazione, il sovraccarico dei costi dell’abitazione circa il 5 per cento, la povertà energetica il 9,1.

Tra le persone seguite dalla Caritas queste percentuali esplodono: il disagio abitativo è molto più diffuso, segno che la casa è uno dei terreni dove la disuguaglianza sociale si manifesta nel modo più crudo.

C’è un dato, in particolare, che obbliga a ripensare la direzione del nesso causale. Tra le persone in grave esclusione abitativa, quasi due terzi — il 63,3 per cento — presentano almeno tre ambiti di bisogno contemporaneamente, contro il 26,4 per cento di chi ha solo difficoltà di gestione dell’alloggio e il 15,3 per cento di chi non ha problemi di casa.

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Detto altrimenti: perdere la casa non è una disgrazia che si aggiunge alle altre, è una disgrazia che le moltiplica. Lo stesso report lo annota con un punto interrogativo intellettualmente onesto, chiedendosi se il disagio abitativo «tende ad accompagnarsi (o a causare?)» le altre forme di fragilità.

È una domanda che resta aperta — e va trattata come tale, senza forzare la correlazione in un nesso di causa che i dati non dimostrano. Ma la mole di chi, perso l’alloggio, precipita simultaneamente nel lavoro, nella salute, nella solitudine, suggerisce che la casa funzioni come uno snodo: finché si tiene, le altre fragilità restano governabili; quando salta, tracimano tutte insieme.

È qui che la questione abitativa incrocia quella sanitaria, e in particolare la sofferenza mentale — l’altro grande moltiplicatore che il report fa emergere. Se tra chi ha una qualunque fragilità sanitaria il 59,7 per cento cumula tre o più ambiti di bisogno, tra chi soffre di un disturbo mentale la quota balza al 79,9 per cento.

Quasi otto persone su dieci con una sofferenza psichica vivono dentro un groviglio di almeno tre povertà diverse. È il livello di complessità più alto registrato dall’intero report. E non è difficile vedere come casa e mente si alimentino a vicenda: la precarietà abitativa logora la salute psichica, e la sofferenza mentale rende quasi impossibile difendere o ricostruire una condizione abitativa stabile.

È un circuito che si chiude su sé stesso, e da cui — lo confermano i tempi di presa in carico, più lunghi della media per chi ha fragilità sanitarie e mentali — si esce raramente.

Il report introduce, per descrivere questi grovigli, un concetto che merita di entrare nel lessico pubblico: la deprivazione cumulata. Non la semplice somma di più svantaggi, ma la loro interazione, che genera «effetti complessivi più gravi della semplice somma delle singole difficoltà».

Tre problemi che si sommano non fanno tre: fanno molto di più, perché ciascuno aggrava gli altri e ne ostacola la soluzione. La casa, in questo meccanismo, è spesso il primo domino che cade.

C’è infine una dimensione che impedisce di leggere tutto questo come un problema delle sole grandi città. Il censimento Istat-Fio.PSD del gennaio 2026 ha contato 10.037 senza dimora nei quattordici comuni capoluogo delle città metropolitane; nelle stesse aree la Caritas ne ha intercettati, nelle categorie più gravi, quasi 7.900 — circa l’ottanta per cento del totale censito, prova di una capacità di intercettazione notevole.

Ma sull’intero territorio nazionale la rete ha incontrato oltre 24 mila persone tra senza tetto e senza casa: le 7.900 metropolitane sono meno di un terzo. Gli altri due terzi stanno nelle città medie, nei piccoli centri, nei territori interni — meno visibili nel dibattito pubblico, meno fotografati, ma altrettanto reali.

La povertà abitativa non è un fenomeno urbano da cartolina della metropoli. È diffusa, capillare, e in gran parte fuori campo. Esattamente come la casa che manca: non si vede, finché non manca a te.

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