Tra chi chiede aiuto alla Caritas, il 24 per cento ha un impiego. È il segno di una trasformazione che ha radici lunghe trent’anni: il salario italiano, unico in Europa, ha smesso di crescere mentre altrove aumentava di un terzo. Il lavoro povero non è un’anomalia. È un esito di sistema
C’è un dato, nel Report Caritas 2026, che da solo demolisce uno dei pilastri della retorica novecentesca sul lavoro: tra le persone che chiedono aiuto alla rete, il 24 per cento è occupato.
Non disoccupato, non inoccupato: ha un lavoro, e nonostante questo è abbastanza povero da bussare a un centro di ascolto.
Dieci anni fa la quota di occupati tra gli assistiti era del 13,3 per cento. Oggi è quasi raddoppiata.
La povertà sta cambiando volto: non è più soltanto la condizione di chi è escluso dal mercato del lavoro, ma sempre più spesso quella di chi nel mercato del lavoro è dentro, e ciò nonostante non ce la fa.
Il fenomeno ha un nome ormai consolidato — lavoro povero — e dimensioni precise. La condizione di chi lavora ma resta sotto la soglia di dignità economica colpisce, secondo il report, il 24 per cento degli assistiti, con punte ancora più alte nelle fasce centrali della vita lavorativa: il 31,7 per cento tra i 35-44enni, il 31 per cento tra i 45-54enni.
Non sono giovani all’inizio del percorso o anziani ai margini: sono adulti nel pieno dell’età produttiva, che lavorano e sono poveri. La Caritas li fotografa con precisione: in maggioranza stranieri (64 per cento), spesso con figli minori, per lo più con una casa in affitto che faticano a sostenere.
Gli uomini nell’edilizia, nella ristorazione, nel commercio ambulante, nei lavori saltuari; le donne nel lavoro domestico e di cura, come colf e badanti. Settori a bassa qualifica, alta precarietà, forte frammentazione contrattuale.
Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna alzare lo sguardo dal dato annuale e guardare la traiettoria lunga del salario italiano. Ed è qui che il quadro diventa impietoso.
Secondo i dati OCSE, tra il 1991 e il 2023 i salari reali in Italia sono cresciuti appena dell’1 per cento, a fronte di una crescita media nell’area OCSE del 32,5 per cento.
Trentadue anni in cui, mentre nel resto dei Paesi avanzati il potere d’acquisto delle retribuzioni aumentava di quasi un terzo, in Italia restava sostanzialmente fermo. E se si guarda all’intero arco 1990-2020, la fotografia è perfino più dura: secondo i dati Eurostat l’Italia risulta l’unico Paese dell’Unione europea ad aver registrato una variazione negativa dei salari reali.

Non un Paese che è cresciuto poco: l’unico che è andato indietro.
(Una precisazione doverosa, nello spirito di un dossier che pretende rigore: il Report Caritas attribuisce all’intervallo 1991-2023 un calo del 3,4 per cento. Il dato è impreciso. Quel −3,4 per cento si riferisce in realtà alla contrazione del triennio dell’inflazione, mentre sul lungo periodo 1991-2023 le fonti OCSE indicano una crescita prossima allo zero, +1 per cento.
La sostanza non cambia, anzi si rafforza: che i salari siano fermi da trent’anni mentre altrove crescevano di un terzo è una condanna non meno grave del fatto che siano leggermente arretrati. Ma le cifre, quando si fa advocacy, devono essere quelle giuste.)
Anche il periodo più recente conferma la diagnosi. Sempre secondo l’OCSE, dopo lo shock inflattivo del 2021-2022 i salari reali italiani hanno perso terreno più di quasi ovunque: l’Italia è risultata il peggior Paese dell’area euro e tra gli ultimi dell’intera area OCSE per recupero del potere d’acquisto, con la perdita concentrata — ed è questo che riguarda i poveri — proprio sui livelli retributivi più bassi, dove la flessione è stata la più severa.
Chi guadagnava poco ha perso di più. L’inflazione ha funzionato come una tassa regressiva, e il lavoro povero ne è il prodotto diretto.
Mettendo insieme i due piani — il dato Caritas sul 24 per cento di occupati e il dato OCSE sui salari fermi da trent’anni — si arriva alla conclusione che conta. Il lavoro povero non è un incidente, né l’effetto di una congiuntura sfortunata.
È l’esito prevedibile di un modello: bassa produttività, contrattazione che adegua i salari con anni di ritardo, copertura solo parziale dell’inflazione, diffusione di part-time involontario, precarietà e frammentazione contrattuale.
La Caritas lo dice senza giri di parole: «l’occupazione non rappresenta più automaticamente una protezione dal rischio di povertà». È una frase che andrebbe scolpita, perché ribalta un assunto su cui si è retto l’intero patto sociale del dopoguerra — lavora e ne uscirai. Per un italiano su quattro tra quelli che chiedono aiuto, lavorare non basta più.
Resta, sullo sfondo, la domanda che né il report né questo pezzo possono eludere: a chi conviene un mercato del lavoro così? La risposta, almeno in parte, sta in un dato che l’OCSE ha segnalato e che vale la pena ricordare: nel periodo in cui i salari reali ristagnavano, la quota dei profitti sul valore aggiunto cresceva.
Il reddito prodotto dal lavoro non è scomparso. Si è semplicemente spostato. E i 24 occupati poveri su cento che oggi siedono in un centro di ascolto Caritas sono la misura, in carne e ossa, di quello spostamento.



