Dove la povertà è più alta, la Caritas vede di meno (2/6)

Sepolto in una nota statistica del Report 2026 c’è un coefficiente che ribalta il modo in cui leggiamo questi dati: tra il rischio di povertà di una regione e il numero di famiglie che la rete prende in carico non c’è alcun legame. La mappa Caritas non misura il bisogno. Misura sé stessa

A pagina 12 del Report statistico nazionale 2026 della Caritas, sotto una tabella fitta di numeri, c’è una riga che quasi nessuno citerà. Recita: «R Pearson Famiglie assistite per mille residenti e Rischio di povertà: −0,263 Sig. 0,262». È gergo statistico, ed è precisamente per questo che passerà inosservato.

Ma quella riga contiene la più onesta autocritica che un’organizzazione di assistenza abbia messo nero su bianco da anni — e ribalta il modo in cui andrebbero letti tutti gli altri dati del report.

Spieghiamola in italiano. Il coefficiente di correlazione di Pearson misura quanto due fenomeni si muovono insieme: vale +1 se crescono in perfetto accordo, −1 se uno sale quando l’altro scende, 0 se non hanno relazione. La Caritas ha messo in relazione due cose che, intuitivamente, dovrebbero andare a braccetto: il rischio di povertà di ciascuna regione, calcolato dall’Istat, e quante famiglie quella regione prende in carico ogni mille residenti.

Ci si aspetterebbe un legame forte e positivo: più povertà, più persone assistite. Il risultato è invece −0,263, con una significatività di 0,262. Tradotto: nessun legame statisticamente affidabile. Anzi, per quel poco che il dato suggerisce, il segno è perfino rovesciato.

Le regioni dove la povertà ufficiale è più alta non sono quelle dove la rete intercetta più gente. La Sicilia ha un rischio di povertà del 38,4 per cento — il più alto d’Italia — ma assiste appena 4,17 famiglie ogni mille residenti. La Campania: rischio 32,8 per cento, presa in carico 3,55 per mille, il valore più basso del Paese. La Calabria: 35,6 per cento di rischio, 4,21 per mille.

All’estremo opposto, l’Emilia-Romagna ha un rischio di povertà del 6,7 per cento — tra i più bassi d’Italia — eppure assiste 9,55 famiglie ogni mille residenti, più del doppio della Sicilia. Le Marche, con un rischio del 12 per cento, arrivano a 13,4 per mille: il dato più alto in assoluto. La mappa della povertà e la mappa della presa in carico, semplicemente, non coincidono.

La Caritas lo riconosce, con una formula prudente: «non emerge una correlazione positiva tra il rischio di povertà e l’incidenza dei nuclei residenti presi in carico». E ne dà la spiegazione corretta: il numero di persone accompagnate non dipende dall’intensità del bisogno, ma «da una pluralità di fattori» — l’ampiezza e il tipo dei servizi, il grado di informatizzazione delle strutture, la disponibilità di volontari, la capillarità dei centri, e perfino elementi impalpabili come il capitale sociale, «il grado di fiducia» e le diverse culture territoriali del welfare.

“Miseria e Povertà” by Roby Ferrari is licensed under CC BY-SA 2.0.

In altre parole: la rete intercetta dove è attrezzata a intercettare. Dove ci sono più centri di ascolto, più volontari, sistemi informatici più rodati, lì compaiono più assistiti. Non perché lì ci sia più povertà — spesso ce n’è meno — ma perché lì c’è più Caritas.

È una conclusione che vale la pena pesare fino in fondo, perché tocca l’attendibilità dell’intero impianto. Significa che la geografia che emerge dal report — il Nord che assiste tanto, il Sud che assiste poco — non è la geografia della povertà italiana. È la geografia della rete Caritas.

Quando un giornale titolerà «in Lombardia 38 mila poveri, in Basilicata meno di 2 mila», starà fotografando la densità dei centri di ascolto, non la densità del disagio. La Basilicata ha un rischio di povertà del 21,9 per cento, tre volte quello emiliano; che compaia in fondo alle classifiche degli assistiti racconta soltanto che lì la rete è più rada.

C’è un’eccezione, e la Caritas la indica onestamente: la Sardegna, dove a un rischio di povertà elevato (26,1 per cento) corrisponde anche un’incidenza di presa in carico alta (10,08 per mille). Ma un’eccezione, in un quadro che per il resto mostra un coefficiente prossimo allo zero, conferma la regola anziché smentirla.

Tutto questo non significa che i dati Caritas siano inutili — al contrario. La rete coglie forme di povertà che le statistiche ufficiali non vedono: marginalità abitativa, vulnerabilità amministrativa, stranieri in transito, nuclei privi di residenza, quella che il report chiama povertà «invisibile», sfuggente alle indagini campionarie costruite sulla sola popolazione residente.

È un osservatorio prezioso proprio perché guarda dove l’Istat non arriva. Ma è un osservatorio, non un censimento. E un osservatorio mostra ciò che è messo nelle condizioni di vedere.

La lezione, per chi quei dati li usa, è secca: ogni cifra territoriale di questo report va letta come il prodotto di due fattori inseparabili — quanta povertà c’è e quanta rete c’è a guardarla. Confonderli significa scambiare la presenza della Caritas per la presenza dei poveri.

E nelle regioni dove i poveri sono di più e la rete è di meno — il Mezzogiorno — significa rendere statisticamente invisibili proprio coloro che avrebbero più bisogno di essere contati. Il che, come vedremo nel prossimo pezzo, è esattamente ciò che accade anche con lo Stato.

“Ricchezza e povertà” by Alice Barigelli is licensed under CC BY 2.0.