In dieci anni i poveri seguiti dalla Caritas sono cresciuti del 48 per cento. Ma il dato che pesa di più non è quanti sono: è da quanto tempo restano. La povertà in Italia ha smesso di essere un incidente e si è fatta condizione
C’è una parola che attraversa il Report statistico nazionale 2026 della Caritas senza mai essere scritta, eppure spiega tutto il resto: durata. Nel 2025 la rete ha accompagnato 282.539 persone — assimilabili ad altrettanti nuclei familiari, perché il sostegno risponde di norma ai bisogni dell’intera famiglia — attraverso 3.520 servizi distribuiti in 206 diocesi.
È il numero che troverete in tutti i lanci di agenzia. Ma preso da solo non dice niente. Diventa eloquente solo quando lo si guarda nel tempo: rispetto al 2024 l’aumento è contenuto, un +1,7%, mentre nel confronto con dieci anni fa la crescita è del 48 per cento. La curva, salita durante la pandemia e mai più ridiscesa, si è stabilizzata in alto. Non è un picco. È un nuovo livello del mare.
Il punto, però, non è la quantità. È la cronicità. Nel 2025 il 28,1 per cento delle persone seguite è in carico da almeno cinque anni: il valore più elevato registrato dal 2019. Quasi tre persone su dieci, dunque, vivono dentro un disagio che non si chiude, dal quale appare sempre più difficile uscire.
In alcune regioni la fotografia è ancora più netta: in Toscana il 45 per cento degli assistiti è seguito da almeno un quinquennio, in Basilicata il 36,7, in Liguria il 33,6, in Umbria il 31,6. Sono percentuali che descrivono non un’emergenza, ma una residenza stabile nella povertà.
C’è un secondo indicatore che racconta la stessa storia da un’altra angolazione, e forse è ancora più impietoso: il numero medio di incontri annui per persona. Nel 2012 era di poco superiore a quattro. Nel 2017 era salito a 6,6. Nel 2025 ha raggiunto gli 8,7 — un ulteriore scatto rispetto agli 8,2 dell’anno prima.
In poco più di un decennio si è praticamente raddoppiato. Tradotto: non solo le persone restano più a lungo, ma chiedono aiuto più spesso. La povertà non si limita a durare, si intensifica. Ogni persona pesa di più sulla rete, perché ogni persona ha più bisogno, più spesso, più a lungo.
Messi in fila, questi tre dati — il +48 per cento sul decennio, il 28,1 per cento di lunga durata, gli 8,7 incontri — compongono un quadro che la retorica dell’emergenza non sa più contenere. L’emergenza è, per definizione, una rottura temporanea di una normalità a cui si tornerà.
Ma quando una quota stabile e crescente di persone non torna indietro per cinque, dieci anni, la categoria stessa di emergenza perde senso. Come scrive la Caritas nell’introduzione firmata da don Marco Pagniello, “quando quasi tre persone su dieci restano dentro un disagio che dura a lungo, l’emergenza ha già cambiato nome ed è diventata condizione ordinaria”.

Il report adotta, per descrivere questo scenario, un termine che ha fatto fortuna negli ultimi anni: permacrisi. La parola — scelta dal Collins Dictionary come termine dell’anno nel 2022 — indica una condizione di turbolenza permanente generata dal succedersi e dall’intrecciarsi di shock diversi: pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica, inflazione, tensioni in Medio Oriente, frammentazione dell’economia globale, accelerazione tecnologica.
Non più il passaggio da una crisi all’altra, ma la vita dentro una crisi che non finisce. È una cornice utile, ma rischia di essere anche una comoda assoluzione: se tutto è permacrisi globale, allora nessuna scelta politica nazionale è davvero responsabile di nulla.
Conviene tenerlo a mente mentre si leggono i numeri, perché molti di questi numeri — come vedremo negli altri pezzi di questo dossier — non sono affatto il prodotto inevitabile di una turbolenza planetaria, ma di decisioni precise prese in Italia.
C’è poi un’avvertenza che la stessa Caritas pone, e che è bene anteporre a tutto il resto. Questi 282.539 non sono la povertà italiana. Sono la quota di povertà che bussa a una porta Caritas informatizzata e viene registrata. È una stima parziale, riferita ai soli centri informatizzati, pari a circa la metà dei servizi della rete secondo l’ultima mappatura.
Tutto ciò che non arriva al centro di ascolto — chi non sa, chi non osa, chi non ce la fa, chi vive troppo lontano da un servizio — resta fuori dal conteggio. I numeri di questo report, in altre parole, sono un pavimento, non una fotografia. La povertà vera sta sopra questa cifra, mai sotto.
Ed è esattamente per questo che la stabilizzazione in alto della curva è la notizia. Non perché i 282 mila siano tanti o pochi — quel giudizio dipende da quanta parte del fenomeno la rete riesce a vedere, e lo vedremo. Ma perché la forma della curva, il suo appiattirsi su un livello che dieci anni fa sarebbe parso un’anomalia, dice che la povertà ha cambiato natura prima ancora che dimensione.
Non è più una buca in cui si cade e da cui si risale. È un piano inclinato su cui si scivola e si resta.
Il report parla, a questo proposito, di vulnerabilità che “si sedimentano”. È il verbo giusto. Sedimentare è ciò che fanno i materiali che si depositano strato su strato e col tempo diventano roccia. La povertà italiana del 2025 è una povertà che sedimenta: non più liquida ed episodica, ma solida, stratificata, difficile da rimuovere.
E una povertà che è diventata roccia non si affronta con gli strumenti dell’emergenza — il pacco viveri, il sussidio una tantum, l’accoglienza notturna.
Si affronta, ammesso che lo si voglia, con politiche strutturali di pari durata: il lavoro, la casa, la salute, il reddito. Esattamente i terreni su cui — come raccontano i prossimi cinque pezzi di questo dossier — l’Italia ha scelto, negli ultimi anni, di fare meno.



