Servizi pubblici, metà lavoratori ha più di 50 anni

Secondo il Rapporto Lavoro 2026 di Utilitalia, realizzato con REF Ricerche e presentato al CNEL, nei servizi pubblici locali italiani un lavoratore su due ha più di 50 anni. Il rapporto analizza un campione di oltre 110 mila addetti nei settori dell’acqua, dell’energia, del gas e dell’igiene urbana.

L’occupazione cresce, soprattutto nei comparti idrico e ambientale, ma la forza lavoro invecchia: gli under 40 sono circa il 30 per cento del totale.

Il dato è importante. Ma ancora più importante è quello che lascia capire. La questione non è semplicemente che i lavoratori sono anziani. La questione è che il Paese arriva alla transizione ecologica e digitale senza aver costruito in tempo una rete formativa capace di portare giovani dentro i servizi essenziali.

Acqua, rifiuti, energia, depurazione, reti, manutenzioni, impianti, igiene urbana: sono i settori che dovrebbero reggere una parte decisiva del futuro italiano.

Sono quelli chiamati a modernizzare infrastrutture vecchie, ridurre perdite idriche, digitalizzare reti, gestire nuovi impianti, affrontare crisi climatiche, rendere più efficiente la raccolta dei rifiuti, accompagnare la trasformazione energetica.

Eppure proprio lì il ricambio generazionale è debole. Il rapporto segnala una contraddizione: le aziende assumono, il lavoro cresce, i contratti migliorano, ma i giovani restano pochi. La lettura più comoda è dire che i ragazzi non guardano a questi settori, che preferiscono il digitale, la consulenza, le grandi aziende tecnologiche, l’estero.

È vero solo in parte. Prima di chiedersi perché i giovani non arrivino, bisognerebbe chiedersi chi li ha cercati, orientati, formati e accompagnati.

Per anni i servizi pubblici locali sono rimasti fuori dall’immaginario del lavoro qualificato. Si è parlato molto di startup, intelligenza artificiale, finanza, marketing digitale, grandi gruppi internazionali.

Molto meno di tecnici delle reti idriche, operatori ambientali specializzati, manutentori di impianti, esperti di depurazione, profili per reti elettriche intelligenti, figure capaci di leggere dati ambientali e trasformarli in gestione concreta del territorio.

Il risultato è che oggi si piange sull’età media, ma non si può fingere sorpresa. Se metà dei lavoratori ha più di 50 anni, il problema non è nato ieri. Si vedeva da anni.

Bastava guardare le anagrafi aziendali, i pensionamenti previsti, la difficoltà di reperire profili tecnici, il divario tra scuola e lavoro. Bastava costruire per tempo una filiera stabile tra scuole tecniche, istituti professionali, ITS, università, aziende pubbliche locali e territori.

Quella filiera, invece, è rimasta troppo debole. Non significa che non esistano esperienze positive. Significa che non sono diventate sistema.

La formazione per i nuovi servizi pubblici avrebbe dovuto essere una politica industriale nazionale: orientamento nelle scuole, laboratori, apprendistati seri, stage non decorativi, borse per profili tecnici, accordi strutturali con le utility, percorsi di carriera visibili, formazione continua per chi entra e per chi già lavora.

Invece abbiamo raccontato la transizione ecologica come un grande piano di investimenti, non come una grande domanda di mestieri.

È qui che il rapporto Utilitalia-REF diventa più interessante di quanto dica apertamente. Non fotografa solo un settore anziano. Fotografa una mancanza di programmazione. Il Paese ha parlato per anni di reti intelligenti, economia circolare, decarbonizzazione, resilienza climatica.

Ma non ha dato abbastanza corpo sociale a quelle parole. Non ha formato abbastanza persone per farle funzionare.

Perché la transizione non si fa con gli slogan. Si fa con chi sale su un impianto, ripara una perdita, gestisce un depuratore, controlla una cabina elettrica, guida un mezzo per la raccolta, programma un sensore, analizza consumi, interviene su una rete.

Sono lavori concreti, spesso invisibili. E proprio per questo essenziali.

Quando mancano giovani nei servizi pubblici, il problema non resta dentro le aziende. Arriva ai cittadini. Se non c’è ricambio, peggiorano manutenzioni, tempi di intervento, qualità dei servizi, sicurezza degli impianti.

La crisi generazionale può diventare crisi del servizio: acqua che si perde, rifiuti gestiti male, reti più fragili, impianti meno efficienti, bollette più alte per correggere in ritardo ciò che non è stato programmato.

Questa è la parte sociale della notizia. Il rapporto dice che l’occupazione cresce. Bene. Ma crescere non basta, se il settore non diventa attrattivo per chi oggi deve scegliere un percorso professionale. Un ragazzo non entra in una filiera che non conosce.

Una ragazza non sceglie un mestiere tecnico se nessuno glielo presenta come possibilità reale. Un laureato STEM non sceglie una utility locale se vede percorsi più rapidi, stipendi migliori, carriere più leggibili altrove.

Il tema non è convincere i giovani con qualche benefit in più. Il tema è ricostruire il patto tra servizi pubblici e formazione.

Le aziende devono uscire dall’invisibilità. Le scuole devono smettere di orientare solo verso carriere astratte o di moda. La politica deve capire che ogni piano industriale su acqua, rifiuti ed energia ha bisogno di persone, non solo di fondi.

I territori devono tornare a considerare i servizi pubblici come luoghi di lavoro qualificato, non come apparati vecchi da cui stare lontani.

Il ricambio generazionale non si improvvisa quando i lavoratori cominciano ad andare in pensione. Si costruisce dieci anni prima.

Per questo il dato degli over 50 non è solo un allarme demografico. È il conto di una disattenzione. Abbiamo preparato piani per la transizione, ma non abbastanza apprendisti della transizione. Abbiamo finanziato infrastrutture, ma non abbastanza percorsi per chi dovrà gestirle.

Abbiamo detto ai giovani che il futuro era verde e digitale, ma non abbiamo spiegato loro che quel futuro passa anche da acquedotti, impianti, reti elettriche, raccolta rifiuti e manutenzione.

Adesso il settore scopre di avere bisogno di loro. Ma i giovani non si convocano all’ultimo momento. Si formano, si orientano, si pagano, si rispettano. E soprattutto si aspettano con una porta già aperta.