Ci avevano detto che il POS obbligatorio avrebbe fatto emergere l’economia sommersa. Che tracciare i pagamenti avrebbe ridotto l’evasione fiscale. Che il contante era il nemico del fisco e che combatterlo significava combattere i furbi. Era il 2014 quando l’obbligo fu introdotto per la prima volta, e il 2022 quando le sanzioni per chi non si adeguava diventarono effettive.
Nel mezzo, anni di dibattiti, resistenze, polemiche — e alla fine la digitalizzazione dei pagamenti ha davvero preso piede. I numeri lo confermano: nel 2024 si sono contate 1,7 miliardi di transazioni con carta sotto i 50 euro, sei volte di più rispetto al 2020. Dal 1° gennaio 2026 è scattato anche l’obbligo di collegamento tra registratori di cassa e terminali POS, in modo che ogni pagamento corrisponda a uno scontrino verificabile in tempo reale dall’Agenzia delle Entrate.
Lo Stato vede di più. Ma l’evasione fiscale non è diminuita in modo proporzionale. E i motivi spiegano molto su chi questo sistema tutela davvero — e chi invece sorveglia.
I numeri che non tornano
Nel 2024 l’Agenzia delle Entrate ha accertato 72,3 miliardi di euro di evasione fiscale tramite controlli. Di questi, il recupero effettivo si è fermato a 12,8 miliardi — il 17,7% di quanto accertato. Quando l’accertamento si traduce in cartella esattoriale — la fase della riscossione coattiva, quella in cui lo Stato cerca di recuperare da chi non paga volontariamente — il tasso di incasso crolla al 3,1%: su 40,7 miliardi iscritti a ruolo nel 2024, sono stati recuperati appena 1,3 miliardi.
L’Agenzia delle Entrate può vantare un totale di 26,3 miliardi recuperati nell’anno, record storico, ma quella cifra include i versamenti spontanei dei contribuenti dopo avvisi e lettere di compliance — non l’evasione dura, quella che finisce in cartella. Le cartelle fiscali pendenti in Italia equivalgono al 180,8% delle entrate nette complessive dello Stato — la media europea è il 30,7%.
Non è un problema di individuazione dell’evasione. È un problema di riscossione, che esiste indipendentemente da quanti POS vengono installati.
Il tax gap dell’IVA — la differenza tra quello che dovrebbe essere pagato e quello che viene effettivamente versato — è ancora tra i più alti d’Europa: 26 miliardi di euro l’anno, con un’incidenza del 20,8%. Solo Malta e Romania fanno peggio. E questo nonostante anni di fatturazione elettronica obbligatoria, nonostante l’obbligo del POS, nonostante i miliardi investiti nella digitalizzazione fiscale.
Chi evade e come
La narrativa politica sull’evasione ha un problema di onestà. Meloni, in campagna elettorale, ha detto che il problema vero sono le “big company, le banche, le frodi sull’IVA” — non i piccoli commercianti a cui lo Stato chiede il “pizzo”.
I dati del Ministero dell’Economia smentiscono questa narrazione: la quota maggiore dell’evasione italiana viene dai lavoratori autonomi e dal piccolo commercio, attraverso quella che gli economisti chiamano “evasione con consenso”. Il meccanismo è semplice: il commerciante non emette lo scontrino, l’acquirente paga meno perché l’IVA non viene applicata, entrambi ci guadagnano nel breve periodo e lo Stato ci perde.
È un accordo tacito, diffusissimo, che coinvolge milioni di italiani. Ma c’è una domanda che i dati da soli non rispondono: chi sono questi milioni di italiani? Sono in larga parte persone a basso e medio reddito — artigiani, commercianti di vicinato, lavoratori autonomi con margini stretti — e consumatori che non riescono ad assorbire prezzi che includono IVA, contributi, spese fiscali. L’evasione con consenso non è una scelta di furbizia.
È spesso una strategia di sopravvivenza in un sistema fiscale che pesa in modo sproporzionato su chi non ha gli strumenti per ottimizzarlo legalmente.

I grandi evasori funzionano diversamente. Le frodi carosello — reti di società fantasma che importano merci senza pagare IVA per poi rivenderle con l’imposta mai versata — operano su scala industriale: solo un caso scoperto a Prato nel 2025 ha riguardato 42,8 milioni di euro di IVA evasa su 1.700 veicoli importati dalla Germania in cinque anni.
Le multinazionali che spostano i profitti verso paradisi fiscali non usano contanti e non hanno mai avuto bisogno di rifiutare il POS. Usano strutture societarie complesse, prezzi di trasferimento, holding in Lussemburgo o Irlanda. Strumenti che non lasciano tracce nei registratori di cassa italiani e che nessuna norma sul POS può intercettare.
La sorveglianza selettiva
Il collegamento obbligatorio tra cassa e POS introdotto nel 2026 fa una cosa precisa: rende impossibile per il piccolo commerciante battere uno scontrino per un importo inferiore al pagamento ricevuto, o non battere affatto.
Ogni incongruenza è immediatamente visibile all’Agenzia delle Entrate. È un sistema di sorveglianza capillare sul micro-commercio — il bar, il parrucchiere, il fruttivendolo, il meccanico di quartiere.
Sullo stesso piano non esiste niente di paragonabile per chi evade in grande. Il recupero del 3,1% dalle riscossioni coattive non è un dato tecnico — è la fotografia di un sistema che sa dove sta l’evasione strutturale ma non riesce o non vuole riscuotere davvero.
Le cartelle pendenti che equivalgono al 181% delle entrate nette non sono lì per caso: sono il risultato di decenni di condoni, pace fiscali, rateizzazioni infinite, prescrizioni. Ogni governo ha trovato più conveniente fare condoni periodici ai grandi debitori fiscali che costruire una riscossione efficace.
Il risultato è un sistema a doppia velocità: sorveglianza digitale totale sul piccolo nero quotidiano, impunità sostanziale per la grande evasione strutturale. Il POS ha reso visibile chi prima era invisibile — ma solo la parte più piccola e più povera dell’invisibilità fiscale italiana.
Quello che rimane fuori
C’è un ultimo dato che completa il quadro. Dal 2018 al 2024 il tax gap complessivo è sceso dal 19,6% al 17%. Un miglioramento reale, che la Commissione europea riconosce. Ma su 72 miliardi accertati nel 2024, 59 rimangono non riscossi. E le cartelle accumulate nel tempo formano una montagna da migliaia di miliardi che nessuno riscuoterà mai davvero.
Il POS obbligatorio ha cambiato le abitudini di pagamento degli italiani. Ha aumentato la tracciabilità delle transazioni quotidiane. Ha reso più difficile il piccolo nero del bar e del mercato rionale. Non ha scalfito la struttura profonda dell’evasione italiana, che vive in una dimensione dove i contanti non servono — servono i commercialisti.



