La fame è diventata un’arma di guerra

Non si bombarda solo una caserma. Si bombarda un mercato. Non si colpisce solo una strada militare. Si distrugge un campo coltivato, un pozzo, un camion di aiuti, un deposito di farina. Nelle guerre contemporanee la fame non è più soltanto una conseguenza del conflitto: sempre più spesso diventa uno strumento.

Dal 2018, anno in cui il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione 2417 contro l’uso della fame come metodo di guerra, sono stati documentati oltre 21mila episodi di violenza legata al cibo in quindici Paesi. La raccolta dati di Insecurity Insight registra attacchi contro mercati, terreni agricoli, infrastrutture idriche, reti di distribuzione e operatori coinvolti negli aiuti alimentari.

La risoluzione 2417, adottata nel maggio 2018, condanna esplicitamente l’uso della fame dei civili come metodo di guerra e richiama gli Stati al rispetto del diritto internazionale umanitario, compresa la protezione dei beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile.

Il problema è che quella condanna è rimasta spesso senza conseguenze. Secondo Insecurity Insight, il monitoraggio degli episodi di violenza contro i sistemi alimentari serve proprio a mostrare come il conflitto produca fame non solo in modo indiretto, ma attraverso azioni precise: bruciare raccolti, impedire l’accesso agli aiuti, colpire mercati, distruggere infrastrutture idriche, rendere pericoloso procurarsi cibo.

I casi più gravi si concentrano in contesti già devastati dalla guerra. Territori palestinesi occupati, Yemen, Sudan, Siria e Mali risultano tra le aree con più episodi registrati. Nel Sudan, dove il conflitto tra esercito e Forze di supporto rapido ha distrutto intere filiere agricole e umanitarie, quasi 19,5 milioni di persone affrontano livelli acuti di insicurezza alimentare; oltre 825mila bambini sono a rischio di morte per malnutrizione grave nel 2026, secondo Wfp, Fao e Unicef.

Il cibo diventa così un campo di battaglia. Se un mercato viene colpito, non muoiono solo le persone presenti. Muore anche la possibilità di comprare pane, verdure, cereali, medicine. Se un campo non può essere coltivato, la fame arriva mesi dopo. Se un pozzo o un sistema di irrigazione vengono distrutti, la guerra continua anche quando i bombardamenti si fermano.

Foto UNRWA by Shareef Sarhan CC BY-SA 3.0 IGO

Il Global Report on Food Crises 2026 conferma che l’insicurezza alimentare acuta resta a livelli allarmanti: nel 2025 ha colpito 266 milioni di persone nei Paesi e territori analizzati. Oltre l’80% delle persone in grave insicurezza alimentare vive in contesti di crisi protratte, dove il conflitto è il principale fattore, seguito da eventi climatici estremi e shock economici.

La fame colpisce tutti, ma non tutti allo stesso modo. Le donne sono spesso costrette a percorrere distanze maggiori per trovare cibo, esponendosi a violenze e abusi. Nei nuclei familiari poveri mangiano meno per lasciare qualcosa ai figli. I bambini, senza cibo sufficiente, non perdono solo peso: perdono scuola, crescita, difese immunitarie, sviluppo cognitivo.

Anche l’accesso agli aiuti è diventato mortale. In diversi conflitti, civili sono stati uccisi o feriti mentre cercavano cibo, acqua o assistenza. La fame non è più soltanto assenza di alimenti: è una geografia della paura. Vuol dire dover scegliere se restare senza mangiare o mettersi in fila in un luogo che può essere bombardato.

Il paradosso è che il diritto internazionale ha già un linguaggio per tutto questo. La fame deliberata dei civili è vietata. Gli aiuti umanitari non dovrebbero essere ostacolati. I beni essenziali alla sopravvivenza non dovrebbero essere presi di mira. Eppure la distanza tra norma e realtà continua ad allargarsi.

Per questo parlare di “crisi alimentare” a volte non basta. In molte guerre la fame non cade dal cielo: viene organizzata. È il risultato di assedi, blocchi, bombardamenti, saccheggi, sfollamenti forzati, distruzione dei raccolti e criminalizzazione degli aiuti.

La povertà estrema, in questi contesti, non è una condizione naturale. È fabbricata dalla guerra. E quando il cibo diventa un’arma, la vittima non è soltanto chi muore di fame, ma un’intera società privata della possibilità di sopravvivere.

Foto Unrwa