Il civile è il vero campo di battaglia

Un civile ucciso ogni quattordici minuti. La formula è talmente precisa da sembrare astratta. Un quarto d’ora: il tempo di una telefonata, di una sigaretta, di un tratto in metropolitana, di un caffè bevuto male. Nel frattempo, da qualche parte, una persona che non stava combattendo viene uccisa dentro una guerra.

Il dato è stato portato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite da Edem Wosornu, direttrice delle operazioni e advocacy dell’OCHA, l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari. Nel 2025, secondo il rapporto del Segretario generale sulla protezione dei civili nei conflitti armati, le Nazioni Unite hanno documentato oltre 37 mila civili uccisi in 20 conflitti armati. Il numero reale, avverte l’Onu, è probabilmente più alto: ci sono zone dove verificare le vittime è impossibile, luoghi dove i corpi restano sotto le macerie, territori dove non arriva nessuno a contare.

La notizia, presa così, appartiene alla cronaca internazionale. Ma il suo significato è culturale. Dice qualcosa sul modo in cui abbiamo imparato a guardare la guerra. Non come eccezione, non come trauma collettivo da interrompere, ma come rumore permanente del mondo. Le guerre continuano, cambiano fronte, si accendono e si spengono nei titoli, ma la loro presenza è diventata una delle condizioni ordinarie dell’epoca.

La figura del civile era nata, nel diritto e nell’immaginario del Novecento, come limite. Il civile era colui che non doveva essere colpito. La sua esistenza separava il combattimento dalla strage, il campo militare dalla città, il nemico armato dalla popolazione. Oggi quel confine non è scomparso formalmente, ma viene attraversato ogni giorno. Case, scuole, ospedali, reti idriche, mercati, strade, centrali elettriche, campi profughi: tutto ciò che consente a una società di restare in piedi diventa vulnerabile, spesso bersaglio, comunque danno accettato.

L’Inter-Agency Standing Committee ha denunciato attacchi contro civili, operatori umanitari, sanitari e infrastrutture civili, ricordando che anche le guerre hanno regole e che quelle regole devono essere rispettate.

Il rapporto Onu mostra che la morte diretta è solo la parte più visibile del danno. In Sudan gli attacchi a centrali elettriche, dighe e sistemi idrici hanno colpito più del 75 per cento delle famiglie; in Ucraina sono stati documentati 429 attacchi contro infrastrutture energetiche; a Gaza, alla fine del 2025, oltre l’80 per cento delle infrastrutture risultava danneggiato. La guerra contemporanea non uccide soltanto quando esplode. Uccide quando interrompe l’acqua, quando spegne gli ospedali, quando distrugge i trasporti, quando rende impossibile conservare il cibo, partorire in sicurezza, curare una ferita, andare a scuola.

Qui sta uno dei cambiamenti più importanti. La guerra non si limita più a occupare uno spazio militare. Invade l’intera vita civile. Non colpisce soltanto il corpo, ma le condizioni che permettono a quel corpo di sopravvivere. È una guerra contro la continuità delle giornate: dormire, mangiare, lavarsi, studiare, curarsi, attraversare una strada, tornare a casa.

Per questo la fame non è più soltanto una conseguenza collaterale. È spesso parte del meccanismo. Secondo il rapporto citato dall’Osservatorio sulle vittime civili dei conflitti, 147 milioni di persone in 19 Paesi e territori hanno affrontato insicurezza alimentare acuta causata principalmente da conflitti e insicurezza. Per la prima volta in vent’anni, due carestie sono state confermate nello stesso anno: Sudan e Striscia di Gaza. A Gaza, il 32 per cento della popolazione ha raggiunto livelli catastrofici di insicurezza alimentare.

La fame prodotta dalla guerra ha una particolarità: non appare sempre come violenza. Non ha sempre il boato dell’esplosione. È lenta, amministrativa, fatta di posti di blocco, assedi, chiusure, distruzione dei raccolti, impossibilità di distribuire aiuti, mercati vuoti, prezzi impossibili. Per questo rischia di essere percepita come una disgrazia naturale. Ma non lo è. Quando il cibo non entra, quando l’acqua non funziona, quando i convogli umanitari vengono bloccati o colpiti, la fame diventa una forma di potere.

Foto: Ashraf Amra / UNRWA, CC BY-SA 3.0 IGO.

Anche gli operatori umanitari sono entrati in questa zona di esposizione estrema. Più di mille sono stati uccisi negli ultimi tre anni, secondo la dichiarazione del Comitato permanente interagenzie. Il dato è impressionante perché riguarda persone che dovrebbero rappresentare l’ultimo residuo di neutralità pratica: chi porta acqua, medicine, ripari, cibo, assistenza. Se anche quella figura diventa bersaglio, significa che la guerra non riconosce più nemmeno il soccorso come spazio protetto.

Il punto non è che manchino le norme. Le norme esistono. Esistono le Convenzioni di Ginevra, il diritto internazionale umanitario, le risoluzioni, le procedure, i tribunali. Il problema è che la distanza tra il linguaggio della legge e la realtà della guerra si è allargata fino a diventare quasi una forma di doppia coscienza. Da una parte si ripete che i civili devono essere protetti. Dall’altra si accetta che muoiano, che vengano sfollati, affamati, assediati, privati di ospedali e acqua, purché ogni parte trovi una formula per giustificare il danno.

Questa è la vera crisi culturale: non l’assenza di parole, ma la perdita di peso delle parole. “Protezione dei civili” è una formula che tutti pronunciano. La pronunciano Stati che vendono armi. La pronunciano governi che bombardano. La pronunciano potenze che bloccano risoluzioni. La pronunciano organizzazioni internazionali spesso costrette a contare i morti dopo non essere riuscite a evitarli. Così il lessico umanitario continua a esistere, ma rischia di diventare una lingua cerimoniale.

La guerra tecnologica aggrava questa frattura. Il rapporto segnala un aumento enorme degli attacchi con droni tra il 2020 e il 2024 e crescenti preoccupazioni per l’uso militare dell’intelligenza artificiale. La promessa è sempre la stessa: più precisione, meno vittime, decisioni più rapide, obiettivi più selezionati. Ma i dati sui civili raccontano altro. La tecnologia non ha reso la guerra più umana. Ha reso più facile colpire, sorvegliare, automatizzare, moltiplicare i fronti e allontanare chi decide da chi muore.

Nel discorso pubblico la guerra viene spesso raccontata come confronto tra Stati, milizie, strategie, alleanze, linee rosse, escalation. Il civile compare dopo: come vittima, numero, fotografia, appello. Ma nella guerra contemporanea il civile non è un elemento secondario. È il centro materiale del conflitto. Chi controlla l’acqua, il cibo, l’energia, gli ospedali, i movimenti, controlla la vita della popolazione. E chi distrugge queste infrastrutture non colpisce solo cose: colpisce la possibilità stessa di restare umani dentro una società.

C’è poi un dato che misura meglio di molti discorsi la gerarchia delle priorità globali. Secondo la sintesi del rapporto, nel 2024 la spesa militare mondiale ha raggiunto i 2.700 miliardi di dollari; l’1 per cento di quella cifra sarebbe sufficiente a finanziare l’intero appello umanitario globale delle Nazioni Unite.

È difficile trovare una cifra più chiara. Non mancano le risorse. Manca una decisione politica su che cosa meriti protezione. Le guerre assorbono denaro, tecnologia, industria, diplomazia, consenso. La sopravvivenza dei civili deve invece essere mendicata attraverso appelli, conferenze dei donatori, fondi insufficienti, corridoi umanitari temporanei, negoziati per far entrare camion di farina.

Un civile ogni quattordici minuti non è solo una statistica. È una misura del fallimento dell’ordine internazionale e anche della nostra assuefazione. La domanda non è più se il mondo sappia che i civili muoiono. Lo sa. La domanda è quanto questa conoscenza conti ancora.

Perché una civiltà non si giudica soltanto dalle leggi che scrive, ma da quali vite considera sacrificabili quando quelle leggi vengono violate. E oggi il civile, che doveva essere il limite della guerra, è diventato il luogo in cui la guerra mostra di non avere quasi più limiti.

Foto: National Police of Ukraine, CC BY 4.0.