“Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele”.
Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella vanno lette lentamente, una per una. Non sono una formula di circostanza. Non sono il linguaggio prudente della diplomazia. Sono un atto d’accusa. Mattarella dice tre cose precise: che quelle persone sono state fermate illegalmente; che il fermo è avvenuto in acque internazionali; che il trattamento subito è stato incivile e ha toccato un livello infimo per mano di un ministro del governo israeliano.
Da qui si parte. Si può pensare quel che si vuole della Flottilla. Si può discutere la scelta politica, l’opportunità, la strategia, persino l’efficacia di una missione civile verso Gaza. Ma non si può accettare che uno Stato armi le proprie forze, intercetti civili in acque internazionali, li privi della libertà, li conduca contro la loro volontà nel proprio territorio e poi li consegni alla propaganda sadica di un ministro.
Questa non è sicurezza. È sequestro politico. È rapimento in acque internazionali. È violazione del diritto internazionale. Ed è, dopo il rapimento, la messa in scena dell’umiliazione.
Itamar Ben-Gvir non ha fatto una gaffe. Non ha sbagliato tono. Non ha ecceduto per nervosismo. Ben-Gvir ha fatto ciò che fa sempre: ha trasformato persone immobilizzate in trofei. Ha preso ragazzi e ragazze, attivisti, civili, persone sotto custodia, e li ha usati come scenografia del proprio fanatismo. La parola va detta per intero: Ben-Gvir è un nazista fanatico, un integralista religioso speculare ai suoi omologhi antisemiti, è un nemico dell’umanità.
Non per appartenenza storica, ma per metodo politico. Perché quando un uomo di governo gode nel vedere esseri umani inginocchiati, ammanettati, esposti, derisi, ridotti a bottino simbolico, siamo davanti alla grammatica del nazismo: disumanizzare, degradare, mostrare il corpo del nemico come oggetto. Prima lo si chiama terrorista. Poi lo si priva dei diritti. Poi lo si umilia. Poi si pretende che il mondo assista e taccia.
Ben-Gvir questa scena l’aveva già provata sui detenuti palestinesi. Nell’agosto del 2025 si era fatto riprendere davanti a Marwan Barghouti, leader palestinese detenuto da anni, pallido, dimagrito, isolato, trasformato per pochi secondi in oggetto di intimidazione pubblica. A febbraio 2026 un raid nel carcere di Ofer accompagnato da Ben-Gvir e da media israeliani ha prodotto filmati di umiliazione, torture e abusi contro prigionieri palestinesi. Non un episodio, ma una pratica quotidiana.
Ben-Gvir usa le carceri come palcoscenico. Usa i prigionieri come materiale di propaganda. Usa l’umiliazione come linguaggio politico. E il mondo dovrebbe continuare a chiamarlo “ministro”? No. È un fanatico messo al potere da un governo che ha bisogno dei fanatici per sopravvivere.
Perché il punto è anche questo: Benjamin Netanyahu può rimproverarlo in pubblico, può fingere imbarazzo, può far dire ai suoi ministri che quei video danneggiano l’immagine di Israele. Ma Netanyahu non caccerà Ben-Gvir. Non lo caccerà perché senza quella destra estrema il suo governo crolla. E se il governo crolla, Netanyahu deve affrontare fino in fondo ciò che da anni tenta di rinviare, piegare, neutralizzare: la giustizia israeliana, il suo processo, le accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia. Netanyahu è tuttora sotto processo per corruzione e la tenuta della sua coalizione è politicamente fragile e legata alla continuazione delle violenze.
Netanyahu è un criminale politico che tiene insieme guerra, occupazione, fanatismo religioso e sopravvivenza personale. Non governa più per Israele. Governa per non cadere. Governa per non perdere l’immunità sostanziale che il potere gli garantisce. Governa consegnando pezzi dello Stato ai peggiori estremisti della sua coalizione.
E allora non bastano le scuse. Non basta convocare l’ambasciatore israeliano alla Farnesina. Non basta una nota indignata. Non basta la frase “atto inaccettabile”, che ormai nella diplomazia internazionale serve spesso a dire: abbiamo visto, siamo imbarazzati, ma non faremo nulla: l’Italia deve ritirare il proprio ambasciatore da Israele.
Il ritiro dell’ambasciatore è il minimo atto politico coerente con le parole del Presidente della Repubblica. Se quelle persone sono state fermate illegalmente in acque internazionali, se il trattamento è stato incivile, se un ministro israeliano ha toccato un livello infimo, allora la normalità diplomatica non può continuare come se nulla fosse. La normalità, davanti all’abuso, diventa complicità.
Si può pensare quel che si vuole della Flottilla, ma nessuno Stato ha il diritto di rapire civili in mare aperto. Nessun governo ha il diritto di umiliare persone sotto custodia. Nessun ministro può trasformare ragazzi e ragazze immobilizzati in prede da esibire alla propria base fanatica.
E si può pensare quel che si vuole del conflitto israelo-palestinese, ma chi ha a cuore la dignità umana deve riconoscere una linea rossa: il prigioniero, il fermato, il detenuto, anche quando fosse il peggiore degli accusati, non appartiene alla vendetta del potere. Appartiene al diritto. Se il diritto sparisce, resta solo la barbarie.
Per questo l’appello va rivolto anche alle comunità ebraiche internazionali. Non tacete. Non lasciate che uomini come Ben-Gvir parlino in nome dell’ebraismo. Non lasciate che la memoria della persecuzione venga sequestrata da chi oggi pratica la disumanizzazione di un altro popolo. Non lasciate che il governo Netanyahu trascini Israele, gli ebrei della diaspora e la storia ebraica dentro il fango morale di un nazionalismo violento, suprematista, vendicativo.
Condannare Ben-Gvir non è antisemitismo. È il contrario. È difendere l’ebraismo dalla sua caricatura più oscena. È dire che la memoria della Shoah non può essere usata come scudo da chi mette esseri umani in ginocchio e li deride. È dire che nessuna vittima della storia ha il diritto di diventare carnefice.
L’Italia richiami il suo ambasciatore. L’Europa chieda sanzioni personali contro Ben-Gvir. Esiste un limite oltre il quale la normalità diplomatica diventa complicità. Le comunità ebraiche democratiche, in Israele e nel mondo, rompano il silenzio e dicano che questa infamia non parla in loro nome.
E il problema è anche l’insostenibile leggerezza del governo Meloni e del suo ministro degli Esteri che dopo aver visto tutto questo si accontentano di una convocazione diplomatica e di una richiesta di scuse. La domanda è semplice: se il Presidente della Repubblica riconosce pubblicamente che quelle persone sono state fermate illegalmente in acque internazionali, quale conseguenza politica intende trarne il governo italiano?



