La denatalità italiana nasce nei salari bassi

L’Italia non si svuota per distrazione, egoismo o mancanza di desiderio. Si svuota perché diventare adulti costa troppo. Prima di un figlio servono una casa, un reddito, un contratto, tempo, servizi, una prospettiva. Per molti non ci sono. La denatalità è anche questo: la povertà che entra nelle scelte più intime e le restringe fino a farle sparire.

Il quaderno ABI “Evoluzione demografica e servizi bancari” guarda al problema dal lato dell’economia. Meno persone in età da lavoro significano meno crescita, meno consumi, meno contributi, più pressione sul welfare. In assenza di interventi, il Pil italiano potrebbe essere inferiore di oltre il 18% nel 2050 e di oltre il 30% nel 2080. Le leve indicate sono giovani, donne, occupati laureati e saldi migratori.

Il Sole 24 Ore, riprendendo l’indagine ABI, ricorda che oggi 100 persone in età lavorativa sostengono circa 49 persone tra giovani e anziani; nel 2050 dovrebbero sostenerne quasi 72, nel 2080 circa 75. La popolazione italiana potrebbe scendere dagli attuali 59 milioni a circa 45,8 milioni entro il 2080.

Sono numeri enormi, ma raccontati così arrivano già a metà della storia. La denatalità viene trattata come un problema quando minaccia Pil, pensioni, credito e sistema produttivo. Per milioni di persone, però, il problema è cominciato molto prima: affitti impossibili, salari bassi, lavori intermittenti, contratti brevi, asili nido insufficienti, carriere spezzate, uscita tardiva dalla casa dei genitori.

Secondo Istat, nel 2025 i nati residenti in Italia sono stati 355 mila, 15 mila in meno rispetto al 2024. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. È il minimo di un processo lungo, non un incidente statistico. Una società che rende instabile il presente non può stupirsi se il futuro si restringe.

Dentro il calo delle nascite ci sono biografie concrete. Coppie che rimandano perché l’affitto assorbe mezzo stipendio. Donne che temono di essere penalizzate sul lavoro. Uomini che non hanno congedi, tempo o salari adeguati per condividere davvero la cura. Giovani che passano anni tra tirocini, partite Iva povere e contratti a termine. Famiglie che reggono solo grazie ai nonni, trasformati in welfare gratuito.

Le donne e i giovani vengono spesso descritti come “leve” per salvare la crescita. È un linguaggio rivelatore. Le donne non sono una riserva produttiva da attivare quando mancano lavoratori. I giovani non sono capitale umano da spremere per sostenere il sistema pensionistico. Sono le persone a cui il Paese ha chiesto flessibilità, pazienza e adattamento, offrendo in cambio poca sicurezza.

Anche il nodo migratorio mostra l’ipocrisia italiana. I saldi migratori sono indicati come uno degli strumenti per compensare il declino demografico. Ma la politica continua a raccontare i migranti come emergenza, pur avendo bisogno del loro lavoro nella cura, nell’agricoltura, nella logistica, nell’edilizia, nella ristorazione e nell’assistenza agli anziani. Si vogliono braccia giovani, ma non pieni diritti. Si invoca popolazione attiva, ma si ostacola l’inclusione.

I bonus non bastano. Possono aiutare, ma non ricostruiscono una vita stabile. Un assegno non abbassa gli affitti. Uno sconto fiscale non apre un asilo nido. Una campagna sulla famiglia non trasforma un contratto precario in un reddito sicuro. La natalità cresce dove esistono salari dignitosi, case accessibili, servizi pubblici, congedi paritari, scuole funzionanti, sanità territoriale, pensioni non da fame.

L’Italia chiede figli a chi fatica a pagare l’affitto, stabilità a chi vive di contratti brevi, fiducia a chi vede davanti a sé pensioni incerte. Non è solo denatalità: è il conto sociale di trent’anni di precarietà. Prima è stata impoverita la vita adulta; adesso mancano i bambini.