La spesa farmaceutica è diventata un caso di governo. Nei primi dieci mesi del 2025 ha raggiunto 21 miliardi e 27 milioni di euro, contro i 19,6 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente: +6,9%. In tre anni l’aumento è stato del 23%. Troppo per un Servizio sanitario nazionale che cresce molto meno e che, intanto, continua a fare i conti con liste d’attesa, carenza di personale e pronto soccorso in affanno.
Il caso è arrivato prima al ministero della Salute, poi a Palazzo Chigi. A febbraio Orazio Schillaci aveva scritto ai vertici dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, chiedendo “chiarimenti urgenti” e “misure correttive”. Non una lettera di cortesia: il ministro parlava di criticità tali da compromettere la credibilità della governance farmaceutica nazionale. Ora, secondo Repubblica, anche la Presidenza del Consiglio sta seguendo il dossier, mentre il consiglio di amministrazione e i direttori dell’Agenzia resistono.
Il buco non nasce dalle farmacie sotto casa. La spesa convenzionata, cioè quella dei medicinali distribuiti attraverso le farmacie territoriali, resta sotto il tetto previsto. Il problema vero sono gli acquisti diretti di ospedali e Asl: farmaci innovativi, oncologici, antidiabetici, medicinali orfani, terapie ad alto costo.
Nei primi nove mesi del 2025 la spesa farmaceutica complessiva era già arrivata a 18,42 miliardi, con uno sforamento di 2,85 miliardi rispetto al tetto programmato. Gli acquisti diretti erano all’11,64% del Fondo sanitario nazionale, contro un tetto dell’8,3%, con uno sforamento di 3,384 miliardi; la convenzionata, invece, era al 6,33%, sotto il limite del 6,8%.
Traduzione: il problema non è il pensionato che ritira la statina. Il problema è la parte più costosa, meno visibile e più politica del mercato farmaceutico: quella in cui lo Stato compra innovazione a prezzi altissimi e deve decidere quanto pagare, con quali controlli, con quali risultati reali sui pazienti.
La lettera di Schillaci chiedeva ad Aifa tre cose precise: documentazione completa sui criteri con cui viene valutata la spesa, evidenze di Health Technology Assessment a supporto delle scelte autorizzative e informazioni sui sistemi di monitoraggio dei farmaci innovativi nella pratica clinica reale. In più, il ministero ha chiesto un rapporto bimestrale con andamento della spesa per categorie terapeutiche, criticità, misure concrete, cronoprogramma e indicatori di efficacia.
È praticamente un commissariamento politico senza chiamarlo commissariamento. Schillaci non dice soltanto: “Avete speso troppo”. Dice: “Spiegatemi come decidete, come misurate, come controllate e come pensate di rientrare”.
Aifa, dal canto suo, respinge l’idea di essere il bancomat distratto dell’industria. Il presidente Robert Nisticò ha risposto rivendicando il ruolo dell’Agenzia nel tenere insieme diritto alla cura e sostenibilità della spesa. La sua difesa è semplice: i farmaci costano di più perché aumentano innovazione terapeutica, malattie croniche, invecchiamento, terapie avanzate e farmaci orfani. E dietro ogni decisione, ricorda Nisticò, ci sono pazienti che attendono cure.

Argomento vero. Ma non sufficiente. Perché l’innovazione non può diventare una parola magica davanti alla quale il pubblico paga e tace. Se un farmaco cambia davvero la vita dei pazienti, va garantito. Se costa moltissimo, va negoziato con più forza. Se promette risultati, quei risultati vanno misurati. Se non li mantiene, il prezzo deve scendere. Questo è il punto politico dello scontro: non farmaci sì o farmaci no, ma chi comanda nella trattativa tra Stato e industria.
Dentro Aifa, inoltre, il clima non appare sereno. Schillaci ha citato anche le polemiche interne all’Agenzia, già finite sulla stampa, e RaiNews ricorda la lite pubblica tra il direttore scientifico Pierluigi Russo e il direttore amministrativo Giovanni Pavesi durante la presentazione del Rapporto OsMed. Quando chi deve governare la spesa litiga sulla governance della spesa, il risultato non è esattamente rassicurante.
Le Regioni osservano con preoccupazione, perché sono loro a trovarsi in prima linea quando i tetti saltano. Lo sforamento degli acquisti diretti non è un dettaglio tecnico: significa bilanci regionali sotto pressione, payback, contenziosi, trattative con le aziende, tagli o rinvii da qualche altra parte del sistema sanitario. La sanità è un lenzuolo corto: se una voce corre troppo, un’altra resta scoperta.
Il governo ora cerca un responsabile. Potrebbero saltare vertici, direttori, equilibri interni. Ma il rischio è il solito: sacrificare qualche nome per non discutere il modello. Aifa può avere responsabilità enormi, e se non ha controllato va chiamata a rispondere. Ma la spesa farmaceutica non esplode in dieci mesi per distrazione amministrativa. Esplode perché da anni il sistema pubblico compra farmaci sempre più costosi dentro regole che non riescono a contenerne davvero l’impatto.
E qui la notizia diventa politica. Il Servizio sanitario nazionale non trova soldi per assumere medici e infermieri, ridurre liste d’attesa, rafforzare la medicina territoriale, tenere aperti servizi di salute mentale e consultori. Però sulla farmaceutica il conto arriva, cresce e viene pagato o rinviato. Con relazioni urgenti, lettere dure, vertici in bilico e Palazzo Chigi che si affaccia alla finestra quando il fumo è già uscito dal tetto.
La domanda è semplice: se il pubblico paga, il pubblico governa davvero? Oppure fa solo da cassiere a un mercato che ha più forza contrattuale dello Stato? Schillaci ha chiesto chiarimenti. Palazzo Chigi si muove. Aifa resiste. Le Regioni tremano. L’industria osserva. I cittadini, come sempre, aspettano: una visita, un farmaco, un posto letto, una risposta.
La spesa farmaceutica non è “fuori controllo” come un temporale. È fuori controllo perché qualcuno quel controllo non lo ha esercitato abbastanza. O perché, quando dall’altra parte del tavolo siedono le multinazionali del farmaco, lo Stato italiano scopre improvvisamente di avere la voce bassa.



