La fine del lavoro e il fragile fortino dell’1%

Tra i 300 milioni di posti di lavoro che Goldman Sachs stima a rischio entro il 2030 e gli 800 milioni calcolati dal McKinsey Global Institute, c’è una verità scomoda che le élite economiche globali non possono più ignorare: il contratto sociale fondato sul lavoro salariato sta cedendo, e con esso la legittimità di un ordine mondiale che concentra la ricchezza nell’1% della popolazione. La domanda non è più se questa trasformazione accadrà. È già in corso. La domanda è: chi ne pagerà il conto?

I numeri di una rivoluzione silenziosa
I dati sono freddi, ma la loro somma produce una febbre sociale. Goldman Sachs, nel suo rapporto The Potentially Large Effects of Artificial Intelligence on Economic Growth, stima che l’intelligenza artificiale generativa potrebbe automatizzare l’equivalente di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno a livello globale entro il 2030, pari a circa il 20% della forza lavoro mondiale. Il McKinsey Global Institute spinge questa stima fino a 800 milioni di lavoratori che potrebbero perdere il proprio impiego per effetto dell’automazione entro la stessa data.

Non si tratta di operai di fabbrica o di mansioni routinarie ormai considerate “a basso valore”. Lo studio di Goldman Sachs è esplicito: i settori più esposti sono l’amministrazione d’ufficio, i servizi legali, la consulenza fiscale, la finanza, l’architettura, la sanità. Sono i colletti bianchi. Sono i laureati. Sono coloro che fino a ieri si sentivano al sicuro, convinti che la creatività e il pensiero critico rappresentassero una barriera invalicabile per le macchine.

Il World Economic Forum, nel suo Future of Jobs Report, certifica che il 23% dei lavori esistenti subirà “notevoli cambiamenti strutturali” nei prossimi cinque anni. Ancora più dirompente è il dato che riguarda gli impiegati amministrativi: l’81% delle loro mansioni è considerato sostituibile entro il 2028. In Italia, uno studio dell’Università di Trento ha identificato almeno 7 milioni di lavoratori a rischio diretto di sostituzione tecnologica — e la disoccupazione giovanile nazionale viaggia già al 19,8%, con le aziende che cominciano ad adottare sistemi di IA generativa al posto di stagisti e neolaureati.

McKinsey stima che entro il 2030 il 30% delle ore lavorative negli Stati Uniti e il 27% in Europa saranno automatizzabili. Secondo Goldman Sachs, entro il 2045 fino al 50% dei lavori potrebbe essere completamente automatizzato. Numeri che non riguardano un futuro distante: parlano di una transizione già in atto, visibile nei licenziamenti di massa nel settore tech — 184.000 posti eliminati solo nel 2025, a un ritmo di 605 persone al giorno.

La velocità è il problema, non la direzione
Chi è ottimista obietta: anche la rivoluzione industriale distrusse lavori e ne creò di nuovi. Anche la digitalizzazione degli anni ’90 sembrava catastrofica e invece generò professioni impensabili prima. Goldman Sachs stessa ricorda che negli ultimi trent’anni sono nati oltre 6 milioni di posti di lavoro nel settore informatico che nel 1995 non esistevano nemmeno concettualmente.

Ma questa volta è diverso, e la differenza si misura in una parola: velocità. Le precedenti rivoluzioni tecnologiche si sono sviluppate in decenni, lasciando al sistema economico il tempo di adattarsi, alle persone il tempo di riqualificarsi, alle istituzioni il tempo di rispondere. L’intelligenza artificiale cresce in modo esponenziale. Ciò che oggi richiede un team di ingegneri sarà fatto da un algoritmo fra due anni. Il modello che oggi impressiona sarà considerato obsoleto in sei mesi.

Come ha scritto con precisione un analista di Futuro Prossimo: “Un impiegato di 45 anni licenziato oggi dalla sua azienda che ha automatizzato il reparto contabilità non diventerà un esperto di prompt engineering domani. Sarebbe come dirgli di trasformarsi in astronauta dopo una vita passata a lavorare in banca.” Il World Economic Forum stesso stima che il 77% dei nuovi lavori legati all’IA richiederà una laurea magistrale o un dottorato. Un operaio di cinquant’anni non tornerà all’università per sette anni. E anche se lo facesse, nel frattempo chi paga l’affitto?

C’è uno “spaventoso periodo intermedio” che si sta aprendo: milioni di persone che perderanno il lavoro nei prossimi tre-cinque anni in settori che credevano stabili, senza una rete di protezione adeguata e senza percorsi credibili di reinserimento. E quella rete è già sotto stress: nel periodo 2000-2015, metà dell’intero aumento della ricchezza globale è finita nelle mani dell’1% più ricco della popolazione mondiale. Tra il 1991 e il 2024, la quota di persone in età lavorativa effettivamente occupate è scesa dal 62% al 58%.

Concentrazione della ricchezza e instabilità sociale
L’intelligenza artificiale non è democratica. È uno strumento di enorme amplificazione della produttività, ma i suoi frutti — almeno nella fase attuale — si concentrano nelle mani di chi possiede i modelli, i dati e le infrastrutture computazionali. Pochissime aziende: OpenAI, Google, Microsoft, Meta, Amazon. E pochissimi azionisti.

In Italia, secondo i dati ISTAT 2024, circa 5,6 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, numero in crescita. Il 10% più ricco della popolazione detiene oltre il 40% della ricchezza nazionale. Questo mentre le aziende tecnologiche — quelle che più di tutte beneficeranno della transizione — moltiplicano i loro profitti senza creare occupazione proporzionale.

Il paradosso è già visibile: la produttività cresce, il PIL potrebbe crescere — Goldman Sachs stima un aumento del PIL globale del 7% nei prossimi dieci anni grazie all’IA — ma questa crescita non si traduce in benessere diffuso. Si traduce in profitti aziendali, in rendite azionarie, in bonus per i dirigenti. Si traduce in un mondo dove pochi producono di più e molti non producono nulla perché le macchine li hanno sostituiti.

Questa concentrazione ha un precedente storico preciso: la fine del feudalesimo. Quando la terra — l’unico mezzo di produzione — fu concentrata nelle mani di pochi, i contadini che la lavoravano si trovarono senza mezzi di sussistenza e senza diritti. La risposta storica fu politica: rivolte, riforme, la nascita dello stato moderno e delle protezioni sociali. Oggi la “terra” sono i dati, i modelli linguistici, la capacità computazionale. E l’“enclosure” digitale è già in corso.

Il fortino assediato: perché i ricchi dovrebbero aver paura
Esiste un argomento pragmatico, cinico se si vuole, che riguarda direttamente l’1% globale: una società con decine di milioni di disoccupati strutturali, privi di reddito e senza prospettive, non è una società stabile. Non è un mercato funzionante. Non è un sistema entro cui le ricchezze accumulate possono essere godute in sicurezza.

La storia lo insegna con una chiarezza brutale: quando le disuguaglianze superano una soglia critica, la risposta sociale non è il rassegnato silenzio. È la piazza, la rivolta, la rivoluzione. Le aristocrazie che hanno ignorato questa legge sono finite ghigliottinate o in esilio. Le élite economiche che hanno saputo cedere una parte della loro rendita per garantire pace sociale sono sopravvissute.

Foto Joi Ito / Wikimedia Commons — CC BY 2.0

Non è un caso che alcuni dei più convinti sostenitori del reddito universale di base siano proprio i miliardari della tecnologia. Sam Altman, CEO di OpenAI, ha finanziato personalmente OpenResearch, uno studio condotto tra il 2020 e il 2023 che ha assegnato un pagamento incondizionato di mille dollari al mese a 3.000 cittadini di Texas e Illinois. Elon Musk ha dichiarato che l’IA creerà un futuro in cui “nessun lavoro sarà necessario” e che il reddito universale diventerà inevitabile. E concordano con lui Mark Zuckerberg, Bill Gates e molti altri “Paperoni” della Silicon Valley.

Questa non è filantropia. È autoconservazione. Chi ha costruito le macchine che stanno distruggendo il lavoro sa meglio di chiunque altro cosa accade quando miliardi di persone si ritrovano senza reddito, senza dignità e senza nulla da perdere. Un fortino può reggere l’assedio di una minoranza arrabbiata. Non può reggere quello di una maggioranza disperata.

Il Reddito Universale: diritto alla vita, non elemosina di stato
Il reddito universale di base — Universal Basic Income, UBI — è un concetto antico con una nuova urgenza. È sostenuto dall’economista premio Nobel Esther Duflo, evocato da Martin Luther King, anticipato da pensatori come Mahatma Gandhi. Nella sua forma moderna, prevede un pagamento mensile erogato a tutti i cittadini, incondizionatamente, indipendentemente dal reddito, dall’occupazione o dallo status sociale.

In Europa, tra il settembre 2020 e il giugno 2022, l’iniziativa dei cittadini europei per il reddito universale ha raccolto oltre 1,1 milioni di firme. Nel 2024, all’interno del Parlamento Europeo, Philippe Van Parijs e Guy Standing, fondatori del Basic Income Earth Network, hanno ribadito la centralità politica della proposta. La cifra ipotizzata per l’Europa si colloca tra i mille e i 1.700 euro mensili.

Le obiezioni esistono: il rischio inflazionistico, il possibile disincentivo al lavoro, la difficoltà di finanziamento. Ma stanno cedendo sotto il peso dei fatti. Gli esperimenti condotti — in Finlandia, in Kenya, in Canada, nel Texas e Illinois dello studio di OpenResearch — mostrano risultati convergenti: il reddito universale migliora la salute mentale, aumenta la partecipazione alla vita sociale, non riduce significativamente la propensione al lavoro e, soprattutto, non crea la tanto temuta “cultura della dipendenza”.

La questione del finanziamento è reale ma non impossibile. Già oggi si discute di una tassa globale sui grandi patrimoni — proposta sostenuta dall’iniziativa ICE europea e discussa in sede di G20 — e di meccanismi di tassazione delle rendite generate dall’automazione. Se le macchine producono ricchezza al posto degli esseri umani, è logico e necessario che parte di quella ricchezza finanzi il reddito di chi le macchine hanno sostituito. Una forma di dividendo tecnologico collettivo.

Non si tratta di elemosina. Si tratta di riconoscere che la ricchezza generata dall’IA è il prodotto di decenni di lavoro umano, di conoscenza collettiva, di infrastrutture pubbliche, di scienza finanziata dai contribuenti. I giganti tecnologici non hanno creato il silicio, la matematica, internet. Li hanno ereditati dalla collettività. È giusto che la collettività ne riceva in cambio una quota.

Il passaggio di paradigma: dal lavoro come valore al vivere come diritto
Il vero problema non è economico. È culturale e filosofico. Le nostre società hanno costruito identità, dignità, appartenenza sociale, accesso ai diritti, addirittura salute mentale, attorno al concetto di lavoro. “Chi sei?” si traduce spesso e subito in “Che lavoro fai?”. La disoccupazione non è solo mancanza di reddito: è stigma sociale, senso di inutilità, perdita di scopo.

Questa equazione — lavoro uguale valore umano — è relativamente recente nella storia dell’umanità. Per la maggior parte della propria esistenza, le società umane hanno valorizzato la cura, la relazione, la spiritualità, l’arte, la partecipazione alla vita comune. Il lavoro salariato come misura universale del contributo individuale è una costruzione dell’industrializzazione ottocentesca, rafforzata nel Novecento con il fordismo e il welfare state. Può essere decostruita. Deve essere decostruita, se vogliamo sopravvivere alla transizione in corso.

Una società dove le macchine producono e gli esseri umani ricevono un dividendo per il solo fatto di esistere non è necessariamente una società peggiore. Potrebbe essere una società dove si cura di più, dove si crea di più, dove si impara di più, dove si vive. Il problema è la transizione: chi paga il costo di questo passaggio e chi invece ne raccoglie i frutti.

Oggi il costo viene scaricato sui più deboli: il lavoratore di 50 anni licenziato dall’azienda che ha adottato l’IA. Il neolaureato che non trova impiego perché la sua posizione di entry-level non esiste più. Il giovane del Sud del mondo che vedeva nell’industrializzazione una via d’uscita dalla povertà e si trova già in ritardo su una gara vinta dall’automazione. I frutti, invece, si concentrano in misura crescente tra chi già possiede.

1º Maggio 2026: quale festa del lavoro?
Celebrare oggi la Festa del Lavoro significa fare i conti con una domanda scomoda: stiamo festeggiando qualcosa che sta scomparendo? O siamo capaci di immaginare un nuovo patto sociale per il mondo che viene?

Diogene Notizie ha sempre messo al centro di ogni riflessione chi vive ai margini, chi non ha, chi è escluso. La crisi del lavoro che si sta dispiegando non tocca i margini: sta erodendo il centro. Sta colpendo il ceto medio, i professionisti, i giovani istruiti. Sta allargando la base di chi, per la prima volta nella propria vita, non ha certezze.

La risposta non può essere la nostalgia. Non possiamo fermare l’intelligenza artificiale più di quanto i tessitori luddisti potessero fermare i telai meccanici. Ma possiamo — e dobbiamo — decidere chi governa la transizione e nell’interesse di chi. Possiamo tassare le rendite dell’automazione. Possiamo costruire un reddito universale che riconosca il diritto alla vita come antecedente e superiore al diritto al profitto. Possiamo scegliere che la produttività delle macchine liberi gli esseri umani invece di renderli superflui.

L’alternativa è un futuro dove il fortino dell’1% regge fino a quando non cede. E i fortini, nella storia, prima o poi cedono sempre. La domanda è se cedono per scelta — attraverso riforme, redistribuzione, un nuovo contratto sociale — o per necessità. Di solito, la seconda opzione è molto più dolorosa per tutti.

Foto epSos.de / Wikimedia Commons — CC BY 2.0