Turismo da record, salari da fame

A Bologna la Filcams-Cgil denuncia contratti da quattro ore per le addette alle pulizie negli alberghi, spesso donne migranti con figli, mentre il lavoro reale viene misurato sul numero di camere da rifare, anche venti al giorno. Repubblica Bologna ha raccontato il caso. Ma la notizia non sta solo nella denuncia locale. Sta nel fatto che quella denuncia entra in una struttura nazionale: il turismo italiano cresce, incassa, riempie alberghi e città, ma continua a produrre lavoro povero.

È qui che crolla la frase più comoda degli ultimi anni: “non hanno voglia di lavorare”. Non è vero che nel turismo manca la voglia di lavorare. Manca la voglia di farsi sfruttare. Manca la voglia di accettare part-time poveri, turni spezzati, stagioni senza continuità, appalti al ribasso, salari che non costruiscono autonomia. Manca la disponibilità a essere chiamati “risorsa” quando serve rifare una camera e “costo” quando si parla di busta paga.

Bologna è un buon punto da cui partire perché non è una località marginale. È una città turistica, universitaria, fieristica, congressuale, diventata negli anni una macchina dell’accoglienza. Portici Unesco, centro pieno, affitti brevi, weekend, eventi, alberghi. Ma proprio nelle città che si vendono meglio si vede con più chiarezza il lavoro che resta nascosto. Le camere si aprono quando l’ospite entra. Per chi le pulisce, invece, la porta resta chiusa.

La storia delle addette alle pulizie non nasce oggi. Nel febbraio 2025 la Filcams-Cgil Bologna ha firmato con Boni S.p.A. un accordo per migliorare le condizioni contrattuali di venti lavoratrici impiegate in un appalto all’Università di Bologna. Il sindacato lo ha presentato come una battaglia contro precarietà, sfruttamento e invisibilità nel lavoro delle pulizie.

Il Corriere di Bologna scriveva che si trattava di personale in un settore composto in larga parte da migranti, spesso donne, colpite da una doppia discriminazione e da part-time involontari che rendono difficile raggiungere l’autonomia economica.

La parola decisiva è proprio questa: invisibilità. Nel turismo e nei servizi, il lavoro povero non scompare perché non esiste. Scompare perché è organizzato per non disturbare l’immagine del consumo. Il turista vede la camera pronta, il letto rifatto, il bagno pulito, la colazione apparecchiata. Non vede la corsa, il dolore alla schiena, il contratto corto, la paga bassa, il ricatto del bisogno.

Intanto il turismo cresce. Secondo Istat, nel quarto trimestre 2025 gli arrivi nelle strutture ricettive sono aumentati dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2024 e le presenze del 2,9%. La crescita è trainata soprattutto dagli stranieri: le loro presenze sono salite del 5,1% e rappresentano il 56,5% delle presenze totali.

Dunque il problema non è un settore in crisi che non può pagare. Il problema è un settore che spesso scarica la propria competitività sul lavoro povero. L’Italia turistica racconta se stessa come eccellenza, bellezza, attrazione internazionale. Poi però una parte di quella eccellenza si regge su chi rifà stanze, pulisce bagni, serve tavoli, lava cucine, cambia lenzuola e resta in fondo alla scala salariale.

I numeri sulle retribuzioni sono brutali. Nel documento Inps pubblicato a gennaio 2026 sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti pubblici e privati, il settore “alloggio e ristorazione” risulta quello con la retribuzione media annua più bassa tra quelli considerati: 11.233 euro nel 2024.

Undicimila euro lordi l’anno non sono la prova che la gente non vuole lavorare. Sono la prova che si può lavorare e restare poveri.

Il rapporto Federalberghi-Fipe-Ebnt sul mercato del lavoro nel turismo, basato su dati Inps 2024, conferma la struttura fragile del settore. Nel 2024 il turismo contava in media 676.756 rapporti a tempo determinato, pari al 45,7% del totale, e 252.757 rapporti erano stagionali. La retribuzione annua media del settore era di 13.369 euro; per gli operai, cioè la parte più materiale e meno protetta del lavoro, scendeva a 12.312 euro.

Quando quasi metà dei rapporti è a termine, parlare genericamente di “posti di lavoro” diventa ingannevole. Un posto che dura poco, paga poco e non permette di progettare la vita è lavoro, certo. Ma è anche povertà amministrata. È occupazione che fa statistica, non necessariamente autonomia.

La retorica padronale e televisiva funziona così: gli imprenditori cercano personale, i giovani rifiutano, quindi il problema è culturale. Troppi sussidi, troppa pigrizia, troppa comodità, troppa pretesa. Ma questa narrazione evita sempre la domanda più semplice: quanto pagano? Per quante ore vere? Con quale continuità? Con quale carico? Con quali tempi di vita?

Foto: Alex Sirac, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Nel caso delle camere d’albergo, il punto è ancora più chiaro. Il contratto può parlare di ore. L’organizzazione del lavoro parla di camere. Se in quattro ore bisogna rifarne quindici o venti, il tempo non è più tempo: è cottimo mascherato. Il salario non misura più una prestazione sostenibile, ma una corsa. La lavoratrice non vende solo ore: vende resistenza fisica, velocità, silenzio. E se non ce la fa, la colpa ricade su di lei. È lenta. Non è adatta. Non regge il ritmo. Non ha voglia.

Questa è la violenza ideologica della frase “non hanno voglia di lavorare”: trasforma un problema di sfruttamento in un difetto morale del lavoratore. Non dice che i salari sono bassi; dice che le persone sono pigre. Non dice che il part-time può essere involontario; dice che la gente vuole stare a casa. Non dice che la stagionalità impedisce di costruire reddito; dice che bisogna sacrificarsi. Non dice che un appalto può servire ad abbassare costi e responsabilità; dice che il mercato è fatto così.

Anche il part-time è una chiave della povertà turistica. Nel mercato del lavoro italiano, il tempo parziale può essere una scelta. Ma nei servizi poveri spesso è una gabbia: poche ore dichiarate, reddito insufficiente, carichi compressi. Istat registra ancora una presenza rilevante del part-time involontario: nel 2023 la quota sul part-time complessivo era al 53,2%, pur in calo rispetto all’anno precedente.

Il lavoro turistico, poi, è attraversato da una frattura di genere. Nel rapporto Federalberghi-Fipe-Ebnt, le lavoratrici del turismo nel 2024 hanno avuto una retribuzione media annua inferiore a quella degli uomini: 12.471 euro contro 14.160. Non è un dettaglio statistico. Nei lavori di pulizia, ai piani, nelle mansioni meno visibili, la povertà salariale incontra spesso il lavoro femminile e migrante.

La dimensione europea conferma che non siamo davanti a qualche cattivo datore di lavoro isolato. Eurostat segnala che nel 2022, nell’Unione europea, la quota più alta di lavoratori a bassa paga si trovava proprio nel settore “alloggio e ristorazione”: 35,1%. I contratti a termine aumentano il rischio di bassa paga: tra i dipendenti con contratto di durata limitata, il 27,2% era low-wage earner, contro il 12,6% dei contratti a tempo indeterminato.

Quindi la questione è strutturale. Il turismo produce lavoro, ma troppo spesso produce lavoro povero. Produce occupazione, ma non sempre reddito sufficiente. Produce presenze, fatturato, rendita urbana, reputazione internazionale, ma lascia sul fondo una massa di lavoratrici e lavoratori che rendono possibile l’esperienza turistica senza partecipare alla ricchezza che generano.

C’è un punto politico che va detto senza girarci intorno: una camera d’albergo non si pulisce da sola. Una città turistica non si mantiene da sola. Un ristorante non funziona da solo. Una colazione non appare per magia. Dietro ogni servizio c’è lavoro. E se quel lavoro viene pagato troppo poco, il problema non è la mancanza di vocazione. È lo sfruttamento.

La narrazione del “non hanno voglia” serve a rovesciare le responsabilità. Copre i contratti poveri. Copre gli appalti. Copre il lavoro grigio. Copre la stagionalità usata come scusa permanente. Copre l’idea che chi è povero debba accettare qualunque condizione perché almeno “ha un lavoro”.

Ma un lavoro che non libera dalla povertà non può essere usato come assoluzione morale del sistema. È il contrario: è la prova che il sistema funziona male.

A Bologna la denuncia sulle camere d’albergo racconta una scena precisa. Ma quella scena è nazionale. È la donna che corre da una stanza all’altra. È il contratto da poche ore. È il salario che non basta. È il turismo che si presenta come ricchezza collettiva e poi privatizza i guadagni, scaricando la fatica su chi ha meno forza per dire no.

Per questo la domanda non è perché mancano lavoratori nel turismo. La domanda è perché, davanti a salari così bassi e condizioni così dure, qualcuno si stupisca ancora che le persone rifiutino.

Foto: Mx. Granger, CC0, via Wikimedia Commons