Non è l’immigrazione a essere fuori controllo. A essere fuori controllo, semmai, è il modo in cui l’Italia continua a governare l’accoglienza: con norme d’emergenza, strutture precarie, controlli insufficienti, dati opachi e una progressiva trasformazione dei centri in dispositivi di filtro, smistamento e contenimento.
È questa la tesi centrale del rapporto “La frontiera, ovunque – Report 2026”, realizzato nell’ambito del progetto Centri d’Italia da ActionAid. Il documento, chiuso il 31 marzo 2026, si fonda su dati pubblici, elaborazioni su fonti del Ministero dell’Interno e un ampio lavoro di accesso civico: 40 istanze a Prefetture, oltre 20 tra riesami e richieste di chiarimento, 12 istanze al Ministero dell’Interno, oltre ad atti rivolti al Ministero della Giustizia e alla Commissione nazionale per l’asilo.
Il primo dato smonta la narrazione emergenziale. Al 31 dicembre 2024 le persone accolte nel sistema italiano erano 134.549, pari allo 0,23% della popolazione residente. Gli arrivi via mare nel 2025 sono stati 66.296, cioè lo 0,11% della popolazione. Numeri che, letti in proporzione, non descrivono un Paese travolto dagli arrivi, ma un sistema politico-amministrativo che continua a rappresentare come emergenza ciò che dovrebbe essere governato con strumenti ordinari.
I Cas restano il centro del sistema
Il rapporto mostra che il cuore dell’accoglienza italiana continua a essere rappresentato dai Cas, i Centri di accoglienza straordinaria. Nel 2024 hanno ospitato 96.738 persone, pari al 71,9% del totale. Il Sai, cioè il Sistema di accoglienza e integrazione, si ferma invece al 24,7%, mentre la prima accoglienza rappresenta appena il 3,4%.
Il punto politico è evidente: il sistema ordinario, quello che dovrebbe garantire percorsi più strutturati di tutela, orientamento e integrazione, resta minoritario. La parte più consistente dell’accoglienza è invece affidata a un circuito nato come straordinario, ma ormai diventato infrastruttura permanente.
Non solo. Tra il 2021 e il 2024 cresce in modo consistente la prima accoglienza come spazio di filtro: la capienza passa da 3.460 a 6.357 posti, con un aumento dell’83,7%. Gli hotspot passano da 611 a 3.054 posti e da 3 a 11 strutture. È qui che il rapporto colloca uno degli snodi più delicati: la frontiera non è più soltanto il luogo fisico dell’arrivo, ma diventa un meccanismo amministrativo che seleziona, classifica e indirizza le persone lungo l’intera filiera dell’accoglienza.
L’emergenza come metodo di governo
Secondo il rapporto, tra il 2023 e l’inizio del 2026 il governo è intervenuto con una sequenza ravvicinata di provvedimenti che hanno ristretto l’accesso all’accoglienza, reso più fragile la permanenza nei centri, prorogato regimi derogatori e preparato l’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Il d.l. 20/2023 ha ridisegnato il rapporto tra prima accoglienza, Cas e Sai; lo stato di emergenza dell’11 aprile 2023 ha attivato poteri derogatori; il d.l. 133/2023 ha introdotto misure eccezionali anche per i minori stranieri non accompagnati; il decreto ministeriale del 4 marzo 2024 ha ridefinito costi e servizi nel circuito prefettizio; il d.l. 145/2024 ha inciso su accesso e permanenza nell’accoglienza; infine, il d.l. 23/2026 ha rafforzato identificazione, espulsioni, gestione di frontiera e rete dei centri.
La continuità è il punto decisivo. Non si tratta di misure isolate, ma di un orientamento coerente: l’accoglienza viene spostata dalla tutela alla selezione. Il sistema non è più pensato principalmente come spazio di accompagnamento all’autonomia, ma come catena di obblighi, controlli, condizioni e possibili esclusioni.
Il d.l. 145/2024 è particolarmente rilevante. Introduce, tra l’altro, una procedura accelerata per chi presenta domanda di protezione internazionale oltre novanta giorni dall’ingresso, senza giustificato motivo, collegando a questo elemento la possibile non ammissione all’accoglienza, salvo valutazione della vulnerabilità. Ma proprio qui, secondo il rapporto, si apre il paradosso: molte vulnerabilità non sono immediatamente visibili. Trauma, tratta, violenza sessuale, disagio psichico, sfruttamento e rischio autolesivo richiedono tempo, ascolto, mediazione, stabilizzazione. Se il sistema chiede di riconoscerle subito ma riduce gli strumenti per farlo, il rischio è escludere proprio le persone più fragili.
Vulnerabilità trattate come problema amministrativo
La questione delle vulnerabilità attraversa tutto il rapporto. Il nuovo schema di capitolato, secondo l’analisi, riduce la tutela nei Cas e rende molti servizi dipendenti dalla volontà del gestore o dalle risorse territoriali. Questo pesa in modo particolare sulle persone sopravvissute a tortura o violenza intenzionale, sulle donne, sui minori stranieri non accompagnati e sui giovani prossimi alla maggiore età.
Il problema non è solo giuridico, ma materiale. Per riconoscere una vulnerabilità servono mediazione linguistico-culturale, orientamento legale, sostegno psicologico, operatori formati, tempi adeguati. In assenza di queste condizioni, una persona traumatizzata può essere letta come “conflittuale”, una vittima di tratta può non essere riconosciuta, un minore può essere trattato come adulto, un disagio psichico può emergere solo quando diventa crisi.
Il rapporto insiste su questo punto: l’accoglienza non fallisce solo quando non trova un posto letto. Fallisce anche quando non riesce a trasformare quel posto in presa in carico, tutela, continuità e percorso di autonomia.
Sovraffollamento e instabilità
L’emergenza, secondo il rapporto, viene prodotta anche attraverso il sovraffollamento. Nel 2024 risultano 520 strutture oltre il 120% della capienza, con 12.904 persone coinvolte. Per riportare quelle strutture sotto soglia sarebbe stato necessario redistribuire almeno 2.008 persone. In 13 strutture, le presenze risultano addirittura pari al doppio della capienza.
Il sistema, inoltre, è instabile. Tra il 2023 e il 2024, nei Cas entrano 1.650 strutture ed escono 2.081. Questo continuo turnover rende difficile programmare, controllare, garantire continuità nella gestione e nella presa in carico. Non siamo davanti a un sistema che si consolida, ma a un perimetro che si ricompone continuamente.
Anche la distribuzione territoriale è fortemente diseguale. Nel Mezzogiorno i Cas hanno una media di 38,8 posti per struttura, mentre nel Nord-Est la media è di 11,4. Alcune aree metropolitane, come Lombardia e Lazio, dipendono fortemente dal circuito Cas: in Lombardia rappresentano l’81,3% della capacità complessiva regionale, nel Lazio il 78,4%. Il rapporto segnala inoltre casi regionali specifici: il Lazio ha Cas al 105,9% e il 49,3% della capienza Cas in sovraffollamento; la Puglia presenta Cpa al 130% e il 54,3% della capienza Cas in sovraffollamento.
Meno controlli pubblici
Uno dei dati più gravi riguarda i controlli. Nel 2024 è stato controllato almeno una volta solo il 19,1% delle strutture, contro il 40,5% del 2019. Oltre quattro strutture su cinque non risultano raggiunte neppure una volta da un controllo. Le Prefetture senza controlli visibili salgono da 13 nel 2019 a 33 nel 2024. Le penali complessive ammontano a 676.847,15 euro.
È un dato che rovescia la retorica della sicurezza. Mentre si rafforzano controllo di frontiera, identificazione, obblighi e procedure accelerate nei confronti delle persone migranti, arretra il controllo pubblico sulle strutture che quelle persone dovrebbero accogliere. Il sistema diventa più rigido verso i beneficiari e meno trasparente verso gestori e amministrazioni.

Il peso dei grandi gestori
Il rapporto segnala anche il consolidamento del settore for profit. Nei Cas adulti, il 36% della capacità è concentrato in centri sopra i 50 posti; i posti gestiti da soggetti for profit passano da 7.089 nel 2022 a 14.813 nel 2024, con un aumento del 109%.
Tra i grandi operatori spicca Medihospes, indicato come primo operatore del sistema: tra il 2022 e il 2024 passa da 3.735 a 5.233 posti, con una crescita del 40,1%, distribuiti in 37 strutture. Oltre metà della sua capienza è concentrata in centri sopra i 200 posti. Nella città metropolitana di Roma gestisce il 44,45% dell’accoglienza, quota che sale al 54,61% se si guarda al solo Comune di Roma.
Accanto a Medihospes cresce anche la Croce Rossa Italiana, che passa da 2.427 a 5.743 posti tra 2022 e 2024, con un incremento del 136,6%. Il rapporto distingue però i due profili: Medihospes cresce come operatore di scala dentro una geografia più stabile; la Cri cresce soprattutto nella prima accoglienza e negli hotspot, in connessione con le scelte pubbliche sulla frontiera.
Il nodo delle Ong e dei porti lontani
Il rapporto dedica una parte anche alla gestione degli sbarchi e alla prassi dell’assegnazione di porti medio-lontani o lontani alle navi delle Ong. Nel 2024 oltre il 36,7% delle persone sbarcate da navi Ong arriva in porti medio-lontani o lontani. Parallelamente, il peso dei salvataggi delle Ong cresce fino a oltre il 16% del totale, mentre la zona Sar resta sguarnita.
Il dato più significativo riguarda però il rapporto tra sbarchi e posti disponibili. Il 31 dicembre 2023, 55 persone sbarcano nel Lazio. Nello stesso momento, lungo il versante tirrenico del sistema di accoglienza, risultano posti inutilizzati pari a 116 volte le persone sbarcate; nei soli Cpa i posti inutilizzati sono 432, cioè otto volte le persone arrivate. Un altro caso riguarda il cluster adriatico del dicembre 2024: 182 persone sbarcate e, quindici giorni dopo, 9.170 posti inutilizzati lungo il versante Sud-Adriatico.
Il rapporto non sostiene che ogni trasferimento alternativo fosse automaticamente possibile. Ma mette in discussione la giustificazione secondo cui i porti lontani sarebbero sempre imposti dall’indisponibilità di posti nei territori più vicini. Anche qui, il tema non è solo logistico: riguarda la responsabilità concreta dell’amministrazione e l’impatto delle scelte sui percorsi delle persone, in particolare dei minori.
Il Sai funziona, ma resta marginale
Il Sai viene descritto come un sistema che funziona, ma che rimane residuale e bloccato. Il ricambio degli accolti scende dal 35,5% nel 2023 al 26,1% nel 2024, fino al 21,3% nei primi undici mesi del 2025. Le richieste pendenti tra 2023 e novembre 2025 sono 4.725. Le donne accolte aumentano di quasi il 10% tra 2023 e 2024.
Il rapporto segnala anche un cambiamento nella funzione del Sai: non solo accoglienza ordinaria, ma sempre più spazio di gestione di vulnerabilità complesse. Il prosieguo amministrativo passa da 317 ingressi nel 2023 a 1.392 nel 2024 e 1.697 nei primi undici mesi del 2025. Nel segmento dedicato ai minori stranieri non accompagnati, a novembre 2025 restano liberi appena 43 posti su 6.563.
Questo significa che il Sai è chiamato a farsi carico di situazioni sempre più complesse, ma senza una capacità sufficiente per riequilibrare davvero il sistema.
Minori nei centri per adulti
Uno degli aspetti più critici riguarda i minori stranieri non accompagnati inseriti nei centri per adulti. Il rapporto parla di almeno 823 transiti dal varo del d.l. 133/2023 al novembre 2025, di cui 138 anteriori alla norma. Almeno 13 Prefetture documentano permanenze oltre i 150 giorni, con picchi fino a 1.413 giorni.
Il dato è grave per due ragioni. La prima è evidente: un minore dovrebbe essere protetto in circuiti dedicati, non gestito come eccezione dentro strutture per adulti. La seconda è ancora più significativa: secondo il rapporto, questi inserimenti avvengono anche in presenza di posti disponibili nei circuiti dedicati. Il problema, quindi, non è sempre l’assenza assoluta di posti, ma l’incapacità del sistema di attivare in tempo quelli appropriati.
Allarmante anche il numero di uscite per abbandoni, allontanamenti o revoche: almeno 407. I trasferimenti verso circuiti dedicati risultano invece residuali.
La frontiera dentro il territorio
La conclusione politica del rapporto è netta: la frontiera non coincide più con il confine. Si sposta dentro il territorio, dentro i centri, dentro le procedure, dentro i tempi amministrativi, dentro la distinzione tra chi accede e chi resta fuori, tra chi viene riconosciuto vulnerabile e chi non riesce a dimostrarlo abbastanza in fretta.
Il Patto europeo su migrazione e asilo, il decreto-legge 23/2026 e il disegno di legge immigrazione rischiano di rafforzare ulteriormente questa tendenza: più hotspot, più Cpa, più procedure rapide, più filtro, più condizionalità. Il pericolo, secondo il rapporto, è che il sistema italiano arrivi all’applicazione del Patto europeo già indebolito, opaco e sbilanciato verso contenimento e selezione.
In questo quadro, l’emergenza non è un dato naturale. È il risultato di scelte politiche, amministrative e normative. Si produce quando il circuito ordinario resta marginale, quando i Cas diventano permanenti, quando i controlli arretrano, quando i minori finiscono nei centri per adulti, quando i dati non sono accessibili, quando la vulnerabilità viene riconosciuta solo se esplode.
Il rapporto consegna quindi un’immagine precisa: non un Paese invaso, ma un sistema che trasforma numeri gestibili in crisi permanente. E che, dietro la parola “accoglienza”, costruisce sempre più spesso un dispositivo di controllo.



