In Italia l’accoglienza dei minorenni stranieri e rifugiati non accompagnati continua a poggiare quasi interamente sulle strutture residenziali, nonostante il quadro normativo indichi una direzione diversa. L’analisi del Cordinamento Nazionale Comunità Accoglienti con Unicef ci dice che alla fine del 2025 le presenze in accoglienza superano le 17.500 unità, mentre nello stesso anno gli arrivi via mare di minorenni non accompagnati sono oltre 12.100.
Eppure, l’affido familiare – che la Legge 47/2017 individua come opzione prioritaria quando corrisponde al superiore interesse del minorenne – resta una soluzione residuale: riguarda soltanto il 4% dei casi (dato calcolato al netto dei minorenni di origine ucraina).
È dentro questa sproporzione che si colloca la domanda più concreta: se l’affido è ritenuto una risposta appropriata e sostenibile, perché è ancora così poco praticato? La nuova analisi “Chi accoglie?”, realizzata da UNICEF e CNCA, prova a spostare la discussione dal piano delle intenzioni a quello delle condizioni reali che rendono possibile – o impediscono – l’accoglienza in famiglia.
Non si tratta di una rilevazione statistica rappresentativa dell’intero Paese, ma di un’analisi qualitativa preliminare basata su un sondaggio anonimo rivolto a 61 famiglie già coinvolte nel progetto Terreferme: un campione limitato, ma sufficiente per far emergere alcune regolarità utili a orientare programmi e politiche.
Il primo elemento che colpisce è che l’affido, almeno nel perimetro osservato, tende a essere scelto da famiglie che presentano una combinazione di stabilità relazionale e capitale sociale. I dati delineano un profilo anagrafico concentrato nelle fasce medio-alte: circa il 70% degli affidatari ha tra i 40 e i 60 anni, e c’è una presenza significativa di persone oltre i 60 anni.
La struttura familiare è spesso quella di coppie sposate o conviventi e, in molti casi, con esperienze genitoriali pregresse: oltre l’80% risulta sposato o convivente e circa il 60% ha già figli. Sullo sfondo si intravede un fattore abilitante: l’affido sembra più praticabile quando la famiglia dispone già di una base organizzativa e affettiva consolidata, capace di reggere l’impatto di un nuovo ingresso in casa senza trasformarlo in una prova di resistenza quotidiana.
La stabilità, però, non è solo una questione di legami. Anche la dimensione socio-economica sembra avere un peso. Tra gli affidatari compaiono con frequenza lavoratori dipendenti e liberi professionisti; inoltre emerge una prevalenza di titoli di studio medio-alti (diploma o laurea).
Questo quadro suggerisce un’associazione tra disponibilità all’affido e condizioni complessivamente favorevoli, comprese percezioni di maggiore sicurezza economica. In altre parole, l’affido non richiede soltanto “buona volontà”: richiede tempo, energie, capacità di orientarsi nei servizi e nelle procedure, e un margine materiale che consenta di assorbire imprevisti e carichi aggiuntivi.
Se la prima parte dell’identikit parla di “chi può”, la seconda racconta “chi vuole” e perché. Il profilo valoriale delle famiglie affidatarie è caratterizzato da fiducia interpersonale e apertura verso la diversità. La totalità degli intervistati dichiara piena fiducia nei familiari e una quota molto alta mostra fiducia anche verso persone conosciute direttamente; più del 60% esprime fiducia verso individui di religioni, culture o nazionalità differenti.

È un dato importante perché l’affido di adolescenti migranti soli non è mai neutro: implica attraversare differenze linguistiche, religiose, culturali, e farlo nella dimensione più intima, quella domestica. Coerentemente, la quasi totalità degli intervistati concorda sul fatto che la migrazione accresca la ricchezza culturale, e la maggioranza respinge gli stereotipi che associano migrazione e criminalità o conflitto; molti riconoscono anche il ruolo delle persone migranti nel coprire vuoti occupazionali.
Le motivazioni dichiarate raccontano un’idea di affido come accompagnamento, più che come semplice ospitalità. La spinta principale è la possibilità di sostenere ragazze e ragazzi nel percorso verso l’autonomia, affiancata dal desiderio di vivere un’esperienza interculturale. Qui l’affido appare per quello che è nella sua versione migliore: un dispositivo di protezione che non si limita a “mettere al sicuro”, ma crea continuità di relazioni, permette di costruire fiducia, restituisce quotidianità e prospettiva.
Le esperienze raccolte mostrano concretamente cosa significhi trasformare un progetto di accoglienza in una trama di vita ordinaria, fatta di scuola, tempi condivisi, regole, conflitti e progressi: spesso con inserimenti graduali, costruiti passo dopo passo, per evitare che l’ingresso in famiglia sia uno shock per il ragazzo e per chi lo accoglie.
Questa fotografia positiva rischierebbe però di diventare retorica se non si guardasse all’altra metà del quadro: l’affido, dicono le famiglie, non è privo di ostacoli. Prima di iniziare, molte hanno dubbi; e tra i timori più persistenti c’è quello di non ricevere supporto sufficiente durante il percorso. È un punto decisivo, perché sposta il problema dall’individuo al sistema.
Se l’affido resta al 4% non è solo perché “mancano famiglie disponibili”, ma perché la disponibilità va resa praticabile. Senza accompagnamento, formazione, sostegno psicologico e un coordinamento stabile tra servizi sociali, terzo settore e sistema giudiziario, l’affido può diventare un’esperienza opaca e faticosa, e quindi poco replicabile su scala.
Per questo il messaggio di fondo dell’analisi non è “cercate famiglie migliori”, ma “costruite condizioni migliori”. Serve un riferimento professionale costante e riconoscibile, capace di seguire valutazione, abbinamento, gestione e post-affido; e serve ridurre tempi e incertezze procedurali che scoraggiano chi vorrebbe accogliere.
L’affido, in questa prospettiva, non è un atto di generosità lasciato alla casualità delle biografie, ma una politica di protezione che richiede governance, standard operativi e investimenti: dai percorsi formativi per operatori, tutori e famiglie, fino a un uso più solido dei dati per monitorare qualità, efficacia e impatto.
Rileggendo insieme numeri e profili, emerge una conclusione netta: l’Italia dispone già di un bacino di famiglie che dimostrano apertura culturale, competenze relazionali e motivazioni solide, ma questo bacino resta minoritario e vulnerabile se non viene sostenuto. L’affido familiare può ridurre la pressione sulle strutture, offrire contesti affettivi più stabili e, dove appropriato, garantire una traiettoria di inclusione più robusta per adolescenti che arrivano da soli.
Ma per passare dal 4% a una quota significativa serve un salto di sistema: rendere l’affido una scelta possibile non solo per chi è già “attrezzato”, bensì per chi potrebbe diventarlo grazie a un’infrastruttura pubblica e comunitaria che accompagna, tutela e non lascia soli né i minorenni né le famiglie.


