Taiwan, la strategia cinese per vincere prima della guerra

La visita in Cina di Cheng Li-wun, leader del Kuomintang e principale figura dell’opposizione taiwanese, non è un semplice episodio di diplomazia parallela. È un indizio politico.

Mentre Pechino continua a rafforzare la propria pressione militare intorno all’isola, sta anche mostrando con sempre maggiore chiarezza un’altra linea d’azione: non soltanto prepararsi a un’eventuale conquista di Taiwan con la forza, ma cercare di renderla superflua o meno necessaria attraverso una progressiva erosione interna della volontà di resistenza taiwanese.

La Cina non ha rinunciato all’opzione militare. Continua anzi a svilupparla, a segnalarla e a usarla come strumento di intimidazione. Ma i documenti e le dichiarazioni più recenti indicano che Pechino preferirebbe, se possibile, arrivare all’unificazione senza una guerra aperta.

La 2026 Annual Threat Assessment dell’intelligence statunitense afferma che la Cina “probabilmente continuerà a cercare di creare le condizioni per un’eventuale unificazione con Taiwan al di sotto della soglia del conflitto” e che Pechino “preferisce conseguire l’unificazione senza uso della forza, se possibile”, pur mantenendo e ampliando le capacità necessarie per farlo militarmente se decidesse di farlo.

È una distinzione decisiva. Per anni il dibattito internazionale su Taiwan è stato dominato dalla domanda più spettacolare: la Cina invaderà oppure no? Ma questa domanda rischia di oscurarne un’altra, più lenta e forse più importante: la Cina sta cercando di rendere Taiwan più vulnerabile dall’interno, più divisa politicamente, più dipendente economicamente, più esitante psicologicamente, e quindi meno capace di organizzare una resistenza coerente? Le mosse di queste settimane suggeriscono che la risposta sia sì.

L’invito rivolto a Cheng si colloca precisamente in questo schema. Pechino rifiuta ogni rapporto politico sostanziale con il presidente taiwanese Lai Ching-te e con il Partito progressista democratico, che considera separatisti. Al tempo stesso tiene aperti, e anzi valorizza, i canali con l’opposizione nazionalista.

Il viaggio cade mentre il Kuomintang e i suoi alleati controllano il parlamento di Taiwan e hanno rallentato o bloccato parti del piano di rafforzamento della difesa sostenuto da Lai e incoraggiato da Washington. In questo quadro, il dialogo offerto a Cheng serve a presentare un’alternativa: non la deterrenza armata e il rapporto stretto con gli Stati Uniti, ma la “pace” attraverso il riavvicinamento politico a Pechino.

La parola chiave usata da Pechino, infatti, è proprio “pace”. Secondo l’agenzia ufficiale Xinhua e l’Ufficio per gli Affari di Taiwan, l’invito è stato formulato nel nome dello “sviluppo pacifico” delle relazioni tra le due sponde dello Stretto.

Ma, nel lessico politico cinese, la pace non è una categoria neutra: coincide con l’accettazione di una cornice politica in cui Taiwan non è trattata come soggetto sovrano autonomo, ma come parte di una futura riunificazione da amministrare. Le stesse comunicazioni ufficiali di marzo insistono sullo “sviluppo pacifico e integrato” e sulla necessità di rafforzare l’integrazione tra le due sponde, soprattutto attirando giovani, professionisti e imprese taiwanesi nella Cina continentale.

Non si tratta solo di convincere Taiwan a trattare. Si tratta di modellarne progressivamente il campo politico e sociale. Pechino punta a mostrare che nell’isola esistono forze “ragionevoli” con cui è possibile dialogare, e che il conflitto non è inevitabile a condizione che Taiwan abbandoni la linea della piena autonomia politica e della crescente integrazione strategica con Washington.

In questa prospettiva, l’obiettivo non è soltanto isolare il governo taiwanese in carica. È delegittimare l’idea stessa che la sicurezza di Taiwan dipenda dal rafforzamento della difesa e dal sostegno americano.

Le autorità taiwanesi leggono la situazione esattamente in questi termini. Focus Taiwan ha riportato che il governo considera il viaggio di Cheng parte di un tentativo cinese di sfruttare le divisioni interne dell’isola e di spingere l’opposizione su una base politica favorevole a Pechino.

Il Mainland Affairs Council ha avvertito che una pace fondata esclusivamente sulla “buona volontà” dei leader comunisti cinesi rappresenterebbe il pericolo maggiore per Taiwan. Non è soltanto una reazione polemica: è il riconoscimento del fatto che la partita si gioca sempre di più sul terreno della percezione, della narrativa e della divisione politica interna.

Cheng Li-wun, leader del Kuomintang By KOKUYO – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=179881074

Questa strategia ha almeno quattro dimensioni. La prima è politica. Coltivare un rapporto privilegiato con l’opposizione taiwanese consente a Pechino di mandare un messaggio sia all’interno sia all’esterno: Taiwan non è compatta, l’asse con Washington non è l’unica strada possibile, e l’unificazione o almeno il riavvicinamento possono avere interlocutori locali credibili.

Non è un caso che la visita di Cheng arrivi alla vigilia di un vertice Xi-Trump previsto a maggio e mentre una delegazione bipartisan di senatori americani è a Taipei per sostenere l’aumento della spesa militare dell’isola. In quel contesto, mostrare una leader taiwanese di primo piano accolta da Pechino con il linguaggio della “pace” ha un evidente valore di diplomazia pubblica.

La seconda dimensione è economico-sociale. Pechino continua a proporre incentivi, opportunità di studio, lavoro, investimenti e mobilità per i taiwanesi nel continente. Le dichiarazioni ufficiali di marzo insistono molto sui giovani: la Cina vuole creare più condizioni perché i giovani taiwanesi “vogliano venire, amino venire e vengano spesso” nella RPC.

Questo non è un dettaglio secondario. Significa lavorare per normalizzare l’idea che il futuro materiale di molti taiwanesi possa dipendere, sempre più, dall’integrazione con la Cina continentale.

La terza dimensione è cognitiva e mediatica. La strategia cinese non si limita a offrire benefici. Costruisce anche una narrazione. Da un lato presenta la deterrenza come provocazione e la linea del governo Lai come rischio di guerra; dall’altro propone il dialogo con Pechino come unica strada razionale per evitare il disastro.

Taiwan teme sempre di più che la Cina approfitti delle distrazioni strategiche degli Stati Uniti, impegnati altrove, per amplificare questo messaggio: Washington è lontana, incerta, potenzialmente distratta; la geografia, invece, rende la convivenza con la Cina inevitabile.

La quarta dimensione è militare, ma non come contraddizione delle altre. Al contrario, ne è il complemento. La pressione militare cinese — esercitazioni, incursioni aeree, attività navali, droni, simulazioni di blocco — serve a rendere credibile il costo del rifiuto. Non è soltanto preparazione bellica. È una forma di coercizione permanente che dà peso alla proposta politica di accomodamento.

Gli Stati Uniti non ritengono oggi che Pechino stia pianificando necessariamente un’invasione nel 2027, ma confermano che la Cina continua a sviluppare capacità per usarla se necessario. La forza resta dunque sullo sfondo, come bastone dietro la carota.

Questo non significa che la Cina stia per “conquistare” Taiwan senza colpo ferire. Taiwan resta una democrazia vitale, con identità politica distinta, istituzioni robuste e un’opinione pubblica in larga maggioranza ostile all’unificazione forzata. Ma sarebbe un errore interpretare le mosse di Pechino solo in termini di imminenza o meno di uno sbarco anfibio.

Il punto è un altro: la Repubblica Popolare sembra lavorare per spostare gradualmente il baricentro della decisione taiwanese, erodendo la fiducia nel governo pro-sovranità, complicando il rapporto con Washington, rafforzando i settori più disponibili al dialogo e cercando di rendere la resistenza politica sempre più costosa e la capitolazione negoziale sempre più “ragionevole”.

In questo senso, la visita di Cheng è meno un gesto di distensione che un tassello di una strategia più sofisticata. La Cina non sta scegliendo tra guerra e pace. Sta cercando di usare insieme persuasione, pressione, integrazione e minaccia per fare in modo che Taiwan arrivi al punto decisivo già indebolita, divisa e psicologicamente preparata a cedere terreno.

Se riuscisse in questo obiettivo, l’uso della forza diventerebbe meno necessario. Se non ci riuscisse, la pressione militare resterebbe pronta come ultima garanzia.

Per questo la questione taiwanese non si gioca solo nelle acque dello Stretto o nei piani del Pentagono. Si gioca anche nel parlamento di Taipei, nei rapporti tra governo e opposizione, nelle scelte di bilancio sulla difesa, nei flussi economici e nell’architettura mentale con cui una società valuta il prezzo della propria libertà. La sfida di Pechino, in altre parole, non è soltanto conquistare Taiwan. È convincerla, o costringerla, a diventare più arrendevole prima ancora che cominci la guerra vera.

William Lai Ching-te presidente di Taiwan Di Taipei Economic and Cultural Representative Office in Japan, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=148518291