La segregazione urbana nell’India di Modi

A volte la violenza non finisce quando si spengono gli incendi. Continua a lavorare sottotraccia, si deposita nello spazio urbano, cambia gli indirizzi, i prezzi delle case, i percorsi quotidiani, perfino l’idea di chi possa vivere accanto a chi.

È quello che racconta Ahmedabad, la più grande città del Gujarat, dove il quartiere musulmano di Juhapura è diventato negli anni il simbolo più compiuto di una segregazione che non ha bisogno di cartelli per farsi capire.

Lì non si vede soltanto la povertà di una periferia trascurata. Si vede una politica della separazione che, dopo i massacri del 2002, si è trasformata in geografia stabile.

Per capire Juhapura bisogna partire dai numeri essenziali. In India i musulmani sono circa il 14,2% della popolazione secondo il censimento 2011; in Gujarat scendono al 9,7% circa, mentre ad Ahmedabad città sono attorno al 13,8% e nel distretto al 12,24%. Insomma, non una presenza marginale o folklorica, ma una minoranza consistente, storica, radicata.

Eppure proprio ad Ahmedabad questa minoranza è stata progressivamente spinta verso una concentrazione residenziale sempre più marcata, al punto che Juhapura viene oggi descritto da fonti giornalistiche e accademiche come il più grande “ghetto musulmano” dell’India, con stime di popolazione che oscillano tra oltre 300 mila e circa 500 mila abitanti.

Questa crescita non è il risultato spontaneo di una libera preferenza comunitaria. È il prodotto di una lunga storia di violenze, spostamenti forzati e discriminazioni sul mercato immobiliare.

Gli studi più seri su Juhapura insistono proprio su questo punto: Ahmedabad ha conosciuto grandi episodi di violenza comunale nel 1969, 1985, 1991 e soprattutto nel 2002, e ogni ondata ha rafforzato la tendenza dei musulmani a cercare rifugio in zone dove la presenza co-religiosa garantisse almeno una parvenza di sicurezza. Il quartiere è cresciuto così: come spazio di protezione e, insieme, come spazio di confinamento.

Il 2002 resta il tornante decisivo. Dopo l’incendio del treno a Godhra del 27 febbraio 2002, in cui morirono 59 militanti e pellegrini indù, il Gujarat fu travolto da una delle peggiori ondate di violenza settaria dell’India contemporanea. Le cifre ufficiali parlano di 1.044 morti, di cui 790 musulmani e 254 indù, ma molte stime indipendenti collocano il bilancio reale sopra i 1.900.

A Ahmedabad si consumarono alcuni degli episodi più noti e più brutali, tra cui il massacro di Gulbarg Society, dove furono uccisi 69 musulmani, compreso l’ex deputato Ehsan Jafri. Reuters, ricordando quei fatti, continua a parlare di almeno 1.000 morti, in larga maggioranza musulmani.

Il punto politico è che quei massacri non si sono chiusi in un capitolo del passato. Hanno ridisegnato la città. Molti musulmani che vivevano in quartieri misti o in enclave minoritarie dentro aree a prevalenza indù hanno lasciato le loro case, spesso per sempre. Juhapura, che già esisteva come periferia informale sul lato occidentale di Ahmedabad, è diventata il principale contenitore di quella diaspora interna.

Uno studio pubblicato su Modern Asian Studies spiega che la popolazione del quartiere, inferiore ai 100 mila abitanti prima dei pogrom, superò i 300 mila negli anni successivi. Un lavoro del 2023 sul Journal of Social Inclusion Studies descrive Juhapura come il risultato di una “ghettoisation” progressiva alimentata sia dalla violenza sia da dispositivi legali e amministrativi che hanno finito per consolidare la separazione.

Ahmedabad smette quindi di essere solo una storia di violenza religiosa e diventa una storia urbana. La segregazione non è solo una questione di odio. È una questione di proprietà, mutui, autorizzazioni, infrastrutture, servizi pubblici. Juhapura è cresciuta rapidamente ma per anni è rimasta largamente sottoservita: strade peggiori, rete fognaria e idrica inadeguata, trasporti scarsi, servizi civici intermittenti, stigmatizzazione politica.

“City on the roof, Ahmedabad, India” by sandeepachetan.com is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Le ricerche accademiche sulla città sottolineano da tempo che il quartiere è stato trattato come uno spazio ambiguo: abbastanza integrato da assorbire una grande massa di popolazione musulmana espulsa altrove, ma non abbastanza riconosciuto da ricevere servizi e investimenti proporzionati alla sua crescita.

Questa segregazione, inoltre, non è solo il residuo di un trauma. Viene ancora oggi sostenuta da strumenti giuridici. Il caso più noto è il Disturbed Areas Act del Gujarat, una legge nata con la giustificazione di impedire trasferimenti immobiliari coercitivi in aree segnate da tensioni comunali, ma che secondo numerosi studiosi e osservatori ha finito per ostacolare soprattutto le compravendite tra indù e musulmani, consolidando di fatto la separazione residenziale.

Nel 2024 The Print lo ha definito esplicitamente uno strumento che “segrega” le due comunità, e negli ultimi giorni il Parlamento del Gujarat ha addirittura approvato un nuovo emendamento che irrigidisce ulteriormente i controlli, allargando la possibilità di opposizione dei residenti alle compravendite nelle “aree specificate”.

Non è un dettaglio tecnico. Quando una legge rende più difficile vendere o comprare casa oltre il confine comunitario, la segregazione smette di essere solo una conseguenza sociale e diventa una politica pubblica. Ed è questo che rende Ahmedabad così interessante e inquietante insieme.

Il nazionalismo indù non si limita a produrre discorsi aggressivi, campagne elettorali polarizzate o episodi di violenza. Produce città separate. Trasforma la paura in urbanistica. Fissa nello spazio una gerarchia di cittadinanza: chi può abitare dove, con quali servizi, con quale grado di protezione istituzionale.

Da questo punto di vista, il Gujarat è stato un laboratorio politico prima ancora che elettorale. Narendra Modi ne è stato a capo dal 2001 al 2014, prima di arrivare al governo dell’India. Le accuse di aver fatto troppo poco per fermare le violenze del 2002, o di aver contribuito a un clima che le rese possibili, lo accompagnano da allora; lui le ha sempre respinte.

Sul piano giudiziario va ricordato con precisione che uno Special Investigation Team nominata dalla Corte suprema non trovò prove per incriminarlo, e che nel 2022 la Corte suprema indiana ha confermato quel proscioglimento nel procedimento promosso da Zakia Jafri, vedova di Ehsan Jafri.

Ma il fatto che Modi sia stato escluso in quel procedimento non cancella il dato politico più ampio: il Gujarat del 2002 e degli anni successivi ha anticipato un modello di maggioritarismo indù che oggi molti osservatori leggono come una chiave dell’India contemporanea.

Il dato urbano si incastra così con quello nazionale. I musulmani indiani sono una minoranza enorme in valore assoluto, oltre 170 milioni secondo il censimento 2011, ma sono sempre più spesso rappresentati dal discorso nazionalista come corpo sospetto, estraneo, demograficamente minaccioso o politicamente inaffidabile.

Quando questa rappresentazione si salda con il mercato immobiliare, con le politiche locali e con la memoria dei pogrom, il risultato non è soltanto la discriminazione. È la produzione di quartieri interi come spazi di contenimento. Juhapura, in questo senso, conta più di molte dichiarazioni ufficiali: è la prova materiale che una convivenza può essere smontata pezzo per pezzo finché la separazione appare naturale.

Il racconto di chi ricorda “prima si viveva insieme, si mangiava insieme” diventa così politicamente importante. Perché spezza l’alibi più comodo: l’idea che indù e musulmani siano da sempre destinati a vivere separati. Non è così. La segregazione di Ahmedabad non è l’espressione di un odio eterno.

È una costruzione storica. È passata per le violenze del 2002, per lo spostamento dei sopravvissuti, per l’abbandono selettivo dei servizi, per le difficoltà di acquistare casa fuori dai quartieri “assegnati”, per un’intera cultura politica che ha normalizzato la minoranza come problema.

Quando si dice che Juhapura è un ghetto, quindi, non si sta descrivendo un tratto culturale della comunità musulmana. Si sta descrivendo il successo di una lunga operazione di separazione.

In questo senso, Ahmedabad racconta qualcosa che va oltre l’India. Racconta come i pogrom non servano solo a uccidere. Servano anche a insegnare dove si può vivere, chi deve spostarsi, chi deve sparire dal paesaggio ordinario della maggioranza. E racconta che la segregazione moderna non ha sempre il volto spettacolare dei muri o delle leggi razziali esplicite.

A volte ha il volto molto più amministrativo di una compravendita negata, di un quartiere lasciato marcire, di una comunità spinta così lontano da diventare invisibile al resto della città. Juhapura non è una reliquia del 2002. È il 2002 diventato urbanistica.

“Ahmedabad – Gujarat, India” by Emmanuel Dyan is licensed under CC BY 2.0.