India: Modi riforma la legge e punta alle terre dei musulmani

La Camera bassa del parlamento indiano ha approvato una proposta di legge avanzata dal governo nazionalista guidato da Narendra Modi che modifica profondamente le regole relative alle fondazioni caritatevoli islamiche note come waqf. Il testo, ritenuto da molti osservatori divisivo, interviene sulla gestione di queste dotazioni, ampliando il ruolo dello Stato e introducendo la presenza obbligatoria di membri non musulmani nei consigli incaricati di amministrarle.

Secondo l’esecutivo, la riforma è finalizzata a contrastare inefficienze, pratiche opache e corruzione diffusa nella gestione delle proprietà waqf, ma per l’opposizione – e per numerose organizzazioni musulmane – si tratta di un tentativo mascherato di esproprio e di controllo politico su patrimoni religiosi che, in molti casi, risalgono a secoli fa.

Durante il dibattito parlamentare, durato due giorni, le tensioni sono cresciute. I partiti di opposizione, guidati dal Congresso, hanno denunciato l’incostituzionalità del provvedimento e la sua natura discriminatoria nei confronti della comunità musulmana, minoranza religiosa che rappresenta il 14% della popolazione indiana.

Nonostante il BJP di Modi non abbia la maggioranza assoluta alla Camera, l’appoggio dei partiti alleati ha permesso di far passare il testo con 288 voti favorevoli contro 232 contrari. La legge dovrà ora essere valutata dalla Camera alta prima di essere trasmessa al Presidente della Repubblica per l’approvazione definitiva.

La proposta di legge modifica in particolare la normativa del 1995 che regola le fondazioni waqf, imponendo la presenza di membri non musulmani all’interno dei consigli amministrativi statali, i quali, fino a oggi, erano composti esclusivamente da musulmani, in linea con la funzione religiosa delle dotazioni. Il governo insiste sul fatto che tali nomine avranno soltanto un ruolo gestionale e non interferiranno negli aspetti religiosi. Tuttavia, molti temono che questa apertura rischi di trasformarsi in uno strumento di controllo politico e burocratico, in un periodo segnato da crescenti tensioni interreligiose nel Paese.

Il premier indiano Narendra Modi. Licensed under CC BY 2.0.

Le fondazioni waqf rappresentano uno degli strumenti più antichi dell’Islam per garantire la continuità di attività religiose e sociali. In India, si stima che controllino circa 872.000 proprietà distribuite su oltre 400.000 ettari di terra, tra cui moschee, cimiteri, scuole coraniche e orfanotrofi, per un valore complessivo superiore ai 14 miliardi di dollari. Molte di queste proprietà non dispongono di documentazione legale formale, poiché acquisite o donate in tempi remoti, e il nuovo testo prevede che i consigli waqf ottengano l’approvazione da parte di funzionari distrettuali per rivendicarne il possesso.

Proprio questo passaggio è considerato tra i più delicati: per i critici, potrebbe aprire la strada a espropri, controversie legali e alla sottrazione di beni storici appartenenti alla comunità musulmana, specie in un clima politico dove alcune organizzazioni radicali indù rivendicano antiche moschee sostenendo che sorgano su resti di templi indù preesistenti. Alcune di queste controversie sono tuttora pendenti in tribunale.

Il disegno di legge era stato presentato per la prima volta nel 2023, ma le proposte di modifica avanzate dalle opposizioni sono rimaste in larga parte inascoltate. Oggi, la riforma è vista da molti come l’ennesimo tassello in una strategia più ampia volta a ridefinire gli equilibri tra le religioni in India, con il rischio di marginalizzare ulteriormente la popolazione musulmana, spesso colpita anche su altri fronti: dalle scelte alimentari alle unioni interreligiose, fino alla visibilità pubblica della propria fede.

Nonostante la consapevolezza che la gestione delle fondazioni waqf sia spesso segnata da opacità e corruzione, molte associazioni musulmane esprimono forte preoccupazione per l’impatto di questa riforma. Temono che, sotto la spinta di un nazionalismo indù sempre più assertivo, il controllo diretto del governo sulle proprietà islamiche possa intensificarsi, aggravando il già fragile equilibrio tra le comunità religiose del Paese.

Le critiche non provengono solo dall’interno. La Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale ha recentemente sottolineato nel suo rapporto annuale il peggioramento della situazione in India, segnalando un aumento dei discorsi d’odio, della disinformazione e delle discriminazioni contro le minoranze religiose durante l’ultima campagna elettorale.

Mentre il governo di Modi continua a negare ogni forma di discriminazione, sostenendo che l’India è fondata sull’uguaglianza e sulla laicità, i dati raccontano una realtà diversa: secondo un’indagine governativa del 2013, i musulmani sono la minoranza più povera del Paese, nonostante siano anche la più numerosa. In questo contesto, ogni intervento normativo che tocca i loro diritti religiosi o patrimoniali non può che accendere timori profondi.

“India Mosque” by Chongkian is licensed under CC BY-SA 4.0.