A Gerusalemme, per la Domenica delle Palme, è successo che un cardinale non è potuto entrare in chiesa. Poi sono arrivate le proteste, le precisazioni, le scuse, i chiarimenti, i “fraintendimenti”, le ricuciture diplomatiche. Insomma, il solito teatrino levantino: prima l’umiliazione, poi la toppa, infine il comunicato che dovrebbe trasformare una figuraccia politica in un incidente tecnico.
Solo che non era un incidente tecnico. Era l’ennesima fotografia nitida di un luogo in cui la religione pretende di parlare di pace e finisce regolarmente per produrre solo conflitto, gerarchia, nervosismo armato e ipocrisia.
Gerusalemme è probabilmente il posto al mondo con la più alta densità di dio per metro quadrato e, contemporaneamente, uno dei posti in cui gli esseri umani riescono meno a comportarsi da esseri umani. Non è un paradosso. È quasi una legge storica. Quando troppe persone sono convinte di avere un filo diretto con l’eterno, prima o poi qualcuno finisce per usare quel filo come manganello.
Da una parte c’è il nazionalismo israeliano in versione teologico-militare, che da anni fa convivere sicurezza, occupazione, arbitrarietà e culto della forza, con l’aria di chi non deve mai spiegare davvero nulla perché ha sempre a disposizione una giustificazione superiore: l’emergenza, la storia, l’identità, la sopravvivenza.
Dall’altra ci sono Hamas, Hezbollah e l’intero sottobosco del fondamentalismo armato, che trasformano dio in una ditta di copertura per guerra, controllo sociale e propaganda funeraria. In mezzo ci sono i cattolici, che continuano a parlare il linguaggio della pace universale in una regione dove la loro tollerabilità dipende quasi sempre dal fatto che non disturbino troppo gli equilibri del momento.
Il bello, si fa per dire, è che ognuno si presenta come argine al fanatismo altrui mentre coltiva con cura il proprio. Ognuno denuncia gli eccessi dell’altro brandendo la propria eccezione morale. Ognuno si racconta come vittima della barbarie altrui mentre trova sempre il modo di convivere con la barbarie che gli conviene. È la grande specialità delle religioni organizzate: predicare l’assoluto e praticare il doppio standard.
Naturalmente il punto non è la fede individuale. Uno può credere a quello che vuole, pregare chi vuole, inginocchiarsi davanti a chi gli pare. Il problema comincia quando la fede smette di essere una faccenda intima e diventa una struttura di potere, una catena di comando, una giurisdizione simbolica, una macchina che distribuisce appartenenza, obbedienza e inimicizia.
A quel punto non siamo più nel campo dello spirito. Siamo in quello molto più terreno dell’autorità, della mobilitazione, della propaganda e, se serve, della guerra.
Ed è precisamente qui che tutte le grandi religioni monoteiste, ciascuna a modo suo, mostrano una straordinaria coerenza storica: quando entrano davvero nei rapporti di forza, non pacificano quasi mai niente. Benedicono, accompagnano, rivestono di senso, nobilitano, spiegano, giustificano. Ma pacificare, no. Quello no.
Al massimo amministrano il conflitto, lo traducono in linguaggio morale e lo rendono più resistente, perché se una contesa riguarda solo terra, potere e risorse forse la puoi anche negoziare; se invece ci metti dentro Dio, diventa subito una faccenda tossica, tendenzialmente infinita e quasi sempre sanguinaria.
L’episodio di Pizzaballa vale allora più di cento convegni sul dialogo interreligioso. Dice una cosa molto semplice: nel luogo in cui le religioni pretendono di custodire il mistero, a decidere chi entra e chi no sono gli apparati di forza.
Poi certo, tutti recitano la loro parte. Il governo minimizza, il patriarcato stempera, i mediatori mediano, i giornali titolano sulla riconciliazione. Ma resta lì il fatto nudo: la città santa è diventata da tempo una gigantesca zona di frizione in cui il sacro serve soprattutto a rendere più solenni gli abusi del potere.
Dall’altra parte, inutile farsi illusioni romantiche. Hamas e Hezbollah non rappresentano una purezza offesa. Rappresentano un’altra forma dello stesso veleno: la fusione tra assoluto religioso e violenza politica.
Anche lì il paradiso viene usato come combustibile ideologico, il martirio come strumento di reclutamento, la causa come copertura per la costruzione di un ordine autoritario. Cambiano i simboli, non il meccanismo. Sempre qualcuno che dice di parlare in nome di dio e intanto manda altri a morire.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: popoli ostaggio, città devastate, minoranze schiacciate, luoghi santi militarizzati, diplomazie ricattate, coscienze avvelenate da identità sempre più aggressive. E in mezzo una sfilza infinita di autorità religiose che continuano a presentarsi come parte della soluzione dopo essere state, troppo spesso, parte essenziale del problema.
A un certo punto bisognerebbe pure dirlo con la brutalità che merita. Hanno portato l’umanità oltre il punto di nausea. Non i fedeli qualsiasi, non la vecchia che accende una candela, non chi prega per i propri morti, non chi cerca conforto dove può.
Hanno oltrepassato da un pezzo il limite del tollerabile le burocrazie del sacro, i custodi professionali dell’assoluto, i trafficanti di identità religiose, i manager della trascendenza che da secoli si accreditano come maestri di civiltà e continuano a lasciare dietro di sé una scia impressionante di guerre, persecuzioni, fanatismi, complicità e menzogne.
La verità è più semplice e meno nobile di come la raccontano. Le religioni, quando si fanno istituzione e potere, non elevano il mondo: lo infestano. Non lo rendono più giusto: lo rendono più ricattabile. Non spengono i conflitti: li rendono sacri, e dunque più feroci.
Il problema, da quelle parti, non è che ci sia poco Dio. È che ce n’è troppo, o meglio: ce n’è troppo in mano a gente che continua a usarlo come una clava politica.



