C’è un modo semplice per depotenziare un problema sociale: contarlo dentro un perimetro stretto, in una notte sola, e poi lasciar intendere che quel perimetro coincida con il fenomeno reale. È il rischio che accompagna i primi risultati della rilevazione Istat sulle persone senza dimora nei 14 Comuni centro di area metropolitana.
Il rapporto va preso sul serio, ma non nel modo più comodo. Non come misura complessiva della homelessness in Italia, bensì come fotografia parziale di una parte del problema, costruita con un metodo che lo stesso documento delimita con grande chiarezza: conteggio Point in Time nella notte del 26 gennaio 2026, limitato ai 14 comuni capoluogo considerati, e con esclusioni rilevanti, dai minori a chi vive in insediamenti organizzati, negli stabili occupati o è ospitato temporaneamente in alloggi privati.
Inoltre Istat precisa che questi dati, per metodo e copertura territoriale, non sono comparabili con le precedenti indagini sulla popolazione senza dimora.
È qui che bisogna spostare il fuoco. Perché il numero che più colpisce, 10.037 persone senza dimora conteggiate nei 14 comuni, rischia di essere anche il meno utile se trasformato in cifra-simbolo nazionale. Non perché sia “falso”, ma perché è intrinsecamente parziale: riguarda solo adulti, solo una notte, solo una porzione del territorio, solo alcune forme visibili o intercettabili di grave marginalità.
Usato senza queste cautele, può finire per restringere il problema invece di illuminarlo. E restringere il problema, in Italia, significa quasi sempre restringere anche la responsabilità pubblica.
Il dato davvero robusto del rapporto è un altro: quello sulle strutture di accoglienza notturna. Qui il documento non si limita a “stimare” una presenza difficile da catturare, ma misura un sistema concreto di risposta. Le strutture rilevate sono 217, con 6.678 posti letto dichiarati e 5.563 ospiti presenti nella notte del conteggio; l’occupazione complessiva dei posti, tenendo conto dell’elasticità delle capienze, arriva all’83,3%.
Sono numeri che non raccontano l’intero universo delle persone senza dimora, ma dicono molto sulla capacità reale delle città di offrire risposte di primo livello. E raccontano soprattutto una diseguaglianza territoriale fortissima: Milano ha 25 strutture e 1.348 posti letto, Roma 54 strutture e 1.591 posti, Napoli 15 strutture e 518 posti; Genova si ferma a 295 posti, Firenze a 208, Venezia a 133.
In alcune città il rapporto tra capienza e persone conteggiate è molto basso, come a Genova, dove la capienza dichiarata copre appena il 36,7% delle persone rilevate, o a Venezia, dove è al 46,5%; altrove, come Bari e Reggio Calabria, supera il 95%.
Questa è già una prima verità: il problema non è solo “quante persone senza dimora ci sono”, ma quanto sia fragile, sbilanciata e disomogenea la rete che dovrebbe intercettarle. Il rapporto, letto bene, non consegna una fotografia rassicurante. Al contrario, mostra che perfino nel perimetro limitato scelto dall’indagine la risposta emergenziale è molto lontana dall’essere uniforme.
Se in totale ci sono 6.678 posti letto per 10.037 persone conteggiate, il rapporto tra capienza e persone rilevate si ferma al 66,5%. Anche assumendo tutte le cautele del caso, è difficile leggere questo dato come prova di adeguatezza del sistema.
Il secondo errore da evitare è geografico. La rilevazione parla dei 14 Comuni centro di area metropolitana, non dell’Italia reale della marginalità abitativa. Eppure, nel dibattito pubblico, il rischio è che quelle 14 città finiscano per diventare la scena quasi esclusiva del fenomeno. Sarebbe una semplificazione pesante.

Lo stesso rapporto segnala, indirettamente, che il collettivo dei senza dimora include anche persone non residenti nei comuni in cui gravitano, a conferma di una mobilità e di una dispersione territoriale che il solo comune capoluogo non basta a spiegare.
Se si guarda ad altri indicatori della fragilità abitativa, dagli sfratti alle sistemazioni precarie, si sa da anni che la sofferenza non si esaurisce nei grandi centri: spesso si sposta nelle cinture urbane, nei comuni di provincia, nei territori dove il disagio è meno visibile, meno contato e per questo anche meno presidiato. Questa è un’inferenza coerente con i limiti di copertura della rilevazione, non un dato prodotto dal rapporto stesso.
Per questo il documento Istat-fio.PSD andrebbe usato quasi al contrario di come si userà nel circuito mediatico più sbrigativo. Non per dire: ecco quanti sono. Ma per dire: ecco quanto poco del fenomeno riusciamo a vedere quando lo limitiamo ai grandi comuni, a una notte, e alle sole condizioni rilevabili in strada o nei dormitori di primo livello.
Del resto, lo stesso rapporto circoscrive il perimetro delle strutture censite alle accoglienze emergenziali di primo livello, includendo anche realtà informali, ma escludendo le ospitalità in Housing First e Housing Led. Anche da questo punto di vista, quindi, il dato parla soprattutto della prima linea dell’emergenza, non dell’intero sistema abitativo e sociale.
C’è poi un altro elemento che rende difficile qualsiasi lettura minimizzante. Secondo fio.PSD, nel corso del 2025 sono morte in Italia 414 persone senza dimora, un numero “tristemente in linea” con gli anni precedenti. La federazione insiste da tempo su un punto essenziale: non si muore solo d’inverno, e non si muore solo di freddo; la strada amplifica malori, incidenti, malattie, aggressioni, dipendenze, fino a trasformare eventi ordinari o curabili in esiti fatali.
Se si tiene insieme questo dato con la fotografia delle strutture, la questione cambia subito di scala: non stiamo discutendo di una presenza residuale da amministrare con qualche letto in più nei mesi più rigidi, ma di una popolazione esposta stabilmente a un rischio estremo, dentro un sistema di risposta che resta in larga misura emergenziale.
È qui che la polemica sui numeri diventa politica. Perché se si prendesse sul serio la cifra dei 10.037 conteggiati nei 14 comuni come misura quasi esaustiva del problema, allora verrebbe spontanea una domanda brutale: se fossero davvero “solo” questi, come si giustifica il fatto che non si riescano comunque a costruire percorsi decenti, stabili, differenziati, capaci di uscire dalla logica del dormitorio e dell’emergenza?
E se invece quel numero, come è molto più probabile, rappresenta solo la parte osservabile di un universo più ampio e disperso, allora è ancora più urgente smetterla di confondere il conteggio con il fenomeno. In entrambi i casi, l’alibi salta.
Il rapporto contiene anche dettagli che rafforzano questa lettura. Le strutture sono in larga parte istituzionali, ma in sei città compaiono anche strutture informali; in otto comuni esistono 36 strutture che richiedono documenti di identità validi per accedere, con una concentrazione particolarmente alta a Bari.
È un passaggio importante perché dice che l’accesso ai servizi non è uguale dappertutto e non è sempre neutro: la presenza di posti letto non coincide automaticamente con la loro effettiva accessibilità per tutte le persone in grave marginalità.
La tesi, allora, è semplice. Questo censimento non va buttato via; va rovesciato. Non ci dice finalmente “quanti sono i senza dimora in Italia”. Ci dice piuttosto che cosa riusciamo a vedere quando guardiamo solo nei luoghi più visibili, con gli strumenti più adatti all’emergenza e meno alla complessità territoriale. E ci dice che perfino dentro questo cono di luce ristretto la risposta pubblica resta insufficiente, diseguale e troppo schiacciata sul primo livello dell’accoglienza.
Il problema non è che i senza dimora siano pochi. Il problema è che vengono contati in modo da sembrare più contenibili di quanto siano, mentre intanto si continua a morire per strada e a lasciare fuori campo intere quote di disagio abitativo e sociale.



