La targa sulla porta non basta più. La crisi delle professioni

C’era un tempo in cui bastava nominare certe professioni per evocare un’intera idea di futuro. Avvocato. Architetto. Ingegnere. Non erano soltanto mestieri: erano una promessa sociale. Dicevano studio, ascesa, sicurezza, rispettabilità. Dicevano che, se ce l’avevi fatta a entrare in quel mondo, la povertà sarebbe rimasta fuori dalla porta.

Oggi quella promessa si è incrinata.

I numeri raccolti da Info Data su dati AlmaLaurea raccontano un cambiamento netto: i laureati in Giurisprudenza, dopo il picco del 2015, sono scesi fino a 9.499 nel 2024; quelli di Architettura e ingegneria civile sono passati da 9.119 nel 2012 a 5.608 nel 2024.

Non è una semplice oscillazione statistica. È il segnale che una parte crescente di giovani non vede più in quelle professioni il canale naturale per costruirsi una vita solida.

Ma il dato più interessante non è neppure il calo delle iscrizioni o dei laureati. È il motivo profondo che affiora dietro quella ritirata. Per anni ci siamo raccontati che chi studiava a lungo, chi accumulava titoli, chi entrava nelle professioni “alte”, si metteva al riparo dalla fragilità sociale. Adesso non è più così chiaro.

La scrivania con la targa continua a esistere, ma non garantisce più automaticamente né reddito sufficiente, né equilibrio di vita, né una traiettoria lineare di emancipazione.

Qui entra in scena il Rapporto sull’Avvocatura 2025 della Cassa Forense, che dà corpo a questa sensazione. Nel 2024 gli iscritti alla Cassa sono 233.260, in calo rispetto all’anno precedente, e l’età media è salita a 48,9 anni, contro i 42,3 del 2002.

Tradotto: la professione forense invecchia, perde pezzi attivi, e non viene rimpiazzata con la stessa forza dalle nuove generazioni.

Ma ancora più rivelatore è un altro dato: il 63,4% degli avvocati dichiara di trovare molto o abbastanza difficile conciliare lavoro e vita personale. Tra gli under 40 la quota sale al 73,7%. E tra le donne arriva al 70,6%, contro il 57% degli uomini. Qui il punto non è il vezzo linguistico del “work-life balance”.

Una professione tradizionalmente collocata nel ceto medio-alto viene ormai percepita da una larga parte di chi la esercita come una macchina che assorbe tempo, energie e vita, senza restituire in cambio una sicurezza proporzionata.

Ed è esattamente qui che la questione diventa molto più interessante. Perché la povertà non comincia solo quando manca il pane. Comincia anche quando si spezza il patto tra fatica e prospettiva. Quando studiare per anni non è più una garanzia sufficiente.

Quando il lavoro qualificato non protegge davvero dal logoramento, dall’incertezza, dalla compressione del tempo di vita. Quando perfino una professione storicamente percepita come prestigiosa smette di essere un ascensore sociale e rischia di diventare una trappola di status: apparenza di prestigio, sostanza di fatica.

Il punto, insomma, non è che i giovani “non vogliono più fare sacrifici”, come ripete una certa retorica pigra. Il punto è che probabilmente fanno un calcolo più realistico dei loro predecessori. Guardano anni di studio, tirocinio, accesso difficile, concorrenza alta, redditi iniziali fragili, disponibilità continua, squilibrio tra vita e lavoro.

Per poi concludere che il gioco non vale più come prima la candela. Non rifiutano il lavoro. Rifiutano lavori che promettono un’identità sociale forte ma una sostenibilità personale sempre più debole. Questa è una differenza enorme.

C’è poi una questione di genere, che da sola basterebbe a smontare molta della narrazione meritocratica sulle professioni. Se il peso della conciliazione ricade molto più sulle avvocate che sugli avvocati, non siamo davanti a un semplice problema organizzativo.

Siamo davanti a un vecchio meccanismo sociale che si ripresenta in abiti nuovi: le professioni chiedono totalità, ma la società continua a distribuire in modo diseguale i carichi di cura. Così il costo dell’“eccellenza” viene pagato più dalle donne. E questo significa che anche dentro i segmenti qualificati del lavoro si riproducono gerarchie e vulnerabilità molto concrete.

Quello che si vede, allora, è qualcosa di più profondo di una moda universitaria. Si vede il restringimento dell’orizzonte del ceto medio. Si vede la fine di una rassicurazione collettiva: studia, entra in una professione riconosciuta, e sarai al sicuro.

Oggi quella formula non basta più. E quando non basta più neppure lì, bisogna avere il coraggio di dirlo: la povertà non è più soltanto il destino di chi sta ai margini. È una pressione che risale la società, corrode aspettative, erode professioni, svuota di fiducia anche i percorsi che un tempo sembravano più protetti.

La vera notizia, allora, non è che è finito il mito dell’avvocato o dell’ingegnere. La vera notizia è che si sta impoverendo una promessa repubblicana: l’idea che lo studio e il lavoro qualificato possano offrire una vita dignitosa, ordinata, sostenibile. Quando questa promessa vacilla, non cambia solo il mercato universitario. Cambia la geografia della paura sociale.

E forse i giovani lo hanno capito prima di tutti. Non stanno abbandonando un sogno. Stanno prendendo atto che, dietro quella vecchia targa dorata, molto spesso non c’è più la protezione che c’era una volta.