Afghanistan-Pakistan, perché il conflitto si aggrava

Il raid che secondo il governo talebano afghano ha colpito a Kabul l’ospedale per la cura delle dipendenze, causando almeno 408 morti e 265 feriti, non è soltanto un nuovo episodio di violenza tra due vicini storicamente diffidenti. È il punto più drammatico, finora, di una crisi che nelle ultime settimane si è trasformata in un confronto militare aperto tra Pakistan e Afghanistan.

Islamabad nega di aver colpito un ospedale o civili e sostiene di aver preso di mira un deposito di munizioni e infrastrutture militanti; ma al di là della disputa sui fatti, il raid segna un salto di scala che rende il conflitto più difficile da contenere.

Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna tornare almeno all’autunno del 2025. Il 12 ottobre 2025 i due Paesi si erano già scontrati duramente lungo il confine; una tregua mediata da Qatar e Turchia era stata raggiunta il 19 ottobre, ma il secondo round di colloqui era fallito il 28 ottobre.

Da allora la tensione non si è mai davvero spenta: il 25 novembre raid pakistani in tre province orientali afghane avevano già provocato vittime civili secondo Kabul, e un nuovo tentativo di pace in Arabia Saudita il 3 dicembre non aveva prodotto una svolta.

La crisi attuale è però esplosa davvero il 27 febbraio 2026, quando il Pakistan ha lanciato raid aerei contro 22 obiettivi militari afghani, presentandoli come risposta alla minaccia transfrontaliera. Nei giorni successivi i due Paesi hanno scambiato colpi di artiglieria, attacchi con droni e operazioni lungo la frontiera di 2.600 chilometri.

Il 3 marzo l’ONU avvertiva che in appena sei giorni erano già stati uccisi 42 civili. Il 13 marzo Kabul ha accusato Islamabad di aver colpito un deposito di carburante vicino all’aeroporto di Kandahar e aree residenziali nella capitale; quattro giorni dopo è arrivato il raid sull’ospedale, il più grave dall’inizio dell’escalation.

Il nodo centrale, per Islamabad, è uno solo: il Pakistan sostiene da anni che i talebani afghani offrano rifugio al Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), i talebani pakistani che rivendicano attacchi sul territorio pakistano. Secondo le autorità pakistane, la leadership del TTP e molti dei suoi combattenti operano da basi in Afghanistan e usano il territorio afghano per pianificare incursioni oltre confine.

In questa logica, ciò che il Pakistan vuole non è tanto una guerra convenzionale con Kabul, quanto costringere il governo talebano a spezzare — o almeno a contenere — le reti dei gruppi armati ostili a Islamabad. È il motivo per cui il Pakistan continua a descrivere i suoi bombardamenti come operazioni di controterrorismo, non come atti di guerra contro la popolazione afghana.

Kabul, dal canto suo, respinge le accuse e sostiene che la militanza in Pakistan sia un problema interno pakistano, non afghano. Ma soprattutto il governo talebano vuole imporre un altro principio: che il Pakistan smetta di colpire in profondità sul territorio afghano e riconosca un limite alla propria pressione militare.

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La linea afghana è doppia: da un lato rivendicare la sovranità nazionale e denunciare ogni raid come aggressione contro civili; dall’altro evitare di apparire debole agli occhi della propria base interna. Non a caso già il 27 febbraio i talebani avevano detto di essere disponibili a negoziare, ma senza rinunciare alla rappresaglia. Anche dopo il raid di Kabul hanno promesso una “risposta schiacciante”, segnale che il bisogno di deterrenza ormai pesa quanto quello di trattare.

Il problema è che oggi i due obiettivi sono difficilmente conciliabili. Il Pakistan vuole sicurezza sul fronte occidentale e la neutralizzazione del TTP; l’Afghanistan vuole che cessino i raid e che Islamabad smetta di trattare il territorio afghano come uno spazio di inseguimento militare. In mezzo non c’è più, per ora, un canale diplomatico efficace.

Reuters riferisce che, a differenza degli scontri dell’ottobre scorso, stavolta non ci sono negoziati in corso, nonostante gli appelli di Turchia, Russia e soprattutto Cina. Anche i tentativi di mediazione di Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Pechino non hanno finora prodotto una nuova tregua.

È qui che la crisi diventa regionale. L’India ha condannato il raid pakistano su Kabul, mentre la Cina, alleata chiave del Pakistan ma interessata anche alla stabilità afghana, ha chiesto un cessate il fuoco rapido e colloqui faccia a faccia. ù

Pechino non vuole che il conflitto metta a rischio personale, investimenti e corridoi economici nella regione; Nuova Delhi, invece, legge l’escalation anche alla luce della sua competizione strategica con Islamabad. Il risultato è che uno scontro nato sul confine afghano-pakistano rischia di riverberarsi su un equilibrio asiatico già appesantito da altre crisi.

Come può proseguire adesso? Lo scenario più probabile, almeno nel breve periodo, non sembra quello di una guerra totale, ma di una escalation intermittente: altri raid pakistani su obiettivi che Islamabad definirà “militanti”, nuove rappresaglie afghane lungo la frontiera e un crescente costo civile.

Nelle ultime tre settimane entrambi i Paesi hanno già condotto attacchi aerei, con droni e da terra, rivendicando centinaia di perdite inflitte alla controparte senza fornire prove indipendenti. Questo suggerisce che la comunicazione di guerra stia già accompagnando quella militare, rendendo più facile continuare a colpire e più difficile fermarsi.

Il vero punto di svolta sarà capire se il raid di Kabul costringerà le parti a trattare o, al contrario, le spingerà a irrigidirsi. Se il Pakistan riterrà di aver alzato abbastanza la pressione su Kabul, potrebbe accettare una de-escalation mediata. Se invece giudicherà insufficiente la risposta talebana sul TTP, continuerà a colpire.

Kabul, per parte sua, difficilmente può assorbire un attacco di queste dimensioni senza reagire, almeno simbolicamente. Per questo il rischio immediato non è tanto una guerra classica tra due eserciti, quanto una spirale di punizioni reciproche, con i civili sempre più esposti e con la regione sempre più vulnerabile a incidenti, errori di calcolo e pressioni esterne.

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