Il commercio al dettaglio italiano crolla. I dati, anno per anno, mostrano un’accelerazione sotto il governo Meloni. E la causa sistemica è quella che nessuno nomina: gli italiani non riescono più a spendere.
I numeri esistono. Sono certificati da fonti ufficiali – Istat, Confesercenti, Confcommercio – e raccontano una storia precisa, con una traiettoria altrettanto precisa. Mancano solo nei titoli dei telegiornali. Ma questo ormai non ci stupisce più da tempo.
La cronologia delle chiusure
Il declino del commercio al dettaglio italiano non è nato con l’attuale governo, ma sotto di esso si è trasformato in crollo. I dati lo mostrano con chiarezza.
Tra il 2012 e il 2022 – un arco di dieci anni che comprende la crisi finanziaria, l’austerità e la pandemia – sono sparite oltre 99mila attività di commercio al dettaglio in sede fissa e 16mila ambulanti. Una perdita enorme, ma distribuita su un decennio.
Il governo Meloni si insedia il 22 ottobre 2022. Da quel momento, qualcosa cambia. Nel 2022, anno in cui il governo si insedia, le nuove aperture di negozi si fermano a 22.608, il 20,3% in meno rispetto al 2021 e il dato più basso degli ultimi dieci anni.
2023 si scende ancora: solo poco più di 20mila nuove attività commerciali, l’8% in meno rispetto al 2022, record negativo del decennio. Nel 2013 erano state oltre 44mila, più del doppio.
Il 2024 segna il punto di rottura. Hanno chiuso definitivamente 61.634 esercizi a fronte di appena 23.188 nuove aperture: quasi tre chiusure per ogni apertura, il rapporto peggiore degli ultimi dieci anni.
Nel 2014 aprivano 118 nuovi negozi al giorno; nel 2024 il ritmo si era ridotto a 63,5, quasi la metà. Le cessazioni, invece, avanzano: 169 attività al giorno che abbassano la saracinesca, contro le 139 dell’anno del Covid.
In sintesi: il tasso di aperture continua a precipitare, mentre il tasso di chiusure accelera. Se il trend proseguisse senza inversioni, già nel 2034 il numero di nuove aperture potrebbe scendere a zero.
Il nodo che non si vuole sciogliere
La narrazione ufficiale identifica due cause: l’e-commerce e il cambiamento delle abitudini dei consumatori. Entrambe reali, entrambe però insufficienti a spiegare l’accelerazione degli ultimi tre anni. La terza causa, quella scomoda e indicibile, è che le famiglie italiane non hanno abbastanza denaro da spendere. O hanno abbastanza paura da non farlo.
I dati Istat lo certificano senza margini di interpretazione. Nel 2023, pur con una spesa nominale in aumento del 4,3%, la spesa reale delle famiglie è diminuita dell’1,5%.
L’incremento nominale non corrisponde a un miglioramento del tenore di vita: i prezzi sono cresciuti più in fretta delle entrate, ci dice Confcommercio. Rispetto al 2014, nel 2023 la spesa delle famiglie in termini reali è diminuita del 10,5%, aggiunge Confesercenti. Non è una flessione congiunturale: è un impoverimento strutturale che dura da undici anni.
Il 2024 conferma il blocco. La spesa media mensile delle famiglie è rimasta sostanzialmente ferma a 2.755 euro, quasi invariata rispetto ai 2.738 del 2023.
I consumi reali sono cresciuti solo dello 0,4%, a fronte di una crescita del reddito disponibile che nei primi tre trimestri dell’anno superava il 2,5%.

La differenza è finita nel risparmio precauzionale: le famiglie guadagnano qualcosa di più, ma non spendono. Il clima di incertezza accumulato in anni di erosione silenziosa si traduce in paralisi.
Il 31,1% delle famiglie italiane dichiara di aver provato a limitare la quantità o la qualità del cibo acquistato nel corso del 2024. Quasi una famiglia su tre. Non stiamo parlando di scelte di stile di vita, ma di razionamento alimentare.
Il paradosso dei salari che salgono e dei negozi che chiudono
Il governo Meloni rivendica, con dati reali, la crescita dell’occupazione e il recupero del potere d’acquisto. Nel periodo ottobre 2024-settembre 2025, il reddito disponibile reale delle famiglie è cresciuto di quasi 20 miliardi rispetto all’anno precedente, e rispetto al 2022 il potere d’acquisto è aumentato complessivamente di 39 miliardi.
È vero. Ma non si traduce in consumi, e quindi non salva i negozi.
Il motivo lo spiega Istat: il tasso di risparmio delle famiglie nei primi tre trimestri del 2024 è salito al 9,6%, contro il 7,4% dello stesso periodo del 2023. Gli italiani risparmiano di più proprio mentre il reddito cresce. Non per virtù, ma per paura.
La sequenza inflazionistica del 2022-2023 ha lasciato una cicatrice comportamentale: chi ha visto il carrello della spesa costare il 10% in più, chi ha visto la bolletta del gas triplicare, non ricomincia a spendere liberamente alla prima busta paga più pesante. Si ristruttura. Si cautela. Tiene fermi i soldi.
Nel frattempo, il negozio sotto casa aspetta clienti che non arrivano più, non perché comprino online, ma perché fanno i conti.
Cosa resta
Dal 2012 al 2024 hanno chiuso quasi 118mila imprese del commercio al dettaglio in sede fissa e circa 23mila attività ambulanti, per una riduzione totale di oltre 140mila unità.
Senza nuove politiche di rigenerazione urbana, entro il 2035 rischiano di chiudere altre 114mila attività. Città con meno negozi significano quartieri meno sicuri, anziani con difficoltà a fare la spesa, centri storici che si svuotano di funzioni sociali prima ancora che economiche.
Tutto questo è nei dati. Certificato, aggiornato, consultabile. Manca solo nelle interviste mandate in onda. Il lettore ha tutti gli elementi per trarne le proprie conclusioni. L’unica affermazione implicita – che il governo non ha invertito la tendenza e che il 2024 è il peggior anno da un decennio – è dimostrabile dai dati.
Il 10 febbraio 2026, Giorgia Meloni ha pubblicato sui social un’elaborazione Eurostat, scrivendo: «Dall’insediamento del governo al terzo trimestre 2025, il potere d’acquisto per abitante ha fatto registrare un +7,5%, più che compensando l’alta inflazione del biennio 2022/2023».
Dati corretti, come ha verificato Pagella Politica. Ma, come ha precisato la stessa fonte, nel confronto di lungo periodo l’Italia rimane il paese che ha recuperato meno terreno tra i grandi europei: l’indice del reddito disponibile reale pro capite italiano vale oggi 103,8 con base 100 nel 2010, contro 108,2 della Spagna, 110,8 della Francia e 115,7 della Germania.
Il significato è che stiamo correndo più veloce degli altri in questo momento, partendo però da più in basso. E nel frattempo, il 2024, tutto intero, sotto questo governo, ultimo dato disponibile, è stato l’anno peggiore per le aperture di nuovi negozi dell’ultimo decennio, e il migliore per le chiusure.
I numeri del potere d’acquisto e quelli delle saracinesche abbassate raccontano due storie che non si escludono: la prima è un recupero reale e recente, la seconda è la cicatrice di anni in cui quel recupero non c’era ancora, e le famiglie avevano smesso di spendere.
Le abitudini di consumo non si ripristinano con un trimestre. La fiducia si ricostruisce lentamente. I negozi chiusi, invece, non riaprono.



