La transizione energetica ama raccontarsi come il volto pulito del futuro. Auto elettriche, batterie, decarbonizzazione, filiere strategiche, indipendenza dai combustibili fossili. Tutto vero, almeno in parte. Ma c’è un luogo del mondo in cui questo futuro “verde” continua a presentarsi con il volto antico e brutale dell’estrazione coloniale.
È la Repubblica Democratica del Congo, primo produttore mondiale di cobalto, dove un nuovo rapporto firmato da Environmental Investigation Agency US e PremiCongo accusa la Tenke Fungurume Mining, controllata dal gruppo cinese CMOC, di avere esposto per anni le comunità locali a emissioni tossiche di anidride solforosa legate alla lavorazione del minerale.
Il rapporto, pubblicato il 9 marzo con il titolo Toxic Transition, è il risultato di oltre tre anni di indagine e lega la crisi sanitaria emersa a Fungurume all’espansione della produzione di cobalto destinato, direttamente o indirettamente, alle filiere globali delle batterie per veicoli elettrici.
Secondo EIA e PremiCongo, la documentazione raccolta comprende più di 1.200 cartelle cliniche anonimizzate, monitoraggi indipendenti della qualità dell’aria tra settembre 2024 e gennaio 2025, interviste a residenti, lavoratori e fonti interne all’azienda. I sintomi descritti sono gravi: difficoltà respiratorie, epistassi, tosse con sangue, fino a casi di vomito di sangue riferiti dagli abitanti.
La miniera di Tenke Fungurume e il nuovo impianto “30k”, entrato in funzione nel 2023, si trovano nella provincia del Lualaba, nel sud-est della RDC. È qui che CMOC è diventata, attraverso i siti di Tenke Fungurume e Kisanfu, il principale produttore mondiale di cobalto.
E qui si manifesta, in forma quasi didascalica, il paradosso della transizione energetica contemporanea: più il mondo ricco chiede minerali “critici” per rendere sostenibile il proprio modello di consumo, più territori come il Congo vengono spremuti fino al punto di rottura.
È questo il punto che andrebbe messo al centro, senza ridurre tutto a una singola responsabilità aziendale, pur grave se le accuse fossero confermate. Perché il dramma di Fungurume non nasce nel vuoto. Nasce dentro una storia lunga di sfruttamento senza limiti delle risorse congolesi, una storia in cui il sottosuolo più ricco del mondo continua a convivere con una delle società più impoverite del pianeta.
Le Monde ricordava poche settimane fa che, nonostante l’immensa ricchezza mineraria del paese, la RDC resta tra i quindici paesi più poveri del mondo. È la vecchia maledizione delle risorse, aggiornata all’epoca delle batterie al litio.
Nel caso di Fungurume, il passaggio dalla miniera al danno sanitario è reso ancora più inquietante dal fatto che parliamo di cobalto destinato alla filiera della mobilità elettrica, cioè del cuore simbolico della transizione ecologica industriale.
Secondo EIA, il materiale prodotto a Tenke Fungurume arriva, direttamente o indirettamente, nelle supply chain di grandi case automobilistiche come BMW, Mercedes-Benz, Stellantis e Volkswagen. In altre parole, il racconto della sostenibilità europea e globale rischia di poggiare anche su un invisibile costo umano e ambientale scaricato sulle comunità congolesi.
TFM e CMOC respingono le accuse, contestano il nesso causale tra le emissioni e i problemi sanitari denunciati, e sostengono che i dati del proprio monitoraggio rientrano nei limiti applicabili. Su piattaforme di monitoraggio dei diritti umani e del business si riferisce inoltre che la società ha negato gli addebiti di inquinamento pur accettando di ricollocare e compensare più di mille famiglie che vivono vicino alla miniera.
Il Congo non è una periferia accidentale della globalizzazione: è uno dei suoi centri materiali. Nel 2024 la RDC forniva circa il 76 per cento della produzione mondiale di cobalto, mentre nel 2025 continuava a dominare il mercato con circa 230.000 tonnellate prodotte, pari a circa il 74 per cento dell’offerta globale secondo fonti settoriali e dati richiamati dalla stampa francofona.

Una tale concentrazione rende il paese un nodo strategico della competizione mondiale sulle materie prime critiche. E quando un territorio assume questo ruolo, il rischio è sempre lo stesso: le vite che vi abitano smettono di contare quanto il minerale che vi si estrae.
Non è un caso che, negli ultimi mesi, la questione del cobalto congolese sia tornata al centro di tensioni economiche e geopolitiche sempre più forti. Nel 2025 Kinshasa ha perfino sospeso temporaneamente le esportazioni di cobalto per cercare di rialzare prezzi crollati dopo anni di eccesso di offerta, prima di passare a un sistema di quote.
Dietro questi movimenti non c’è soltanto il mercato. C’è il tentativo, ancora fragile, di sottrarre almeno una parte della ricchezza mineraria congolese alla pura logica dell’estrazione a beneficio altrui.
Ed è proprio qui che l’articolo dovrebbe forse insistere di più. Il problema non è solo che una miniera possa avere superato i limiti di emissione di un gas tossico. Il problema è che il Congo continua a essere trattato dal sistema mondiale come un grande deposito da svuotare.
Cambiano i minerali, cambiano le potenze dominanti, cambiano le retoriche — ieri il rame, il caucciù, l’uranio, oggi il cobalto e il litio della “transizione” — ma la struttura resta impressionantemente simile. Il valore parte, il danno resta. La ricchezza si globalizza, il rischio si localizza. Le batterie diventano pulite a Berlino o a Parigi, l’aria diventa irrespirabile a Fungurume.
Si potrebbe obiettare che senza cobalto non si fa la transizione energetica e che, dunque, il problema non è estrarre, ma estrarre meglio. In parte è vero. Nessuno immagina che il Congo debba rinunciare alle sue risorse. Il punto è chi decide, chi guadagna, chi controlla e chi paga.
Se il prezzo della decarbonizzazione continua a essere scaricato sulle comunità che vivono accanto alle miniere, allora la transizione rischia di diventare non una correzione delle ingiustizie del vecchio modello, ma la loro semplice rilocalizzazione. Meno carbone nei paesi ricchi, più tossicità nelle zone di sacrificio minerario.
Il rapporto di EIA e PremiCongo, da questo punto di vista, vale anche oltre la vicenda specifica. Non racconta soltanto un sospetto caso di inquinamento industriale. Racconta il lato oscuro di una narrazione globale che separa troppo facilmente il prodotto finale dal luogo da cui nasce. L’auto elettrica appare pulita perché il fumo, il metallo, l’acido e il sangue stanno altrove. E quell’altrove, molto spesso, ha il nome della Repubblica Democratica del Congo.
Per questo il punto non è soltanto chiedere verifiche, sanzioni o responsabilità nel caso TFM, che pure sarebbero doverose se le accuse trovassero conferma. Il punto è riconoscere che il Congo continua a essere il laboratorio più crudele di un’economia mondiale fondata sull’estrazione senza limiti. Non semplicemente sfruttato, ma organizzato per essere sfruttato.
E finché la transizione energetica non metterà mano a questa struttura — ai rapporti di potere lungo la filiera, alla redistribuzione del valore, alle tutele ambientali e sanitarie, alla sovranità dei paesi estrattivi — ogni nuova promessa verde rischierà di poggiare, ancora una volta, su una vecchia ingiustizia africana.



