7 marzo, due giorni fa, mentre la Presidente del Consiglio ribadiva la sua linea nè con nè contro l’intervento in Iran, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha messo in videoconferenza i vertici militari e circa 130 rappresentanti dell’industria degli armamenti per chiedere una cosa molto precisa: sapere che cosa sia già disponibile, che cosa possa essere finalizzato in fretta e come ridurre al minimo gli ostacoli burocratici per rafforzare in tempi rapidi la difesa, soprattutto quella aerea.
In sostanza: il ministro ha chiesto di accelerare la produzione e di aumentare la sinergia tra Difesa e industria in un contesto di sicurezza internazionale in rapido deterioramento.
Detta così, la notizia smette di sembrare una riunione tecnica e comincia a mostrare il suo significato. Perché Crosetto non si è rivolto a un comparto da rilanciare. Si è rivolto a un comparto che è già pieno di lavoro.
Leonardo ha chiuso il 2025 con 23,8 miliardi di euro di nuovi ordini, in crescita del 14,5%, 19,5 miliardi di ricavi e un portafoglio ordini da circa 47 miliardi, pari a circa 2,4 anni di copertura dei ricavi.
Non stiamo parlando, dunque, di un’industria da rilanciare. Stiamo parlando di un’industria già piena di domanda a cui la politica chiede ora qualcosa di ulteriore: non solo produrre, ma produrre più velocemente.
Il cambio di tono si capisce ancora meglio guardando al tipo di sistemi richiesti. Il 2 marzo Crosetto ha detto che alcuni Paesi del Golfo hanno chiesto all’Italia sistemi di difesa aerea e anti-drone, incluso il SAMP/T, la batteria italo-francese capace di intercettare missili balistici.
Roma sta valutando l’invio di aiuti militari, nominalmente difensivi, e alcuni di questi sistemi non possono essere forniti facilmente perché sono già impegnati o contesi tra Ucraina, Europa e altri alleati. Questa è la parte decisiva: non siamo davanti a una domanda eventuale, ma a una domanda urgente che si scontra con disponibilità limitate.
Quando la guerra trasforma sistemi come il SAMP/T in beni scarsi, la pressione sull’industria non è più teorica. Diventa una questione di quantità e di tempo.
Fuori da Leonardo, il resto della filiera si sta già muovendo nella stessa direzione. Il 18 febbraio il governo italiano ha autorizzato l’avvio della produzione nel sito Rheinmetall di Domusnovas, in Sardegna, dove il gruppo tedesco ha investito circa 50 milioni di euro per produrre grandi quantità di esplosivi e missili guidati destinati a Paesi Ue, Nato e alleati.

Pochi giorni dopo, la stessa Rheinmetall ha dichiarato che la guerra con l’Iran conferma la necessità di espandere il più rapidamente possibile la produzione missilistica. Anche qui il punto non è inventare una mobilitazione che ancora non vediamo in modo spettacolare.
Il punto è che i dati industriali già disponibili raccontano una filiera che si sta predisponendo ad accorciare i tempi e ad aumentare capacità su segmenti direttamente toccati dalla crisi.
A questo si aggiunge un altro dato, più politico-militare ma non meno rivelatore. Il 5 marzo Crosetto ha detto che la protezione aerea italiana era stata portata al livello massimo. Non è una prova di coinvolgimento bellico diretto, naturalmente. Ma è il segnale che la postura dello Stato sta già cambiando: da una parte si alza la vigilanza operativa, dall’altra si chiede all’industria di ragionare come se il tempo ordinario fosse già finito.
Messa così, la riunione del 7 marzo acquista una consistenza che una parte della stampa italiana ha solo sfiorato. Alcuni l’hanno raccontata come una normale interlocuzione tra ministero e imprese. Altri hanno preferito attenersi al resoconto amministrativo. Ma i numeri rendono difficile minimizzare.
Un ministro della Difesa convoca d’urgenza 130 rappresentanti di un settore che ha già 47 miliardi di backlog, lo fa mentre partner regionali chiedono sistemi di difesa aerea che sono già scarsi, e lo fa dentro un contesto in cui l’Europa è appena diventata il maggiore importatore mondiale di armi, segno che il mercato e i fabbisogni sono già entrati in una fase di stress strutturale.
Il punto, allora, non è se l’Italia sia “già in economia di guerra”. Sarebbe una formula troppo forte. Il punto è che siamo chiaramente oltre la normale politica industriale della difesa. Il lessico è cambiato: non solo innovazione, export e programmi; adesso contano disponibilità immediate, sistemi pronti, colli di bottiglia, riduzione della burocrazia, capacità di risposta rapida.
E quando la politica comincia a fare queste domande a un’industria già carica di ordini, significa che non sta più ragionando soltanto in termini di sviluppo del settore. Sta ragionando in termini di prontezza produttiva.
È qui che la videoconferenza del 7 marzo è stata enormemente sottovalutata e andava trattata come meritava. Non come una nota ministeriale tra le altre, ma come il momento in cui il governo italiano ha smesso di parlare all’industria degli armamenti come a un comparto strategico da sostenere e ha iniziato a parlarle come a una capacità da accelerare.
Prima della crisi, il punto era quanto il settore valesse. Adesso il punto è quanto in fretta riesca a consegnare. E questa, più che una sfumatura, è già un cambio di fase.



