India, boom IA: data center assetati mentre l’acqua manca

A Nuova Delhi l’India AI Impact Summit è stato messo in scena come il debutto globale dell’India nell’intelligenza artificiale: leader internazionali, big tech, annunci e promesse di investimenti.

Ma dietro la vetrina – segnata anche da cancellazioni eccellenti e caos organizzativo – si consolida un fatto molto più concreto della propaganda: l’India sta accelerando sulla costruzione di infrastrutture IA ad altissima intensità di energia e acqua.

L’annuncio più “pesante” è la partnership OpenAI–Tata Consultancy Services: nella fase iniziale TCS svilupperà un’infrastruttura da 100 megawatt, con possibilità di scalare fino a 1 gigawatt.

In altre parole: non solo software, ma potenza elettrica e data center progettati per addestrare e far girare modelli di nuova generazione.

Dentro la narrativa di Modi – “cielo aperto” all’IA, hub globale – questo accordo è un simbolo: la nuova borghesia tecnologica indiana, che prospera nella stagione “pro-business”, si presenta come traino nazionale. Ma il Paese resta spaccato: l’innovazione si concentra, mentre la vulnerabilità sociale e lavorativa resta diffusa.

Il problema è che l’IA non si alimenta di slogan: si alimenta di risorse. E la risorsa più critica, in India, è l’acqua.

Secondo un’analisi del Council on Energy, Environment and Water (CEEW), nel 2025 i data center in India sono associati a circa 150 miliardi di litri l’anno di uso d’acqua, con una domanda attesa più che raddoppiare entro il 2030.

Foto The National Archives (UK) CC BY 3.0

Sono numeri che, tradotti in politica pubblica, significano una scelta: dove si mettono i data center, con quale tecnologia di raffreddamento, con quale fonte idrica, e con quali priorità quando la falda scende.

Per capire la scala: uno studio su npj Clean Water (Nature) stima che un piccolo data center da 1 MW con raffreddamento tradizionale possa consumare circa 25,5 milioni di litri d’acqua l’anno solo per il cooling.

Moltiplicare per 100 MW (la “fase iniziale” OpenAI–Tata) significa entrare immediatamente nell’ordine di miliardi di litri: e questo prima di qualsiasi scalata verso 1 GW.

L’India non è un laboratorio astratto, è un Paese dove l’acqua è già conflitto sociale. Se la corsa all’IA si traduce in poli energivori e idrovori collocati vicino a grandi città e corridoi industriali, la conseguenza probabile è una competizione crescente con usi domestici e agricoli.

Competizione che avviene proprio mentre l’agricoltura indiana, in molte aree, è già appesa all’irregolarità dei monsoni e all’estrazione di acque sotterranee.

La tecnologia, in questa traiettoria, rischia di diventare un acceleratore di disuguaglianza: arricchisce la “classe AI” urbana e corporate, e scarica il costo ambientale su chi vive di campi, pozzi e reti idriche fragili.

La domanda che Nuova Delhi evita – tra un memorandum e un palco – è la più semplice e la più politica: quanta acqua può permettersi l’India per far girare l’IA, e chi paga quando non basta. Perché un hub globale non si costruisce solo con chip e capitali: si costruisce decidendo, apertamente, a chi spetta l’acqua.

Foto Florian Hirzinger – www.fh-ap.com CC BY-SA 3.0