Domani, 18 febbraio 2026, alle 9, torna il click day per l’assistenza familiare: colf, badanti, babysitter. L’ultimo appuntamento del calendario dei flussi, quello che riguarda direttamente la cura in casa.
Le quote dicono molto più dei titoli: per l’assistenza familiare il triennio prevede 13.600 ingressi nel 2026, 14.000 nel 2027, 14.200 nel 2028. È scritto nel quadro normativo del DPCM sui flussi e richiamato nella circolare operativa che accompagna l’intera macchina procedurale. A questo si aggiunge un canale “fuori quota” da 10.000 ingressi l’anno (2025–2028) per assistenza a disabili, over 80 e — dal 2026 — anche bambini sotto i 6 anni, attivabile tramite soggetti abilitati.
Fin qui la cornice. Il cuore del problema sta nello scarto tra bisogno e rubinetto. Prima ancora del click day, per il solo lavoro domestico risultavano 48.877 istanze pre-caricate a fronte di 13.600 posti disponibili nel 2026: più di tre richieste per ogni quota. Questa non è un’anomalia di piattaforma: è la prova numerica che la cura non è più un’eccezione, è un pezzo stabile di welfare. Solo che la trattiamo come un evento amministrativo da vincere “a click”.
E intanto il settore “regolare” arretra. Secondo L’INPS, nel 2024 i lavoratori domestici con almeno un contributo versato sono 817.403, in calo per il terzo anno consecutivo (circa -3% sul 2023). Se la domanda di assistenza è strutturale, il lavoro regolare che dovrebbe sostenerla sta scendendo: qui c’è il cortocircuito.
Aggiungiamo un altro numero che inchioda la realtà: in Italia la non autosufficienza è vasta e in crescita. Un’analisi del CERGAS – Università Bocconi stimava nel 2023 oltre 4 milioni di anziani non autosufficienti. Eppure, anche guardando alla rete residenziale, l’ISTAT registra che gli anziani ospiti di strutture residenziali sono poco più di 291 mila (dato al 1° gennaio 2024). Traduzione: la cura, in larghissima parte, resta a casa. E se resta a casa, resta sulle famiglie. Se resta sulle famiglie, resta su chi lavora dentro quelle case.
Il click day non è una semplice “procedura” ma diventa politica sociale senza dirlo. Perché quando razioni un bisogno, il sistema trova scorciatoie. L’irregolarità, nel lavoro domestico, è enorme: il Rapporto DOMINA parla di 48,8%; Assindatcolf segnala un livello oltre il 50% (con stime al 53,3% per il 2023). Non sono numeri da indignazione: sono numeri da meccanica sociale. Se il canale regolare è stretto, lento e competitivo, l’irregolare diventa la via “funzionante” — e a pagare sono tutti: lavoratrici senza tutele, famiglie senza garanzie, Stato senza gettito.
Anche la spesa, raccontata bene, mostra la frattura. DOMINA stima per il 2024 una spesa complessiva delle famiglie pari a 13,4 miliardi (considerando anche la componente informale). Ma, guardando ai soli rapporti regolari, l’Osservatorio DOMINA riporta che la spesa registrata su base INPS si attesta a 7,66 miliardi nel 2024. E una media che aiuta a capire perché il “nero” non sia un vizio ma un effetto: la spesa familiare media annua stimata è 10.389 euro.
Qui non si tratta di demonizzare le famiglie né “romanticizzare” la cura. È questione di guardare la struttura: un comparto che vale circa 17 miliardi di valore aggiunto (ordine di grandezza vicino all’1% del PIL) viene governato come se fosse una toppa. E il suo pezzo più delicato — l’assistenza alla persona — viene regolato con quote e click day, cioè con strumenti che nascono per gestire ingressi, non per garantire continuità di cura.
Se la cura è davvero un pilastro, allora più che “quanti click servono domani” dobbiamo chiederci perché continuiamo a trattare un bisogno permanente come se fosse una finestra straordinaria. I numeri, da soli, dicono già cosa accade quando lo facciamo: meno regolarità, più rischio, più povertà— spesso migrante— dentro le case degli altri.



