Se l’ipotesi che sta circolando in queste settimane — una rete Jeffrey Epstein utilizzata come dispositivo di spionaggio e “kompromat” riconducibile alla Russia — dovesse essere confermata da prove giudiziarie o da riscontri d’intelligence, la vera notizia non sarebbe la tecnica. Sarebbe, semmai, la scala.
Perché l’idea che il sesso possa diventare infrastruttura di influenza non è un’invenzione della contemporaneità: è un capitolo ricorrente del Novecento, che oggi torna a bussare con forme aggiornate ma con la stessa logica di fondo.
Il cinema, a volte, arriva prima del lessico giornalistico. Salon Kitty di Tinto Brass mette in scena un bordello berlinese convertito in trappola: stanze cablate, ragazze selezionate e addestrate, clientela “importante” lasciata libera di raccontarsi mentre qualcuno ascolta. È exploitation, certo; ma la sua potenza culturale viene dal fatto che la storia di partenza non è una pura fantasia.
Il vero “Salon Kitty” fu effettivamente trasformato nel 1939 dal Sicherheitsdienst nazista in una macchina d’ascolto e raccolta informazioni, con la regia attribuita a Reinhard Heydrich e l’operatività di Walter Schellenberg: microfoni, registrazioni, selezione di donne “affidabili”, conversione dell’intimità in archivio.
Quel passaggio — intimità organizzata, contesto controllato, registrazione possibile — è la chiave. Perché spiega perché le reti sessuali, quando diventano sistemiche e frequentate da persone con potere, smettono di essere soltanto un fatto penale o moralistico.
Diventano un dispositivo potenzialmente spendibile, e dunque appetibile per chi fa raccolta d’influenza: non solo servizi segreti, ma anche attori privati, criminalità, intermediari politici. Il punto non è il “segreto di Stato”. È la vulnerabilità. È la reputazione. È il debito.
Nella Guerra fredda, questa grammatica smette di essere scenografia e diventa procedura. La Stasi della Germania Est perfeziona una pratica che, per eleganza operativa, resta una delle più istruttive: i cosiddetti “Romeo”. Non la notte compromettente, ma la relazione lunga.
Uomini addestrati a sedurre donne in posizioni utili nella Germania Ovest, con un obiettivo semplice: aprire porte, ottenere accesso, normalizzare lo scambio di informazioni dentro una storia sentimentale. In questa versione, il sesso non è lo scandalo: è la chiave che resta nel mazzo per anni. Una ricostruzione divulgativa della CIA lo descrive apertamente come metodo strutturato.
L’altra faccia, più brutale, è quella in cui la vulnerabilità viene convertita in ricatto. Il caso di John Vassall, archivio classico britannico, è paradigmatico proprio perché non richiede fantasie complottiste: un funzionario civile finisce sotto pressione e viene costretto a passare segreti all’Unione Sovietica. Qui l’arma non è l’ideologia, è la paura di essere esposto; la leva non è un documento, è una vita privata che diventa arma politica.
Queste storie non appartengono soltanto al confronto Est-Ovest. Anche l’Occidente ha usato, in varie forme, la seduzione come strumento logistico e operativo.

L’abduzione di Mordechai Vanunu — attirato da Londra a Roma da un’agente del Mossad sotto copertura e poi sequestrato — è un caso da manuale: non perché dimostri un “bordello-spy”, ma perché mostra l’uso della relazione come corridoio per spostare un bersaglio in un luogo più controllabile.
Arriviamo al presente. La modernità non cancella la “sexpionage”; la rende più economica e, in certi casi, più replicabile. Oggi non serve il bordello cablato se la vita intima passa per piattaforme e archivi digitali: chat, immagini, video, geolocalizzazioni, pagamenti, voli.
La stessa espressione “honey trap” è entrata nei resoconti giudiziari contemporanei: nel 2024, un tribunale britannico ha ascoltato l’accusa secondo cui una rete di spionaggio legata a interessi russi avrebbe tentato di avvicinare il giornalista investigativo Christo Grozev attraverso un approccio su Facebook costruito come trappola relazionale.
Nello stesso clima, MI5 ha avvertito pubblicamente i parlamentari che metodi come il ricatto e la costruzione di relazioni di lungo periodo fanno parte dell’arsenale di servizi stranieri, insieme a phishing e finanziamenti opachi: un modo istituzionale per dire che la vulnerabilità privata resta un vettore politico.
In questo paesaggio, l’ipotesi “Epstein come infrastruttura di leverage” smette di essere una trovata da thriller e diventa, almeno sul piano concettuale, un’ipotesi intelligibile. Non perché sia già provata. Ma perché, se si dispone di un circuito capace di portare persone potenti in contesti ripetuti di vulnerabilità, e se esiste un qualche tipo di archiviazione o tracciabilità dell’esposizione, allora la domanda su chi possa monetizzare quell’ecosistema è inevitabile. È la domanda che Salon Kitty mette in scena con brutalità estetica: non “chi ha tradito”, ma “chi ascolta”.
Il salto, però, è proprio quello che distingue un long form serio dalla suggestione: passare dal “compatibile” al “dimostrato”. E qui, oggi, Epstein resta soprattutto un campo di ipotesi, spesso alimentate da un’ansia collettiva: l’idea che i potenti non cadano per responsabilità pubblica, ma per vulnerabilità privata.
Nel febbraio 2026, tuttavia, un fatto politico ha dato nuova energia alla variante russa: il primo ministro polacco Donald Tusk ha annunciato l’avvio di un’indagine su possibili legami tra Epstein e l’intelligence russa, evocando esplicitamente la logica del kompromat. Non è una prova; è la decisione di trattare la suggestione come pista di sicurezza nazionale.
Ecco perché, se quell’ipotesi fosse confermata, non ci sarebbe “niente di nuovo” nella tecnica, e non sarebbe neppure un’esplosione improvvisa di malvagità inedita. Sarebbe la continuità di una tradizione che attraversa il secolo: la camera d’albergo e la stanza del bordello come luoghi politici, la seduzione come accesso, l’archivio come potere.
La novità, semmai, sarebbe la forma contemporanea dell’archivio: non più i dischi di cera nel seminterrato, ma tracce digitali moltiplicabili, trasferibili, comprabili. E in un mondo in cui reputazione e ricatto viaggiano alla velocità dei server, il confine tra crimine e influenza diventa più sottile proprio dove le élite credono di essere più protette.
Salon Kitty resta utile per questo: non per dire “è andata così”, ma per ricordare che l’intimità, quando viene amministrata come infrastruttura, è una delle materie prime del potere. Se Epstein dovesse rivelarsi un nodo di quella storia, la sorpresa non starebbe nel metodo. Starebbe nel fatto che, ancora una volta, il cuore della politica non è un documento segreto, ma una vulnerabilità privata trasformata in dispositivo pubblico.



