Banca Mondiale: un quarto dei paesi è più povero del 2019

La Banca Mondiale, nel suo Global Economic Prospects di gennaio 2026, racconta una storia che suona rassicurante solo finché la si legge di corsa: l’economia mondiale non è crollata, ha retto più del previsto, e continuerà a crescere nei prossimi anni.

Il problema è che “crescere” non significa automaticamente “recuperare”. E infatti, dentro lo stesso rapporto, c’è il dato che mette a posto le illusioni: oltre un quarto dei paesi emergenti e in via di sviluppo è oggi più povero, in termini di reddito pro capite, di quanto non fosse nel 2019, prima del Covid.

Tradotto senza tecnicismi: in tanti paesi la torta complessiva magari è tornata ad aumentare, ma la fetta media per persona è ancora più piccola di sei anni fa. La ripresa c’è stata, ma non è passata dappertutto.

Questa è la differenza tra un mondo che “regge” e un mondo che “funziona”. La resilienza, qui, non è la capacità di guarire: è la capacità di non crollare. E può convivere benissimo con una stagnazione lunga, con una disuguaglianza crescente e con una normalizzazione della precarietà.

Per capire perché, non serve un master in economia. Basta una domanda: che cosa serve a un paese per tornare a stare meglio di prima? Servono due cose insieme: crescita e tempo. Se la crescita è bassa e discontinua, il tempo non basta mai.

Se invece la crescita c’è ma viene mangiata da guerre, crisi climatiche, carestie, instabilità politica, allora la ripresa si comporta come una marea debole: sale, ma non abbastanza da riportare a galla chi era già sotto.

La Banca Mondiale parla chiaramente di un recupero “disomogeneo”. E questa disomogeneità non è solo geografica: è sociale. Nei paesi più fragili lo shock è stato più lungo, le risorse pubbliche più scarse, i margini di intervento più stretti.

A quel punto la pandemia non è stata un incidente temporaneo: è diventata un acceleratore. Ha compresso la crescita, ha ampliato i debiti, ha ridotto la capacità dello Stato di reggere il costo della crisi successiva, qualunque essa sia.

Dentro questa fotografia c’è un’altra riga che, se la prendi sul serio, spiega molte cose che vediamo già: nei prossimi dieci anni un’enorme quantità di giovani entrerà nel mercato del lavoro nei paesi emergenti e in via di sviluppo.

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È una frase che spesso si liquida come demografia. In realtà è politica pura: significa che la questione non è “quanto cresce il PIL”, ma se la crescita produce lavoro e redditi. Se non li produce, la crescita diventa una cifra che rassicura i mercati e irrita la società.

E qui si capisce perché il rapporto insiste tanto sulla parola “dinamismo”. La Banca Mondiale dice, in sostanza: il mondo si è dimostrato capace di resistere all’incertezza, ma meno capace di riaccendere il motore.

Ci siamo abituati a un’economia globale che assorbe colpi senza collassare, ma che non genera abbastanza slancio da ridurre la povertà e creare opportunità dove servono di più. È una forma di sopravvivenza stabile, non di sviluppo.

Poi c’è la parte prescrittiva, quella che è quasi un genere letterario: disciplina fiscale, riforme, investimenti, apertura al commercio, tecnologia, istruzione. Sono indicazioni note, e si possono discutere. Ma il punto interessante non è la lista della spesa: è l’implicito.

Se un quarto dei paesi è ancora più povero del 2019, vuol dire che la ripresa “spontanea” non basta. Serve capacità pubblica, serve politica economica, servono istituzioni che reggano.

E questo, nei paesi che hanno attraversato conflitti, carestie o crisi prolungate, è precisamente ciò che manca.

La frase più vera, però, è anche la più scomoda: queste tendenze non possono essere attribuite solo alla sfortuna. E non perché la sfortuna non esista, ma perché è diventata struttura.

Il clima, i conflitti, l’instabilità finanziaria, le catene del valore che si spostano, le tensioni commerciali: non sono più eccezioni. Sono l’ambiente. E in un ambiente così, crescere poco significa non crescere affatto, perché ogni scossa cancella il passo avanti.

La notizia, allora, non è che l’economia globale crescerà di poco. La notizia è che ci stiamo abituando a considerare normale un mondo che non riesce a riportare tutti sopra il livello pre-crisi, anche quando la crisi è già passata da anni. E quando la normalità diventa questa, la povertà non è un’emergenza: è una condizione distribuita, amministrata e tollerata.