Di Pietro Zantonini, 55 anni, si è scritto molto nelle ore successive alla morte avvenuta durante un turno di sorveglianza notturna in un cantiere legato alle opere di Milano–Cortina. Ma se ci si ferma alla cronaca – un gabbiotto, giri di controllo, il freddo, la chiamata ai colleghi, il 118 – si perde il punto vero: questa vicenda parla di come vengono progettate, appaltate e rese “normali” alcune condizioni di lavoro, soprattutto quando il lavoro è marginale rispetto alla narrazione ufficiale dell’opera.
Zantonini stava effettuando un lavoro notturno di vigilanza. Un lavoro spesso considerato accessorio, quasi un contorno. E invece è un lavoro che, per definizione, espone a rischi specifici: isolamento, turni lunghi, vigilanza notturna, microclima estremo, tempi di soccorso. Sono rischi prevedibili, valutabili, gestibili. Proprio per questo, quando la gestione è debole o approssimativa, il confine tra lavoro duro e lavoro insicuro diventa sottile.
Secondo le ricostruzioni, Zantonini, con una temperatura esterna di meno 16 gradi, operava in un gabbiotto e usciva periodicamente – ogni due ore – per ricognizioni nel perimetro. Il punto non è stabilire qui la causa medica del decesso, che spetta agli accertamenti, ma leggere la struttura del turno: un addetto da solo, all’aperto, con esposizione ripetuta a temperature rigide, di notte, in un contesto in cui i tempi di reazione e assistenza sono inevitabilmente più lenti.
In qualsiasi manuale minimo di prevenzione, questa combinazione richiederebbe misure chiare: dotazioni idonee al freddo, tempi di permanenza all’esterno calibrati, possibilità reale di riscaldamento e recupero, procedure di emergenza, controllo “a vista” o almeno in coppia nei momenti più critici, comunicazioni affidabili e tempi di intervento testati.
Quando un lavoratore muore in queste condizioni, la domanda non è solo “di cosa è morto”, ma “quale lavoro gli era stato chiesto di fare e con quali presidi”. Perché il freddo non è un imprevisto meteorologico: a Cortina, in gennaio, è il contesto. E il lavoro notturno non è una circostanza: è l’essenza della sorveglianza. Se un’organizzazione tratta il freddo e la notte come variabili occasionali, sta già dicendo che la prevenzione è stata pensata come adempimento e non come pratica.
C’è poi un altro elemento trascurato: la precarietà contrattuale. Zantonini, secondo quanto riportato, era arrivato in Veneto pochi mesi fa e lavorava per pochi euro l’ora con un contratto a termine, già prorogato, in scadenza a fine gennaio.
La precarietà non è solo una condizione economica: è un fattore di rischio indiretto, perché indebolisce la possibilità di dire “no”, di chiedere modifiche, di pretendere tutele senza temere conseguenze. In un sistema sano, la sicurezza non dovrebbe dipendere dal carattere di un singolo o dalla sua forza contrattuale. Ma nella realtà, chi è più esposto spesso è anche chi ha meno leve per negoziare.

Sul piano pubblico si discute di grandi opere, di scadenze, di immagine internazionale. Sul piano operativo, la catena degli appalti tende a comprimere i costi proprio sui servizi considerati periferici: vigilanza, pulizie, logistica, guardiania. E nel mondo della vigilanza non armata e dei servizi fiduciari i minimi contrattuali sono noti e, in molti casi, bassi.
Anche dentro una cornice contrattuale “regolare”, parliamo di retribuzioni che difficilmente rendono compatibile il rischio reale del lavoro con il suo riconoscimento economico e con la qualità delle tutele. Se poi subentrano straordinari, turni consecutivi e notturni prolungati, la domanda diventa ancora più netta: il problema non è solo quanto viene pagata l’ora, ma quanto viene “comprata” la disponibilità del corpo.
In un cantiere complesso, soprattutto legato a un evento globale, esiste sempre una catena: committente, stazione appaltante, general contractor, subappalti, fornitori di servizi. La sicurezza non può essere trattata come un rimbalzo. Chi organizza e governa il lavoro deve garantire che le misure di prevenzione siano coerenti lungo tutta la filiera, non solo per chi è “in vista” sulla linea produttiva.
La vigilanza, paradossalmente, è una delle aree in cui questo rischio di rimbalzo è massimo: perché il vigilante è esterno al ciclo del cantiere ma immerso nel suo ambiente, e quindi tende a essere considerato “non mio” da più soggetti contemporaneamente. È esattamente lì che la prevenzione deve essere più rigorosa, non più debole.
Questa storia, dunque, non riguarda soltanto un lavoratore e il suo ultimo turno. Riguarda il modo in cui una società decide quali lavori meritano attenzione e quali possono restare sullo sfondo. In un evento come Milano–Cortina, l’infrastruttura si racconta con le cerimonie, le immagini, le date.
Ma l’infrastruttura reale è fatta anche di notti, di freddo, di solitudine operativa, di turni che “si fanno perché qualcuno deve farli”. Se la morte di un vigilante diventa una notizia che passa e poi si spegne, allora il problema non è solo la sicurezza: è la gerarchia morale del lavoro.



