La terzietà della Ragione

C’è una scena che si ripete, con puntualità quasi meccanica, ogni volta che l’ordine internazionale entra in fase di riscrittura: la politica viene compressa in un aut-aut, il giudizio morale si trasforma in appartenenza, la complessità viene trattata come un vizio.

“Da che parte stai?” diventa la domanda totale, quella che assorbe tutte le altre. Eppure, proprio quando i conflitti si moltiplicano e le potenze ridefiniscono sfere d’influenza, la domanda giusta non è quasi mai quella. La domanda giusta è: quale metro stai applicando, e lo applichi anche quando fa male alla tua tribù?

La guerra tra Russia e Ucraina, la guerra tra Israele e Hamas, le dinamiche venezuelane che oscillano tra autoritarismo interno e pressione esterna, sono tre laboratori della stessa patologia: il pensiero binario. Nel pensiero binario la condanna di un crimine diventa automaticamente l’investitura dell’avversario.

La critica di un alleato diventa automaticamente la propaganda del nemico, il richiamo al diritto internazionale diventa automaticamente ingenuità o complicità. È una logica comoda perché riduce l’angoscia dell’incertezza; è una logica devastante perché svuota la ragione della sua funzione pubblica, trasformandola in megafono.

La “terzietà della ragione” nasce esattamente come reazione a questa logica, ma a condizione di non fraintenderla. Terzietà non significa stare nel mezzo, non significa sommare un po’ di ragione da una parte e un po’ dall’altra, non significa cercare un punto d’incontro tiepido tra due fanatismi contrapposti.

Terzietà significa collocarsi su un asse diverso, dove la bussola non è l’identità di campo ma un quadro di principi che non cambia in base al colore della bandiera: inviolabilità della sovranità, tutela dei civili, rifiuto del terrorismo, rifiuto dei crimini di guerra, rifiuto della punizione collettiva, rifiuto dell’illegalità come strumento geopolitico. È una posizione “terza” perché non coincide con nessuno dei due blocchi narrativi che chiedono obbedienza totale.

Non è un’idea nuova, e non è una posa. In Italia ha avuto una genealogia precisa in un tempo più cupo, quando la violenza politica pretendeva di imporre la sua grammatica e lo Stato, spesso, rispondeva scivolando nella zona grigia della repressione selvaggia e dell’emergenza permanente. “Né con lo Stato né con le BR” non era un invito all’indifferenza.

Era il rifiuto di due assoluti speculari: l’idea che la violenza rivoluzionaria potesse giustificarsi da sé e l’idea che la ragion di Stato potesse derogare ai diritti in nome della salvezza. Era una presa di posizione autonoma, che chiedeva a entrambi di rispondere a un criterio esterno, non negoziabile, e proprio per questo veniva accusata da entrambi di tradimento o ambiguità.

Trasposta nel presente, quella lezione diventa un antidoto contro il campismo contemporaneo. Prendiamo Israele e Gaza. Condannare senza esitazione il pogrom del 7 ottobre, il terrorismo, l’uccisione e il rapimento di civili, non implica in alcun modo santificare lo Stato d’Israele, né assolvere ogni scelta militare, né considerare legittima qualunque conseguenza in nome della sicurezza.

Allo stesso modo, condannare senza esitazione la strage di civili palestinesi, la distruzione di infrastrutture essenziali, l’idea stessa che una popolazione possa essere trattata come terreno di pressione collettiva, non implica in alcun modo “stare con Hamas”, né relativizzare l’attacco che ha innescato l’ultima spirale, né confondere la causa palestinese con un’organizzazione armata.

La terzietà, qui, è la capacità di tenere insieme due verità che la polarizzazione vuole rendere incompatibili: un crimine resta un crimine anche se commesso dal nemico, e un crimine resta un crimine anche se commesso dall’alleato. Il punto non è distribuire colpe in parti uguali, il punto è rifiutare l’immunità morale.

Lo stesso meccanismo vale per la guerra russo-ucraina, dove il linguaggio bellico divora ogni sfumatura. L’invasione resta un atto di aggressione e una violazione della sovranità ucraina; questo non è negoziabile e non può essere diluito in genealogie opportunistiche del tipo “se la sono cercata”.

Ma la condanna dell’aggressione non comporta l’adozione automatica di ogni narrazione occidentale come se fosse per definizione innocente, né la sospensione del giudizio su ciò che la guerra produce: escalation, logiche di potenza, ridefinizione degli equilibri europei, e quel continuo spostamento dell’asticella in cui l’eccezione diventa regola.

La terzietà non è un modo elegante per non scegliere; è un modo rigoroso per scegliere il criterio e non la curva emotiva del momento, per chiedere responsabilità all’aggressore senza trasformare la critica dell’alleato in un regalo propagandistico al nemico.

Il caso venezuelano rende ancora più evidente la differenza tra terzietà e centrismo. Qui l’aut-aut spesso assume una forma tossica: o denunci l’imperialismo statunitense e allora devi chiudere gli occhi su un potere interno che pratica repressione e manipolazione, oppure denunci l’autoritarismo interno e allora devi accettare che l’illegalità internazionale diventi uno strumento legittimo perché “serve a liberare”.

La terzietà rifiuta entrambe le scorciatoie. Difendere il diritto internazionale contro interventi, operazioni unilaterali o logiche di cambio di regime imposte dall’esterno non significa difendere un regime criminale o assolvere le sue violazioni; significa, più banalmente e più duramente, non concedere all’illegalità il titolo di medicina.

E, simmetricamente, denunciare il carattere autoritario e repressivo del potere venezuelano non significa concedere patente di legittimità a qualunque azione esterna, come se la cattiva qualità di un governo trasformasse automaticamente qualunque violazione in atto di giustizia. La terzietà, qui, è la capacità di distinguere il bersaglio politico dal metodo: non basta avere un bersaglio discutibile perché il metodo diventi accettabile.

Questa postura è più faticosa di quanto sembri, perché richiede una disciplina mentale che la comunicazione contemporanea scoraggia. Impone di separare giudizio morale e calcolo geopolitico, di distinguere tra popoli e governi, tra diritto e propaganda, tra legittima difesa e condotta concreta delle operazioni.

Impone soprattutto di non scambiare la comprensione delle cause con l’assoluzione degli effetti, e di non scambiare la denuncia degli effetti con la rimozione delle cause. È un modo di ragionare che non produce applausi immediati, perché non offre la gratificazione dell’appartenenza totale.

Ed è qui che la conclusione diventa inevitabilmente anche un’autobiografia collettiva della terzietà: portare avanti questa posizione significa inimicarsi tutti, oggi come negli anni Settanta. Significa essere accusati, a giorni alterni, di essere complici dell’uno e complici dell’altro; significa pagare il prezzo di non offrire al pubblico il conforto della semplificazione.

Ma se l’uscita dal pantano dell’esistente deve essere qualcosa di diverso da una sostituzione di bandiere e di fanatismi, non c’è alternativa: occorre un punto di vista che non sia l’ennesima variante del campo.

La terzietà della ragione è quella via d’uscita perché non promette un compromesso tra oscurità, ma un criterio per non soccombere all’oscurità stessa, a quella “notte in cui tutte le mucche sono nere” dove le differenze si cancellano e tutto diventa permesso purché sia utile. In tempi di polarizzazione, la terzietà non è un rifugio: è un dovere.