America latina, crimine e paura: l’ascesa della destra

C’è un modo semplice per capire quando un Paese sta cambiando pelle: non guardare i palazzi, guarda le porte. Nel Nord del Cile, lungo quella fascia di altipiani e deserto che confina con la Bolivia, la sicurezza è entrata nelle case prima ancora che nei programmi elettorali.

Serrature nuove, grate, cancelli più alti, abitudini quotidiane riscritte dalla sensazione che “non era così” e che, improvvisamente, lo sia diventato. Il punto, qui, non è misurare ogni paura con il bilancino delle statistiche. Il punto è che la paura, quando diventa esperienza condivisa, costruisce politica.

È in questo clima che la sicurezza ha divorato il resto, fino a diventare la lingua franca della discussione pubblica in Cile. E quando la sicurezza diventa la prima priorità, il mercato politico cambia: premia chi promette soluzioni rapide, visibili, severe.

La vittoria di José Antonio Kast si colloca in questo meccanismo. Non è solo un episodio nazionale, ma un segnale regionale: la domanda di ordine, quando si radica, tende a spingere l’asse politico verso destra e a rendere “accettabili” misure che in tempi ordinari sarebbero contestate.

Perché il legame tra criminalità e destra dura non è una formula automatica del tipo “più crimine uguale più estrema destra”. Il legame credibile è un altro: l’insicurezza diventa un tema dominante, la risposta più facile da comunicare è la mano dura, e la mano dura è un terreno naturale per destre radicali e populismi securitari.

La promessa è sempre la stessa: “riprendere il controllo”. Il contenuto spesso è anche lo stesso: confini, espulsioni, militarizzazione, pene più dure, compressione delle garanzie, tolleranza zero. È un pacchetto politico che si presenta come “realismo” e che, proprio per questo, si normalizza.

Il fenomeno riguarda l’intera regione perché la criminalità organizzata ha cambiato scala e geografia.

Non è più confinata ai luoghi dove ci si aspetta la violenza: ha penetrato paesi che per anni si sono raccontati come relativamente sicuri, ha trasformato città e rotte logistiche, ha imposto l’estorsione come tassa sull’economia quotidiana, ha messo sotto pressione sistemi giudiziari e forze di polizia già fragili.

Quando la criminalità diventa una forza economica e territoriale, non cambia solo la cronaca nera: cambia la fiducia nello Stato. E quando la fiducia si spezza, cresce la tentazione della scorciatoia autoritaria.

È qui che entra in scena il “modello” dell’uomo forte. Non serve copiarlo in modo dichiarato: basta importarne il linguaggio e la promessa. Se l’opinione pubblica arriva a dire “forse vale la pena sacrificare qualcosa in termini di diritti per ottenere sicurezza”, allora il baratto è già avvenuto.

By Andréa Farias – https://www.flickr.com/photos/affotojornalismo/1971913262/, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9956339

E quel baratto, in America Latina, non è un’astrazione: è una dinamica che torna ciclicamente, perché la repressione è spesso l’unica politica pubblica che lo Stato riesce a rendere visibile in tempi rapidi. Il resto — welfare, scuola, lavoro, urbanistica, servizi — richiede anni e non produce immagini immediate.

Il passaggio decisivo, però, non è solo la scelta di strumenti più duri. È la ridefinizione di chi viene percepito come “problema”. In molti contesti la sicurezza viene saldata al tema migratorio: l’immigrazione diventa automaticamente sospetta, il confine diventa teatro, il migrante diventa scorciatoia narrativa per spiegare ciò che lo Stato non ha voluto o saputo governare.

Questa fusione è uno dei tratti tipici delle destre radicali contemporanee: non perché “gli stranieri portano crimine” sia una legge universale, ma perché è un frame politicamente utile. Semplifica, concentra la rabbia, legittima misure eccezionali.

L’Ecuador offre un’altra lezione: quando la criminalità cresce fino a sfidare apertamente lo Stato, la risposta tende a militarizzarsi. Lo stato d’emergenza, ripetuto e prolungato, diventa norma. Ma l’emergenza permanente ha un costo: allarga i poteri coercitivi, riduce i controlli democratici, aumenta il rischio di errori, abusi e vittime collaterali.

E soprattutto produce abitudine: la società si abitua a vivere “in deroga”. È così che la democrazia non crolla in una notte, ma si restringe a poco a poco, sotto la pressione di un problema reale gestito con strumenti che promettono immediatezza.

Questo è il punto di contatto più solido tra criminalità e ritorno delle destre estreme in America Latina: l’insicurezza non determina da sola l’esito elettorale, ma rimodella il campo, sposta l’agenda, rende mainstream la richiesta di eccezione.

Anche quando non vince l’estrema destra, molte forze politiche finiscono per rincorrerla sul terreno securitario, normalizzandone le parole d’ordine e trasformandole in senso comune. È una dinamica che cambia le priorità e, con esse, cambia ciò che una società considera negoziabile.

Alla fine, la domanda non è se la criminalità “produce” la destra dura. La domanda è cosa succede a una democrazia quando la paura diventa il suo principale organizzatore politico. In America Latina, oggi, la paura sta votando.

E il rischio più grande è che, mentre si discute di ordine, si perda di vista il punto: senza istituzioni credibili, giustizia che funziona, politiche sociali e controllo della finanza criminale, la mano dura rischia di restare un rito.

Fa rumore, riempie carceri, restringe diritti. Ma lascia intatta la struttura economica del crimine. E intanto, sposta il baricentro della politica sempre più verso chi promette il colpo secco, non la cura lunga.

Colombia’s Police