Ogni 3 dicembre succede più o meno la stessa cosa: il mondo si ricorda che esistono le persone con disabilità, si fa un giro di dichiarazioni, si cita la Convenzione ONU, si promettono società “inclusive” e poi, dal 4 dicembre, si torna a vivere come prima.
Quest’anno l’UNICEF ci mette davanti uno specchio particolarmente impietoso. Ricorda che, a livello globale, i bambini con disabilità sono sistematicamente svantaggiati su quasi tutti gli indicatori di benessere: più violenza, più malattia, meno scuola, meno prospettive. E non è solo una questione di “fragilità individuale”. È un sistema che li spinge fuori scena, passo dopo passo.
Sul fronte della violenza, i numeri sono chiari: bambini e adolescenti con disabilità, soprattutto le ragazze, hanno da tre a quattro volte più probabilità di subire abusi, maltrattamenti o negligenza rispetto ai coetanei senza disabilità. Nelle emergenze – guerre, disastri climatici, crisi umanitarie – questa vulnerabilità esplode: chi è già ai margini diventa invisibile quando servono evacuazioni, cure, informazioni accessibili.
La salute non va meglio. Secondo l’UNICEF, i bambini con disabilità hanno una probabilità maggiore del 34% di soffrire di ritardi della crescita e del 53% di presentare sintomi di infezione respiratoria acuta. Allo stesso tempo hanno il 25% di probabilità in meno di ricevere stimoli precoci e cure adeguate. Nei Paesi a basso e medio reddito, solo tra il 3 e il 10% di chi avrebbe bisogno di ausili e dispositivi tecnologici assistivi riesce davvero ad averli: protesi, sedie a ruote, apparecchi acustici, strumenti digitali. Tutto il resto è lasciato all’improvvisazione delle famiglie e alla carità.
Poi c’è la parte che quasi nessuno vuole guardare in faccia: la salute mentale. Gli adolescenti con disabilità, tra i 15 e i 19 anni, sperimentano in ogni ambito stigma e discriminazione. Hanno il 51% di probabilità in più di sentirsi infelici rispetto ai coetanei senza disabilità. Il suicidio è già la terza causa di morte in quella fascia d’età, e per i ragazzi con disabilità le probabilità di sentirsi discriminati aumentano del 41%, mentre diminuiscono del 20% quelle di nutrire aspettative di una vita migliore. Anche dentro la famiglia e la scuola la violenza è più vicina: i bambini con disabilità hanno il 32% di probabilità in più di subire punizioni corporali severe.
E poi c’è la scuola, il luogo dove in teoria dovremmo imparare che “nessuno resta indietro”. La realtà è rovesciata: i bambini con disabilità hanno il 47% di probabilità in più di abbandonare la scuola e il 49% di probabilità in più di non frequentarla mai. I tassi di abbandono aumentano soprattutto alla scuola secondaria, arrivano al massimo tra chi ha disabilità gravi e colpiscono in modo trasversale vari tipi di disabilità. Anche quando restano in classe, hanno il 42% di probabilità in meno di acquisire competenze di base in lettura, scrittura e matematica. Questo significa che un bambino che parte già svantaggiato viene poi spinto fuori dalla scuola con una forza quasi matematica.
Il carico non resta solo sulle loro spalle. In molti Paesi, le ragazze che hanno in famiglia fratelli o sorelle con disabilità sono quelle che abbandonano prima la scuola: mancano servizi di assistenza, mancano sistemi di supporto, e così il “prendersi cura” diventa lavoro gratuito a tempo pieno per le figlie maggiori. La disabilità di uno diventa destino scolastico di molti.
Fin qui lo sguardo globale. Ma noi viviamo in un Paese che ama definirsi culla del diritto, patria dell’inclusione, modello di integrazione scolastica. Vale la pena chiedersi dove si colloca l’Italia in questo quadro.

Secondo gli ultimi dati, nell’anno scolastico 2023/24 gli alunni con disabilità nelle scuole italiane – dall’infanzia alle superiori – sono quasi 359 mila, circa il 4,5% degli iscritti, con un aumento netto negli ultimi cinque anni. A prima vista si potrebbe leggere questo come un segnale positivo: più diagnosi, più riconoscimento dei bisogni, più accesso alla scuola. Ma basta grattare la superficie per capire che l’inclusione formale non coincide con quella reale.
Cresce la quota di docenti di sostegno con formazione specifica, ma una parte consistente è ancora composta da insegnanti non specializzati, spesso assegnati a ridosso o addirittura dopo l’inizio delle lezioni. Più di uno studente su due con disabilità cambia insegnante di sostegno da un anno all’altro; una quota non trascurabile lo cambia perfino a metà anno. Immaginiamo cosa significa per un ragazzo con disabilità intellettiva, o con un disturbo dello spettro autistico, ricostruire da zero, ogni settembre o ogni primavera, la relazione educativa, mentre il resto della classe procede nel programma.
Dentro questo universo, le situazioni sono estremamente diversificate: una grande fetta degli alunni ha una disabilità intellettiva; molti presentano disturbi dello sviluppo psicologico, dell’attenzione e dell’apprendimento; altri hanno difficoltà motorie o sensoriali, problemi di autonomia nei gesti quotidiani. Spesso le difficoltà si intrecciano: oltre un terzo dei ragazzi con disabilità presenta più di un tipo di compromissione. Avrebbero bisogno di continuità, équipe stabili, tecnologie assistive, ambienti accessibili. Trovano, troppo spesso, barriere architettoniche e digitali, orari rigidi, personale esausto e rotazioni continue.
In questo scenario, l’ONU dedica la Giornata internazionale del 2025 al tema di società veramente inclusive per le persone con disabilità come condizione per qualunque progresso sociale credibile. L’UNICEF sottolinea di aver raggiunto, con programmi specifici e interventi umanitari nel 2024, circa 5 milioni di bambini con disabilità in oltre 140 Paesi, lavorando su accesso ai servizi, sostegni a livello comunitario, politiche e leggi inclusive.
Ma la domanda che ci resta addosso, dopo lo slogan e il comunicato, è più semplice e più scomoda: quanti di quei bambini, in Italia, trovano davvero una scuola che li desidera, non solo che li accoglie perché obbligata dalla legge? Quanti possono contare su un insegnante che resta, su un’aula dove possano muoversi, leggere, comunicare, nonostante – e insieme – alla loro disabilità?
L’UNICEF ricorda una cosa che tendiamo a dimenticare: i bambini con disabilità non sono “casi speciali”, non sono appendici da trattare a parte. Sono titolari degli stessi diritti degli altri: diritto alla salute, alla protezione dalla violenza, all’istruzione, alla partecipazione. Se i loro numeri ci dicono che hanno molte più probabilità di non entrare mai in classe e molte più probabilità di subire violenza, e se i dati nazionali ci raccontano che anche quando entrano in classe l’inclusione è fragile, intermittente, legata alla buona volontà dei singoli, allora la questione non è più se siamo abbastanza “sensibili”.
La questione è un’altra: quanto siamo disposti a smettere di considerare l’inclusione un lusso residuale – da garantire quando avanzano soldi, personale, tempo – e a riconoscerla per quello che è davvero: la linea che separa una società appena decente da una che, semplicemente, non lo è.



