Ci voleva Strasburgo per dire l’ovvio: in Italia il sostegno funziona a rotazione, come se la continuità fosse un optional e non la condizione minima per garantire un diritto. Metà dei docenti di sostegno lavora da precaria e una quota rilevante entra in classe senza la specializzazione necessaria.
Il Comitato europeo dei diritti sociali ha accolto il reclamo presentato da Anief nel 2021 e ha certificato che questa precarietà strutturale non è una semplice stortura contrattuale, ma un ostacolo concreto all’istruzione inclusiva degli alunni con disabilità. Non stiamo parlando di qualche supplenza fisiologica, di quelle che esistono ovunque: qui il sistema si regge stabilmente su contratti a tempo determinato per coprire cattedre che non sono affatto episodiche, ma ricorrenti e indispensabili per il funzionamento ordinario delle scuole.
Il paradosso è che la scuola italiana conosce benissimo i numeri del problema, e li conosce da anni. Gli alunni con disabilità certificata aumentano, i bisogni non diminuiscono, le ore vengono assegnate, i posti esistono e si ripresentano identici a ogni settembre. Eppure continuiamo a comportarci come se fosse sempre una sorpresa, come se il sostegno fosse una pioggia improvvisa e non una parte strutturale del diritto allo studio.
Quando una “emergenza” dura così a lungo, non è più emergenza: è un modello di gestione. Un modello che scarica il costo sulle persone più esposte, perché nel frattempo l’alunno perde riferimenti, la famiglia ricomincia da capo, la classe cambia equilibrio, l’insegnante viene usato e poi lasciato andare, e l’inclusione si riduce a una parola buona per i comunicati.
L’altra faccia dello stesso problema è la formazione. Nella narrazione televisiva il sostegno viene spesso raccontato come semplice “buona volontà”, quasi fosse un prolungamento del cuore o della pazienza. Ma il sostegno non è un gesto caritatevole e non è un hobby: è una competenza professionale, specifica, che richiede preparazione, metodo e continuità.

Se una parte significativa dei docenti è priva della specializzazione necessaria, il sistema sta dicendo una cosa molto chiara: l’inclusione la vogliamo come principio, ma la finanziamo e la organizziamo come se fosse una misura provvisoria. Il risultato è che il diritto allo studio diventa dipendente dal caso, dalla disponibilità del singolo, dalla fortuna dell’assegnazione, dalla capacità delle famiglie di orientarsi e di “resistere” all’ennesimo ricambio.
La decisione del Comitato europeo dei diritti sociali, al di là delle procedure che seguiranno nei prossimi anni, ha un significato politico immediato: rende ufficiale ciò che tanti vivono da tempo come normalità tossica. Se l’Italia vuole evitare di continuare a violare i principi che ha sottoscritto, deve uscire dalla retorica della toppa e affrontare il nodo strutturale.
Stabilizzare i posti che sono stabilmente necessari, aumentare in modo serio e programmato la quota di docenti specializzati, smettere di chiamare “continuità didattica” un meccanismo che delega alle famiglie la conferma del supplente, come se l’accesso a un diritto potesse dipendere da una firma o da una scelta forzata.
C’è un punto che spesso si evita di nominare perché è scomodo: la precarietà del sostegno non è neutra, produce disuguaglianza. Colpisce di più chi ha meno risorse per reagire, chi non ha strumenti per contrattare, chi non ha tempo per inseguire uffici, ricorsi e richieste, chi già vive il peso quotidiano della cura.
E così l’inclusione rischia di diventare una promessa a geometria variabile: piena per chi riesce a difendersi, fragile per chi non può. Se davvero vogliamo una scuola inclusiva, dobbiamo smettere di trattare il sostegno come un servizio stagionale e riconoscerlo per quello che è: una funzione essenziale dello Stato, che non può essere appaltata ogni anno alla precarietà.



