Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano di autonomia proposto dal Marocco per il Sahara Occidentale, mettendo di fatto fine a cinquant’anni di ambiguità. Undici Paesi hanno votato a favore della risoluzione, tre si sono astenuti — tra cui l’Algeria, storica sostenitrice del Fronte Polisario — e nessuno ha votato contro. Il testo, presentato dagli Stati Uniti, riconosce che il Sahara resterà sotto la sovranità marocchina, ma con “diritti autonomi”.
Per molti osservatori, è un passo politico che consacra il nuovo equilibrio internazionale: Washington e gran parte dell’Europa si allineano alla posizione di Rabat, considerata “la soluzione più praticabile”.
Dietro la formula diplomatica, però, si chiude una delle pagine più lunghe della decolonizzazione africana. L’ex Sahara spagnolo è rimasto conteso dal 1975, quando Madrid abbandonò la regione e il Marocco ne occupò gran parte, scatenando una guerra durata quindici anni con il Fronte Polisario.
Nel 1991 le Nazioni Unite avevano mediato un cessate il fuoco che prevedeva un referendum di autodeterminazione: ai saharawi sarebbe dovuto spettare decidere se restare con il Marocco, accettare un’autonomia o chiedere l’indipendenza. Quel referendum, però, non si è mai tenuto.
La risoluzione adottata oggi segna la fine di quella promessa. Il Marocco mantiene il controllo politico e militare del territorio, prorogando di un altro anno anche la missione Onu MINURSO, che da trent’anni osserva un processo di pace congelato.
Rabat festeggia: il re Mohammed VI ha parlato di “svolta storica” e di “riconoscimento dell’identità marocchina del Sahara”. Per il Marocco, la decisione chiude definitivamente la questione.
Per i saharawi, invece, la chiude in senso opposto. Nelle loro parole — che circolano oggi tra i media indipendenti e sui canali del Fronte Polisario — la risoluzione non è affatto neutra: viene vista come un annullamento del diritto all’autodeterminazione riconosciuto dall’ONU stessa.

“Non c’è soluzione senza il popolo saharawi”, sostengono, ricordando che l’autonomia imposta dall’alto non equivale a decolonizzazione ma a “una forma di annessione con un nome nuovo”.
Secondo il Fronte Polisario, esiste già un piano di pace legittimo, quello concordato negli anni Novanta, che prevedeva un referendum sotto supervisione ONU. Quel piano — dicono — era compatibile con il diritto internazionale e aveva evitato il ritorno alla guerra per decenni. L’idea era semplice: chiedere ai cittadini del Sahara Occidentale se volessero far parte del Marocco, vivere in un’autonomia o scegliere l’indipendenza.
Ma la prospettiva di una vittoria del “sì” all’indipendenza ha reso il voto inaccettabile per Rabat, che nel 2007 ha presentato la propria alternativa: un’autonomia sotto piena sovranità marocchina, oggi divenuta la base ufficiale dei negoziati.
La decisione del Consiglio di Sicurezza è dunque molto più di una formalità amministrativa: riconosce un fatto compiuto. Eppure il rischio è che non risolva, ma sposti soltanto il conflitto. L’ONU invita le parti a nuovi colloqui, ma li circoscrive al piano marocchino, escludendo di fatto il referendum originario. Per i saharawi questo significa cancellare l’unico strumento democratico che avrebbe potuto garantire una pace duratura.
Da parte loro ricordano che, già nel 2007, il Polisario aveva offerto al Marocco garanzie di coesistenza: i cittadini marocchini insediati nel Sahara avrebbero potuto restare; non sarebbe stato chiesto alcun risarcimento per l’occupazione; e si era persino proposto di cooperare sulle risorse naturali. Tutto, pur di ottenere il diritto a scegliere.
Quel diritto oggi è di nuovo rinviato. Le grandi potenze parlano di “stabilità”, ma la stabilità, nel Sahara Occidentale, ha finora significato immobilismo: un territorio sotto controllo militare, un popolo confinato in parte nei campi profughi di Tindouf, un processo di pace trasformato in routine burocratica.
La sensazione, tra i saharawi, è che la parola “autonomia” sia diventata una scorciatoia diplomatica per non pronunciare la parola “indipendenza”. E che la comunità internazionale, stanca di un conflitto senza fine, abbia scelto di chiuderlo non con un voto, ma con una firma.



