Lecornu tradito da Macron. Quinta repubblica in bilico

Ventotto giorni. Tanto è durato l’ultimo governo francese prima di sbriciolarsi. Sébastien Lecornu, fedelissimo di Emmanuel Macron, si è dimesso a poche ore dalla presentazione della sua squadra, lasciando sul tavolo un Paese che non riesce più a darsi un esecutivo stabile né a votare un bilancio credibile.

La promessa di “rottura” con la girandola di governi precedenti si è rivelata, fin dal primo istante, una rincorsa alla continuità: stessa orbita, stesso centro politico, stesse allergie al compromesso. Non è bastato.

Il punto, però, non è Lecornu. È l’architettura che gli crolla addosso. La Quinta Repubblica funziona quando c’è un’asse chiara: una maggioranza compatta che sostiene l’Eliseo o una coabitazione altrettanto leggibile. Oggi l’Assemblea nazionale è un triangolo che non chiude: una destra nazionalista in ascesa, una sinistra spinta dall’onda movimentista, un centro logorato.

Tre blocchi che non condividono quasi nulla se non l’insofferenza reciproca. In questo scacchiere, la figura presidenziale — disegnata per garantire continuità e comando — finisce per sembrare quella di un regista senza troupe, costretto a cambiare primo attore ogni poche settimane pur girando sempre la stessa scena.

Macron ha ancora, sulla carta, strumenti ingenti. Può nominare un nuovo primo ministro, chiedere un governo “di scopo” per varare il bilancio, persino sciogliere il Parlamento. Ma ogni strada sconta un costo politico immediato. Un altro premier di area centrista rischia di bruciarsi in poche settimane; un’apertura a sinistra equivarrebbe a certificare la fine del racconto macroniano.

Nuove elezioni, nel clima attuale, potrebbero consegnare all’estrema destra un bottino mai visto o, peggio, riprodurre lo stesso stallo con qualche seggio in più ai poli. È la trappola perfetta: il presidente con i poteri più ampi d’Europa, ma senza la maggioranza per usarli; il Parlamento senza numeri, ma con il potere di bloccare tutto.

A rendere la crisi più concreta dei comunicati è il bilancio. Senza una legge di spesa approvata nei tempi, Parigi può sopravvivere tecnicamente con misure ponte, congelando entrate e spese essenziali. È un respiratore amministrativo, non una cura.

Il debito cresce, la fiducia cala, e ogni mese in più erode la credibilità di chi governa e la pazienza di chi investe. È qui che la crisi politica si fa costituzionale: un sistema pensato per l’efficienza verticale è impantanato nell’orizzontale dei veti, e la cultura del compromesso — altrove virtù — in Francia resta parola sospetta.

“Marine Le Pen, Leader of the French National Front” by theglobalpanorama is licensed under CC BY-SA 2.0.

Il fallimento del governo-lampo non è un incidente, è un sintomo. Lecornu ha messo a verbale ciò che tutti sanno: i partiti si comportano come se ciascuno avesse da solo la maggioranza. È un’illusione identitaria coltivata da anni di polarizzazione, in cui la posta non è più il “che cosa fare insieme”, ma il “chi deve cedere”.

Così, ogni tentativo di “piattaforma comune” nasce già con il fiato corto, e ogni rimpasto appare una riedizione del precedente con una diversa disposizione delle sedie.

Sul fondo, la società è più avanti dei suoi leader: chiede stabilità e risultati, non il rimpasto delle sigle. Per questo la tentazione del “cambiamento purché sia” avanza, e la Francia assomiglia sempre di più a quel momento americano in cui la stanchezza per il sistema ha spinto a votare contro qualcosa, più che per qualcosa.

Macron, che nel 2017 si presentò come l’antidoto all’usura della politica, rischia di diventare il simbolo della sua inerzia: un presidente al secondo mandato, con consenso ridotto e un centro che non è più collante ma crepa.

Che cosa resta, allora? Non un trucco di palazzo, ma un salto culturale che la Quinta Repubblica non ha mai davvero compiuto: legittimare il compromesso come strumento ordinario, non come parentesi d’emergenza.

Significa dichiarare un perimetro chiaro — bilancio, pensioni, sicurezza sociale, transizione industriale — e lavorare su un patto di legislatura limitato, con tempi, obiettivi e valutazioni pubbliche. Significa accettare che, in un Parlamento tripolare, la purezza programmatica è una fantasia e che l’alternativa al compromesso non è la coerenza: è l’impotenza.

Non è detto che basti. Ma è l’unica via che non affida il futuro a una roulette elettorale o a un ennesimo premier di passaggio. L’idea stessa di Quinta Repubblica è nata per sottrarre la Francia al balletto della Quarta; oggi quel balletto è tornato, e si balla sul bordo.

O si cambia musica — e si accetta che governare in tre blocchi richiede un’arte nuova — oppure ci si limiterà a cambiare orchestra ogni mese, finché il pubblico non uscirà dal teatro. E quando il pubblico esce, di solito non torna per rivedere la stessa pièce.

“Jean-luc MELENCHON” by Parti socialiste is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.