Per capire dove andiamo, bisogna partire da una constatazione scomoda: l’economia mondiale ha retto nella prima metà del 2025 perché imprese e Paesi hanno “anticipato” produzioni e spedizioni per battere sul tempo i nuovi dazi statunitensi. Ora quell’effetto-scorta si spegne, e il freno dei dazi comincia a farsi sentire su scambi, investimenti e lavoro. È l’Ocse a dirlo nel suo ultimo Interim Economic Outlook: la crescita globale scende e la nuova aliquota tariffaria effettiva degli USA è stimata al 19,5%, il livello più alto dal 1933. Non è ideologia: è meccanica dei prezzi e dei redditi.
La catena è semplice. Se importare costa di più, una parte del sovrapprezzo arriva sui prezzi al consumo—prima nei beni durevoli ad alto contenuto di importazioni—mentre le imprese, finite le scorte e i margini, smettono di “assorbire” i rincari. Intanto il mercato del lavoro raffredda: meno assunzioni, più prudenza salariale. L’Ocse registra i primi passaggi ai prezzi e un indebolimento dei segnali occupazionali proprio dove i dazi pesano di più. In altre parole: il costo della protezione si scarica a valle, sui bilanci delle famiglie.
Per Diogene Notizie, che guarda il mondo dalla parte di chi ha meno, la domanda è una: chi paga il conto? Non certo la finanza, che viaggia con appetito di rischio elevato nonostante crescano i segnali d’allarme sui debiti pubblici; persino l’oro—bene rifugio per eccellenza—è volato di circa il 40% dall’inizio dell’anno: un termometro dell’incertezza tenuto ben stretto nelle mani di chi può permetterselo. A pagare sono i redditi bassi, perché l’aumento dei prezzi dei beni importati pesa proporzionalmente di più sul loro carrello, e perché nei cicli di rallentamento sono i contratti fragili a saltare per primi.
L’Europa non fa eccezione: l’Ocse vede un’area euro lenta (1,2% nel 2025, 1,0% nel 2026) tra attriti commerciali e incertezze geopolitiche. Per l’Italia la previsione è 0,6% sia nel 2025 sia nel 2026, con un’inflazione che rientra (1,9% e 1,8%), ma con salari reali tornati a indebolirsi dalla fine del 2024.

La fotografia che ne esce è quella di un Paese in cui la “buona notizia” dei prezzi più bassi rischia di essere annullata da buste paga che non ripartono e da lavori discontinui. Tradotto: impoverimento silenzioso.
Attenzione anche al cibo: l’Ocse nota una nuova pressione sui prezzi alimentari in vari Paesi, Italia compresa. Per una famiglia che spende una quota maggiore del reddito in alimentari ed energia, pochi decimali di inflazione valgono molto più della media sui giornali. E se al rallentamento si sommano politiche fiscali restrittive—tagli o rinvii di spesa sociale—il risultato è una trappola di povertà che si allarga proprio mentre la domanda interna servirebbe come airbag.
C’è un filo rosso che attraversa il rapporto: l’Ocse chiede regole commerciali più trasparenti e prevedibili e avverte che nuovi muri doganali tagliano la crescita potenziale e, strada facendo, i salari di chi vive di lavoro. Per i decisori italiani la bussola, allora, è chiara: proteggere i più esposti con trasferimenti mirati, rinnovi contrattuali veri e un’agenda d’investimenti che alzi la produttività (scuola, competenze, digitale), mentre si tiene ferma la rotta su conti pubblici credibili. Difendere i poveri oggi non è “buonismo”: è politica economica anticiclica in un mondo che si sta chiudendo.
La buona notizia? Non siamo condannati. Nello stesso rapporto l’Ocse ricorda che meno barriere, più cooperazione e riforme che allargano la partecipazione—incluse quelle che accendono i benefici dell’AI—possono migliorare stabilmente crescita e benessere. Ma serve una scelta di campo: tra tariffe come slogan e politiche che difendono davvero il potere d’acquisto di chi sta in basso. In tempi di dazi, questa è la frontiera della lotta alla povertà.



