In Inghilterra ogni anno oltre 750.000 tonnellate di liquidi di discarica (percolato) vengono trasportate in autobotti agli impianti di trattamento, mescolate con acque reflue domestiche e effluenti industriali, e trasformate in fanghi (“biosolidi”) poi spandibili in agricoltura. È il cuore di un’ichiesta a firma Rachel Slavidge su The Guardian di oggi. Nell’inchiesta viene ricostruito un circuito opaco: da un lato i reflui “trattati” scaricati in fiumi e mare; dall’altro i fanghi solidi venduti come fertilizzanti — senza che molte sostanze chimiche vengano effettivamente rimosse.
Secondo l’analisi citata, nel Regno Unito si generano circa 3,5 milioni di tonnellate di percolato l’anno; di queste, oltre 750.000 tonnellate finiscono nelle reti fognarie che non sono progettate per trattare composti come i PFAS (le “sostanze chimiche eterne”, alcune classificate come cancerogene), PCB, diossine, ritardanti di fiamma, solventi, interferenti endocrini, microplastiche e altri inquinanti persistenti.
Una quota rilevante — circa 1,7 milioni di tonnellate — riceverebbe solo trattamento biologico di base; tra i flussi instradati nelle reti idriche, circa 536.000 tonnellate seguirebbero lo stesso percorso minimale. Il risultato, avverte l’articolo, è doppio: pressione aggiuntiva su impianti già sovraccarichi (con più frequenti sversamenti di reflui non trattati) e accumulo di contaminanti nei suoli agricoli.
Nelle testimonianze raccolte da Salvidge, una fonte dell’Agenzia per l’Ambiente parla di “diluizione e dispersione” più che di vero smaltimento, chiedendo pretrattamenti dedicati perché i PFAS e composti simili “passano direttamente attraverso” i depuratori.

Il tossicologo ambientale Dave Megson si dice “sbalordito” dalle dimensioni del fenomeno e teme che il percolato, contenendo “migliaia di sostanze”, venga di fatto riconfezionato in fertilizzanti, riportando chimici persistenti nel ciclo alimentare. Il quadro regolatorio appare datato: i controlli sui fanghi si concentrano ancora soprattutto sui metalli pesanti (norme del 1989), mentre PFAS e altri inquinanti non sono oggetto di test sistematici.
L’inchiesta mette in fila anche i numeri industriali. Per volumi trattati, in testa figurano Severn Trent Water (circa 447.000 tonnellate nel 2023) e United Utilities (156.000), seguite da Wessex Water (103.203), Southern Water (36.806), Northumbrian Water (16.484) e South West Water (6.884). Sul piano territoriale, lo squilibrio è marcato: Sud-Ovest (circa 1.264.563 tonnellate), Nord-Ovest (719.405) e Sud-Est esclusa Londra (500.835). Una fonte dell’Agenzia segnala anche accettazioni senza permessi in alcuni impianti, ipotizzando che i volumi reali superino le cifre ufficiali.
Dal lato dei gestori, Water UK sostiene che le aziende trattano i rifiuti in linea con le regole fissate dal governo e dall’Agenzia per l’Ambiente, e chiede un bando dei PFAS accompagnato da un piano nazionale per la rimozione e da un regime di responsabilità del produttore per finanziare bonifiche e ripristini. L’Agenzia per l’Ambiente afferma di aver avviato una revisione degli smaltimenti di rifiuti liquidi in cisterna verso gli impianti, per adeguare le condizioni autorizzative e rafforzarne il rispetto.
La dipendenza dal sistema “percolato → depuratore → fanghi → campi” appare tuttavia radicata: è un’opzione meno costosa per le discariche, garantisce ricavi alle aziende idriche che vendono biosolidi e offre agli agricoltori un fertilizzante a basso costo. Rompere l’ingranaggio, avverte una fonte, rischierebbe di creare “crisi assolute” per carenza di impianti specializzati, con un fabbisogno di investimenti pluriennali prima di disporre di tecnologie di trattamento più evolute.
Gli esperti interpellati convergono su un punto: senza regole a monte più severe sulle sostanze, e senza standard e tecnologie pensate per inquinanti persistenti, i depuratori restano ponti di passaggio. Le conseguenze evocano un rischio sistemico: contaminazione di corsi d’acqua, accumulo nei suoli, esposizione cronica attraverso cibo e bevande — in un Paese in cui nessun fiume soddisfa gli standard legali per l’inquinamento chimico.



