Macron isolato, Francia tra caos politico e conti in rosso

La Francia è entrata in un tunnel istituzionale che non conosceva dai tempi della Quarta Repubblica: in pochi mesi si sono succeduti quattro primi ministri, e un quinto sembra ormai alle porte. La Quinta Repubblica, costruita da De Gaulle per garantire stabilità, oggi mostra tutte le sue crepe. E non per un capriccio del destino, ma per una precisa scelta politica di Emmanuel Macron: ignorare il verdetto popolare che, alle ultime elezioni legislative, aveva consegnato la maggioranza relativa alla sinistra.

Era stata una sorpresa, e insieme un segnale forte: i francesi avevano votato per fermare l’estrema destra, ma anche per dare voce a un’alternativa sociale. Socialisti, ecologisti, comunisti e radicali avevano raccolto un consenso sufficiente a imporsi come primo blocco parlamentare.

Invece di prenderne atto e costruire un governo coerente con quella vittoria, Macron ha preferito piegare le istituzioni al proprio disegno centrista. Il risultato è stato l’ennesima nomina dall’alto: François Bayrou, un vecchio democristiano di provincia, chiamato a fare il premier di un esecutivo fragile, senza radici e senza consenso.

L’esperimento è fallito: Bayrou, oggi, porta in aula una manovra di austerità fatta di congelamento dei sussidi sociali, tagli e proposte provocatorie come la cancellazione di due giorni festivi. Una linea che non solo non ha il sostegno del Parlamento – dove destra e sinistra sono compatte nel bocciarla – ma che rappresenta un tradimento palese del mandato ricevuto dagli elettori.

Mentre la Francia chiedeva più giustizia sociale, Macron e i suoi tecnocrati hanno risposto con l’ennesima ricetta neoliberale, in perfetta continuità con l’innalzamento dell’età pensionabile che aveva già scatenato proteste oceaniche nel 2023.

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I numeri raccontano la crisi: un deficit al 5,8% del PIL, ben oltre il limite europeo del 3%; un debito pubblico che ha superato i 3.900 miliardi di dollari, il 114% del PIL; interessi sul debito che quest’anno saliranno a 77 miliardi. Una montagna insostenibile, frutto anche delle politiche di Macron: tagli fiscali alle imprese e ai redditi alti che hanno drenato decine di miliardi dalle casse pubbliche.

La ricetta liberale che doveva attirare investimenti ha sì ridotto la disoccupazione, ma al prezzo di un impoverimento delle finanze statali e di una compressione crescente del welfare.

Il tradimento, però, non è solo economico. È soprattutto politico e democratico. Invece di riconoscere la vittoria della gauche, Macron ha imposto governi minoritari che hanno trasformato l’Assemblea in una palude. Ha svuotato la rappresentanza, aprendo la strada alla retorica di chi sostiene che “il sistema è truccato”.

Marine Le Pen non poteva sperare in un regalo migliore: la sua ascesa si nutre del discredito delle istituzioni e della percezione che il voto non conti. Ogni volta che Macron ignora l’esito delle urne, l’estrema destra guadagna forza.

La Francia oggi si ritrova con un presidente isolato, che gode della fiducia di appena il 15% dei cittadini, e con un premier che non arriva al 14%. È la fotografia di una crisi di legittimità senza precedenti: governi che cadono, bilanci che non passano, un Paese ingovernabile. Tutto questo mentre il voto popolare, chiaro e inequivocabile, è stato messo sotto il tappeto.

Macron è nato come il “rottamatore” del vecchio bipolarismo. Ha spazzato via socialisti e gollisti, costruendo un centro personale e fragile. All’inizio sembrava un’operazione brillante; oggi appare per quello che è: un vuoto politico che ha lasciato campo libero solo agli estremismi. La sua ostinazione a non riconoscere la vittoria della sinistra non è un gesto neutro: è la radice stessa dell’instabilità attuale.

La Francia, intanto, si logora: le finanze vacillano, il welfare è sotto assedio, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni crolla. E mentre la sinistra, pur frammentata, cerca di non disperdere il proprio capitale elettorale, Macron continua a governare come se il voto non fosse mai esistito. È così che si tradisce la democrazia che a parole doveva essere salvata dal voto popolare.

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