Nel 2022 la Regione Calabria ha firmato un accordo con il governo cubano per reclutare centinaia di medici da impiegare negli ospedali pubblici. L’obiettivo: arginare la grave carenza di personale sanitario.
Sembrava una soluzione d’emergenza, innovativa e solidale, e per un po’ è stata presentata così. Ma oggi, a distanza di quasi tre anni, il “modello Calabria” è finito al centro di un caso politico e umano.
Secondo una nuova inchiesta di CubaNet — testata indipendente con sede a Miami — i medici cubani in servizio nella regione italiana non solo non ricevono il pieno salario promesso, ma lavorano sotto stretto controllo, tra trattenute arbitrarie, obblighi ideologici e vincoli pesanti alla vita privata. Un quadro che smentisce le rassicurazioni ufficiali e fa apparire l’accordo meno come una cooperazione e più come un’operazione opaca a metà tra intermediazione e sfruttamento.
L’inchiesta esclusiva di CubaNet: “Solo il 23% del salario arriva davvero ai medici”
In teoria, i medici ricevono 4.700 euro lordi al mese, proprio come i colleghi italiani. Ma CubaNet ha ottenuto documenti e testimonianze che rivelano l’esistenza di un secondo contratto vincolante con la Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos (CSMC), l’agenzia statale cubana che gestisce la missione. Questo contratto obbliga i medici a restituire tra il 54% e l’80% dello stipendio.
Il risultato è che, a fronte di una paga ufficiale di 34,50 euro l’ora, un medico trattiene per sé solo 6,68 euro. Con le trattenute obbligatorie iniziali, il netto reale mensile si riduce a circa 1.100 euro, cifra simile a quella di un lavoratore stagionale non specializzato.
E il prelievo non si ferma al salario base. Gli straordinari vengono decurtati del 71,5%, giustificati con una “tassa del 43%” che non esiste nella normativa italiana. Anche la tredicesima mensilità è in gran parte trattenuta. I medici che protestano vengono redarguiti. Chi si oppone, rischia grosso: perdita del diritto a rientrare a Cuba, radiazione dall’ordine, sanzioni personali e familiari.
Permessi per uscire dalla città, relazioni monitorate, social sorvegliati
Ma il nodo più inquietante dell’inchiesta CubaNet riguarda il controllo capillare a cui sarebbero sottoposti i medici cubani in Calabria. Non possono spostarsi liberamente tra comuni senza autorizzazione della missione, né avere relazioni sentimentali non comunicate.
Devono evitare manifestazioni pubbliche e iscrizioni sindacali. Alcuni colleghi vengono incaricati di monitorare l’attività social degli altri e segnalare chi non interagisce con i profili ufficiali del regime.

Un medico racconta così la sua esperienza: «Dovevo chiedere il permesso per uscire a cena, dichiarare se avevo una relazione, e con chi. Non devo nemmeno ai miei genitori così tante spiegazioni». Un altro aggiunge: «Ci chiedono dove andiamo, con chi parliamo, con chi ridiamo. È un rapporto da padrone e schiavo».
Occhiuto smentisce, ma l’inchiesta lo contraddice punto per punto
Il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, principale artefice dell’accordo, ha difeso più volte il progetto, dichiarando che i medici “sono liberi, integrati, e pagati come gli altri”. Ma proprio lui, nel 2022, aveva ammesso che il primo contratto con Cuba era stato modificato perché “troppo vantaggioso” per i medici.
Ora, secondo CubaNet, il sistema è tornato sotto il pieno controllo del regime cubano, e i professionisti in servizio in Calabria sono costretti a finanziare il proprio Paese d’origine a caro prezzo, in un contesto che si avvicina al lavoro coatto.
Reazioni politiche e dubbi crescenti
Dopo le prime segnalazioni di defezioni (alcuni medici si sono trasferiti in Spagna o nel privato), la politica italiana ha iniziato a interrogarsi. La deputata del M5S Anna Laura Orrico ha chiesto chiarimenti in Parlamento. Il consigliere PD Ernesto Alecci ha chiesto trasparenza su numeri, contratti e tutele.
Anche nel centrodestra Mimmo Tallini ha espresso riserve: “Serve un’operazione verità: non possiamo fingere che sia tutto normale. Servono chiarezza sui compensi, tutele lavorative e diritti fondamentali”.
Nonostante tutto, l’accordo è stato rinnovato fino al 2027. Ma oggi, con le carte sul tavolo, non è più solo una questione di carenze sanitarie. È una questione di diritti umani e verità pubblica.



