L’operazione Time su Meloni: sdoganare l’estrema destra

C’è un’ambizione chiara nel lungo ritratto che Time dedica a Giorgia Meloni: presentarla come una nuova figura del conservatorismo globale, una leader pragmatica capace di mettere ordine nella destra radicale europea. Ma, per quanto accurato nella narrazione dei fatti, l’articolo finisce per legittimare una narrazione pericolosamente revisionista.

E poco importa che venga fatto con misura: il risultato è un’operazione di accreditamento politico e culturale di una leadership che resta – nella sua essenza – figlia di una storia che non si può semplicemente archiviare con una frase ben calibrata o un incontro a porte chiuse nello Studio Ovale.

Meloni chiede, quasi con candore teatrale, al suo intervistatore: “C’è qualcosa del fascismo in quello che faccio al governo?” La domanda è retorica, e la risposta che cerca – e ottiene – è no. Ma la vera domanda da porsi è un’altra: perché una leader democratica, nel pieno del suo mandato, si sente ancora costretta a prendere le distanze da un’accusa così ingombrante?

La risposta è semplice: perché l’ombra non se ne va. E non se ne va nonostante i viaggi a Washington, i brindisi con Musk, i consensi bipartisan o le frasi rassicuranti sul ruolo dell’Italia in Europa. Non se ne va perché non è mai stato fatto davvero i conti con ciò che si è stati, con il percorso politico che ha portato Giorgia Meloni dalle notti romane dei manifesti con il Fronte della Gioventù ai vertici dell’UE. Un partito che nasce dalle ceneri del MSI non può diventare “moderato” per semplice cooptazione istituzionale.

L’origine non è un dettaglio
Meloni racconta la sua infanzia difficile, il padre assente, la povertà dignitosa di Garbatella. Tutto vero, tutto toccante. Ma questo non spiega l’adesione giovanile al Movimento Sociale Italiano. E ancor meno giustifica la continuità simbolica e politica mantenuta fino a oggi. La fiamma tricolore, che campeggia nel logo di Fratelli d’Italia, non è un richiamo poetico al fuoco dell’infanzia, come ironizza la premier nell’intervista: è l’emblema storico della tradizione neofascista italiana.

Si può governare l’Italia, guidare il G7, firmare memorandum con Bruxelles e restare ideologicamente ancorati a quella visione del mondo. Il potere non lava l’identità. Semmai la mimetizza.

L’internazionalizzazione del nazionalismo
Time racconta l’adattamento internazionale di Meloni come un’evoluzione: dalle parole d’ordine anti-immigrazione e sovraniste, alla piena adesione alla NATO e alla linea atlantista sull’Ucraina. Ma non è moderazione, è strategia. Lo dimostrano i fatti: in patria, Meloni ha centralizzato il potere, attaccato la stampa indipendente, approvato leggi repressive e promosso un controllo sempre più pervasivo sulla magistratura. Il modello non è quello della “democrazia che funziona”, ma della democrazia svuotata, disciplinata, addomesticata.

Nel frattempo, costruisce un nazionalismo su misura per il XXI secolo: filo-occidentale, identitario, apparentemente compatibile con l’architettura europea, ma profondamente orientato a smantellare gli anticorpi costituzionali del dopoguerra. È lo stesso schema che si ritrova in Ungheria, Polonia, negli USA trumpiani e nella destra spagnola. È un internazionalismo dell’estrema destra, camuffato da difesa dei confini, delle “radici” e della “civiltà”.

Il linguaggio dell’identità: un’arma a doppio taglio
“Ricostruire l’identità, ricostruire l’orgoglio, a qualsiasi costo.” Questa frase, riportata nell’intervista, è la più sincera di tutte. Meloni non rinnega il fascismo, semplicemente lo riscrive. Ne disinnesca la terminologia storica per conservarne la struttura ideologica: il culto della nazione, il rifiuto del pluralismo, la gerarchia sociale come ordine naturale, l’ossessione per il “noi” contro “loro”.

Il globalismo diventa un nemico astratto, perfetto per mobilitare le paure. L’integrazione europea? Accettata solo se utile a consolidare il potere nazionale. I diritti civili? Delegittimati come “capricci ideologici” o “quote”. L’opposizione? Dipinta come nemica della stabilità. La comunicazione pubblica, compresa l’intervista a Time, è studiata per apparire ragionevole all’esterno e rassicurante per l’elettorato interno.

Il rischio non è quello che dice, ma quello che rappresenta
I sostenitori di Meloni – dentro e fuori l’Italia – sostengono che stia normalizzando l’estrema destra. È vero il contrario: sta istituzionalizzando un impianto politico e culturale che porta dentro sé il seme del revisionismo, della restaurazione autoritaria, dell’intolleranza. La democrazia liberale non crolla con un colpo di Stato. Crolla per erosione, per piccoli interventi chirurgici che sembrano tecnici e innocui: una riforma della giustizia qui, una limitazione del dissenso là, una stretta sulle ONG, un condono fiscale selettivo.

E mentre Meloni si congratula per aver conquistato la fiducia dei leader globali, nel suo partito siedono ancora personaggi con busti di Mussolini in casa e nostalgie dichiarate. Non sono reliquie. Sono una parte organica di quel progetto politico.

La stampa internazionale e il rischio dell’equidistanza
Time fa bene a interrogarsi su Meloni. Ma sbaglia a incorniciarla come “una delle figure più interessanti d’Europa”, come se il carisma e la capacità di governo fossero sufficienti a sospendere il giudizio politico e storico. La narrazione della leader forte, determinata, che si è fatta da sola, non può far dimenticare l’origine di Fratelli d’Italia né ciò che rappresenta nel panorama europeo.

Una stampa libera non ha il compito di offrire riabilitazioni. Deve analizzare, mettere in discussione, svelare le contraddizioni. Soprattutto quando queste si manifestano in leader che non rinnegano davvero il passato, ma lo inglobano in una nuova sintesi.

L’ombra lunga dell’irrisolto
Giorgia Meloni non è un incidente della storia italiana. È il risultato di un’irrisolta ambiguità sul fascismo, della progressiva legittimazione culturale della destra radicale, e della resa di un sistema politico che ha smesso di essere antifascista non appena ha smesso di essere vigile.

Può parlare inglese, sorridere a Biden, brindare con Musk e stringere la mano a Zelensky. Ma nulla di tutto questo cancella l’odore di ciò che ha portato con sé al governo. La storia non si cancella. Si può solo scegliere se ripeterla.