71 vite strappate al mare e poi punite dalla burocrazia italiana

Nel 2025, parlare di migranti nel Mediterraneo sembra diventato un gesto automatico, come aprire un bollettino meteo: ieri 71 persone salvate, mare mosso, porto lontano. Eppure ogni numero ha un respiro, un volto, una storia che sarebbe da ascoltare, non solo contare.

La Life Support, nave umanitaria dell’organizzazione Emergency, ha appena concluso due operazioni di salvataggio a distanza di poche ore. Prima una barca in legno, poi una piccola imbarcazione in vetroresina, avvistata direttamente dal ponte della nave. Imbarcazioni che galleggiavano appena, senza bussola, né protezione. A bordo, 71 persone in totale: uomini, donne, 15 minori non accompagnati, una donna incinta al nono mese. Provenivano da Egitto, Bangladesh, Eritrea, Somalia e perfino dal Myanmar. Continenti lontani che si incontrano in quel tratto di mare che separa la sopravvivenza dall’Europa.

Tre migranti, racconta l’equipaggio, hanno rifiutato il soccorso. Non è chiaro se per paura, sfiducia, o illusione di un approdo migliore con un altro mezzo che li seguiva. Anche questo è il Mediterraneo oggi: luogo di speranza, sì, ma anche di disorientamento profondo, di vite che non credono più a nessuno, nemmeno a chi tende loro la mano.

La strategia dei porti lontani
Dopo aver completato il soccorso, la Life Support ha ricevuto istruzioni: sbarcare ad Ancona, oltre 800 miglia marine dalla zona Sar libica dove è avvenuto l’intervento. Tre, forse quattro giorni di navigazione per persone già stremate da settimane, mesi, a volte anni di viaggio. È un protocollo ormai abituale: assegnare alle ONG porti il più lontano possibile, nella speranza che questo renda più difficile, logisticamente e finanziariamente, la prosecuzione delle missioni.

Emergency non usa mezzi termini: «Allungare il tempo di attesa per uno sbarco è una forma di sofferenza evitabile, che ritarda l’accesso ai servizi sanitari, alla protezione, alla richiesta di asilo. È una punizione, non una misura di gestione».

Ma nel clima politico attuale, punire le ONG è un modo indiretto per dissuadere i migranti a partire, colpendo chi li salva, non chi li sfrutta. È una strategia che non viene mai dichiarata apertamente, ma che funziona per sottrazione: meno navi in zona = più morti invisibili.

Il Mediterraneo come specchio della frattura globale
Cosa ci fanno persone dal Myanmar, dall’Egitto o dal Bangladesh nel cuore della zona Sar libica? Fuggono da guerre civili, colpi di Stato, crisi ambientali, fame, repressione. Ma soprattutto, fuggono da muri invisibili: quelli che bloccano i visti, che impediscono la migrazione regolare, che selezionano chi può vivere e chi no sulla base di un passaporto.

Allora, a costo di morire, attraversano il Sahara, passano per i campi di detenzione in Libia, si affidano a trafficanti che li caricano su barche che non sopravvivrebbero nemmeno a una notte d’autunno sul lago di Bracciano.
E tutto questo, sapendo che il massimo che possono ottenere è una nave umanitaria che li raccoglie, per poi trascinarli per giorni verso un porto dove dovranno ricominciare da zero.

Oltre i numeri, le vite
Dal dicembre 2022, la Life Support ha soccorso 2.854 persone nel Mediterraneo centrale. È un numero importante, ma dice poco se non si ascoltano le storie. C’è chi è sopravvissuto a torture nei centri di detenzione libici. C’è chi ha visto morire amici e fratelli nel deserto. C’è chi ha partorito in mare. C’è chi ha 14 anni e nessun adulto a cui affidarsi. E ci sono, sempre più spesso, migranti che non credono più a niente, neppure al soccorso.

Per questo la battaglia di Emergency e delle altre ONG non è solo per salvare corpi, ma per difendere l’umanità che sta intorno a quei corpi. E ogni porto lontano è una risposta cinica a una domanda che dovrebbe essere morale prima che politica: cosa ne facciamo delle persone che non hanno più nessun luogo dove andare?