Dopo decenni di tentativi di umanizzare la giustizia, ecco il colpo di genio del governo Meloni: costruire più galera. Sì, la soluzione al sovraffollamento non è meno carcere, ma più carcere. Non meno detenuti, ma più posti per rinchiuderli meglio.
15.000 nuove celle, 758 milioni di euro, lavori spalmati fino al 2027 (forse anche oltre), una retorica da manuale securitario del 1985 e zero, ripeto zero, riflessione su cosa funzioni davvero in un sistema penitenziario civile. Il piano Nordio-Meloni è il classico esempio di muscoli repressivi e cervello in ferie.
Il carcere come container sociale
Meloni esulta: “Prima si adeguavano i reati ai posti, noi adeguiamo i posti ai reati”. Frase a effetto, che pare uscita dal marketing del “Movimento Cinque Sbarre”, ma dietro c’è una visione arcaica della giustizia: la pena come contenimento, non come rieducazione.
Nel frattempo, però: le misure alternative rimangono marginali; la giustizia di sorveglianza è sotto organico; i recidivi aumentano, proprio perché nulla cambia nella testa di chi esce. Ma tanto, quando uno esce e ricasca dentro, abbiamo la cella pronta! Un vero modello di giustizia a loop.
750 milioni di euro. E ci vogliono pure un grazie?
Se davvero vuoi spendere tre quarti di miliardo: mettili in educatori, psicologi, lavoro interno, formazione; oppure in servizi territoriali per chi esce dal carcere e viene scaricato a 300 km da casa con 80 euro in tasca e zero prospettive; oppure (idea pazza!) depenalizza ciò che non serve punire: droghe leggere, microreati da povertà, violazioni burocratiche.
Ma no. Meglio aprire cantieri di cemento. Il carcere, per questo governo, è come il Ponte sullo Stretto: inutile ma molto rumoroso.
Tossicodipendenti fuori? Solo quelli “bravi”
Nordio, col suo tono da codice Zanichelli anni ‘60, annuncia il trattamento “differenziato” per i detenuti tossicodipendenti… a certe condizioni. Cioè, solo se non hai fatto troppo casino. Se sei entrato per furto o scippo forse c’è speranza; se hai avuto l’audacia di rubare una borsa con troppa convinzione, resti dentro.
Questa differenziazione di classe penale, più che progressista, è classista e ipocrita. I reati da dipendenza sono spesso compulsivi, non ponderati: “buono” o “cattivo” tossico è una distinzione da bar sport, non da codice penale.
Costruire celle, non cambiare il sistema
Un carcere funziona se produce meno detenuti recidivi, non se si misura in metri quadri di cemento armato. Ma il piano del governo: non parla di personale (agenti, educatori, formatori); non parla di condizioni igienico-sanitarie; non parla di lavoro, affettività, cultura, reinserimento; e soprattutto non parla di dignità, che dovrebbe essere l’unica misura di un sistema penale degno di questo nome.
In compenso, tira fuori dal cilindro un IPM per minori, perché evidentemente anche i ragazzini devono imparare presto che la risposta dello Stato è “chiave e catenaccio”.
Certezza della pena? No, certezza del disastro
La “certezza della pena” è lo slogan perfetto per chi non ha mai letto l’articolo 27 della Costituzione (quello sulla funzione rieducativa, ricordate?). Ma guai a parlarne: chi mette in discussione la religione della reclusione viene subito bollato come “buonista”, “lassista”, “amico dei delinquenti”.
Peccato che le statistiche diano ragione ai “buonisti”: i sistemi penali che investono in alternative hanno meno recidiva; meno recidiva = meno reati = più sicurezza vera.
Ma fa meno scena di una ruspa e di una cerimonia di posa della prima pietra con tanto di selfie ministeriale.
Il carcere come totem elettorale
Questo piano carceri non riforma niente, serve solo a fare propaganda. È il corrispettivo giudiziario dei bonus edilizi: costa tanto, non cambia il sistema, ma fa contento il pubblico che vuole vedere “qualcosa di solido”.
Solo che qui non si ristruttura una casa, si governa la libertà, la sofferenza, l’emarginazione. E quando un governo sceglie la galera come strumento universale, vuol dire che ha smesso di pensare. E forse anche di governare.
Costruire più carceri non è giustizia: è solo il modo più costoso per fingere di averla fatta.



