Eswatini rifiuta il ruolo di discarica per migranti Usa

Mentre l’amministrazione Trump tenta di aprire un precedente pericoloso nelle deportazioni internazionali, una piccola nazione africana ha deciso di alzare la voce. Eswatini – ex Swaziland, uno dei regni assoluti rimasti in Africa – ha annunciato che non terrà sul proprio territorio i cinque migranti deportati dagli Stati Uniti: verranno rimpatriati nei rispettivi Paesi d’origine.

Una presa di posizione che ha sorpreso molti, ma che sottolinea due dinamiche cruciali: la politicizzazione estrema della migrazione da parte degli USA e il ruolo ambiguo riservato ai Paesi africani nei giochi di potere globali.

Una deportazione senza precedenti
I cinque uomini – provenienti da Vietnam, Laos, Yemen, Giamaica e Cuba – erano stati espulsi dagli Stati Uniti nonostante nessuno dei loro Paesi fosse disponibile a riaccoglierli. Tutti avevano precedenti penali gravi, ma una volta scontata la pena negli USA, è partito un rimpatrio d’urgenza verso un Paese terzo, secondo quanto consentito da una recente sentenza della Corte Suprema americana.

È la prima volta che gli Stati Uniti utilizzano apertamente questa modalità di deportazione, già ampiamente criticata da organizzazioni per i diritti umani e legali per il rischio concreto di violazioni gravi, comprese torture o trattamenti inumani nei Paesi di destinazione.

Secondo l’amministrazione Trump, Eswatini era il punto di arrivo perché “i Paesi di origine si sono rifiutati di accoglierli”. Ma la risposta del governo di Mbabane non si è fatta attendere: gli uomini non resteranno nel regno. “Saranno trasferiti nei rispettivi Paesi d’origine”, ha dichiarato la portavoce governativa Thabile Mdluli, aggiungendo che l’operazione sarà gestita in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e Washington.

Il ruolo di Eswatini
Nonostante le dichiarazioni rassicuranti del governo, l’intera vicenda ha scatenato tensioni interne. Eswatini è una monarchia assoluta dove il re Mswati III governa senza contrappesi democratici. Il malcontento per la gestione dell’economia, i diritti civili e le libertà politiche è in crescita. In questo contesto, l’arrivo di migranti con condanne alle spalle ha acceso il dibattito pubblico.

“È l’ennesimo esempio del modo in cui l’Occidente tratta l’Africa come una discarica per i suoi problemi”, ha affermato Lioness Sibande, portavoce del movimento di opposizione Swaziland People’s Liberation Movement. “L’accordo è opaco, non sappiamo nulla di cosa Eswatini abbia ottenuto in cambio”.

Il governo ha confermato che i migranti sono trattenuti in isolamento, e ha assicurato che “non rappresentano un rischio per la sicurezza pubblica”. Ma ha anche precisato che i termini dell’accordo con Washington restano riservati, alimentando ulteriori dubbi e polemiche.

Una strategia di deportazione accelerata
La deportazione verso Eswatini si inserisce in una più ampia strategia dell’amministrazione Trump: accelerare l’espulsione dei migranti senza garanzie. Dopo la sentenza della Corte Suprema, il governo ha stabilito che le espulsioni via Paesi terzi possono avvenire in appena sei ore. Un tempo troppo breve, secondo le ONG, per valutare i rischi effettivi a cui i migranti possono essere esposti.

“Si tratta di una violazione evidente delle norme internazionali”, ha dichiarato Matt Adams, legale per un gruppo di migranti espulsi verso il Sud Sudan. “Gli USA sanno che queste persone rischiano torture o trattamenti degradanti nei Paesi di destinazione. Ma preferiscono evitare ogni responsabilità”.

Il caso Eswatini come simbolo
Il rifiuto di Eswatini di farsi complice di questa strategia non è solo un atto di autodifesa. È un segnale politico. Un Paese piccolo, impoverito, spesso dipendente dagli aiuti esteri, ha scelto di non restare in silenzio. Ha detto no alla trasformazione dell’Africa in terreno di scambio per soluzioni occidentali sbrigative.

Anche se il re Mswati è tutt’altro che un campione dei diritti civili, il suo governo ha colto l’occasione per ribaltare la narrativa. Ha mostrato che persino chi ha poco potere geopolitico può rifiutarsi di essere strumentalizzato.

Resta da capire se i Paesi di origine dei migranti accetteranno il loro ritorno. E se l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, chiamata in causa ma inizialmente esclusa dai piani americani, sarà davvero coinvolta nei prossimi rimpatri.

Intanto, il caso Eswatini apre una nuova e inquietante fase: quella in cui le deportazioni non saranno più solo un problema tra Stato e migrante, ma tra Stati – con l’Africa ancora una volta posta in mezzo, spesso contro la sua volontà.